martedì 5 febbraio 2013

Io torno

È passato un anno. Più di un anno. Ma sembra un secolo.
Il tempo, che già allora aveva cominciato ad accelerare il suo ritmo e aveva in qualche modo suggerito che aprire un blog sarebbe servito a fissare almeno qualche istante, da un po’ ha cominciato a correre velocissimo. 
Io adesso cerco di stargli dietro. Mi rincorro. Mi sto dietro. Sono cambiato già cento volte e ancora non lo so.
Sono incasinato. Molto. Però mi piace stare qua. Perciò, quando posso, io torno.

martedì 22 gennaio 2013

Il ragazzo che viene da lontano

A El. non piace perdere troppo tempo in chat. È diretto, deciso, usa poche parole, solo quelle indispensabili. Se riesce a entrare subito in sintonia con te, può rivelarsi paziente, può aspettare il suo turno diligentemente, pregustando il momento in cui la preda sarà sua.
Questo ragazzo dai capelli neri e la pelle olivastra viene da lontano, da un altro continente, e porta a spasso per il mondo le sue tre gambe. Siccome l’angolatura della foto non mi permette di farmi un’idea esatta delle dimensioni, chiedo lumi. “È grossa”, mi scrive soltanto. E io decido di fidarmi.
Quando lo faccio accomodare nella mia camera, inizia subito a spogliarsi, ma lo fa con estrema naturalezza, continuando a parlare e a sorridermi. Non c’è nessun imbarazzo tra noi, né bisogno di rompere il ghiaccio. E infatti, mentre ci togliamo pezzo dopo pezzo i vari indumenti, ci baciamo con molta passione, inframmezzando prima delle parole smozzicate, poi i nostri respiri che si fanno sempre più accelerati. Quando resta in mutande, l’erezione già evidente sotto il cotone bianco, io sono completamente nudo, a quattro zampe sul letto, parallelo al bordo. Lui è in piedi, vicino a me. Mentre con una mano gli sfioro il pacco, osservandolo, con la bocca semiaperta emetto dei “mmm...”, che assomigliano a dei lamenti di animale. Si toglie rapidamente gli slip, liberando il cazzo che appare sì molto grosso, ma anche molto lungo. 
Schiudo la bocca e spompino, aiutandomi spesso con una mano. Si insaliva un dito e me lo ficca nel culo. Il contatto è brusco e il mio buco offre una certa resistenza. Se ne accorge e inspira rumorosamente, eccitato. Invece di muovere il dito avanti e indietro, lo lascia dentro un po’ e poi comincia un movimento rotatorio o dal basso verso l’alto, nel tentativo di allargare il pertugio. Ripete l’operazione più volte, sempre inumidendosi il dito (e poi due dita) con la saliva. Intanto alza una gamba e appoggia un piede sul letto, per offrirmi ancor meglio l’oggetto del mio desiderio. Ricambio il favore passando ripetutamente dal cazzo ai coglioni, che lecco e succhio pensando al buon liquido bianco che contengono. Quando percepisce che il mio culo cede, che lo sfintere di colpo si apre, dilatandosi, emette anche lui un sonoro gemito di soddisfazione. Io allora interrompo il bocchino, mi alzo in piedi e, mentre lui mi guarda con occhi scuri di piacere e continua a stimolarmi il culo, prendo il tubetto di gel e un preservativo taglia xl. 
Le operazioni preliminari si concludono in pochi secondi e io sono già di nuovo a pecorina sul letto. Lui si mette dietro di me e ne spinge dentro la metà. Grido senza nessun ritegno. Sa, o meglio intuisce, che è meglio per lui non indugiare troppo, e soprattutto non toglierlo. Non perde tempo e torna a spingere. Grido ancora, ma lui non si ferma, anzi adesso comincia ad andare avanti e indietro e a me sembra di avere un palo piantato dentro. Per incularmi ancora più a fondo, solleva le ginocchia e il sedere e mi penetra, sempre da dietro, aumentando il ritmo dei colpi. Io gemo, mentre l’impeto della monta mi fa sbilanciare in avanti, finché cedo e mi ritrovo disteso a pancia in giù. 
Lui non smette un attimo di martellare e io, che adesso ho le gambe quasi chiuse, mi sento letteralmente invaso dal suo corpo dentro il mio. A un certo punto si ferma, sfila il cazzo e mi dice solo: “Davanti”. Allora mi distendo a pancia in su, El. prende le mie gambe, le solleva e appoggia le mie ginocchia sulle sue spalle. Quando inclina il busto in avanti, il mio bacino si solleva e sento il suo cazzo grosso e duro entrare di nuovo nel mio culo, ora apertissimo. Adesso si muove con oscillazioni più ampie, dentro e fuori, dentro e fuori, ma sempre rapidamente. Le punte dei miei piedi sfiorano la parete contro il letto.
Vuole di più, mi vuole suo, mi vuole ancor più ricettivo: afferra le mie caviglie per allontanare le gambe dalle sue spalle. Io le tengo più divaricate che posso. Adesso il ritmo si fa ancor più sostenuto e si sente distintamente il rumore del suo corpo che sbatte contro il mio. Il mio cazzo, dimenticato là sotto, è ormai irraggiungibile. Gli carezzo la testa, la schiena e il culo, mentre ansimo e lo incoraggio: “Sì, così...”. Sono ormai completamente dilatato ed El. spacca nuovamente il mio culo, già molte volte rotto. Ad un certo punto, l’esito: “Sborro”, dice El., e con colpi secchi, duri e profondi, gemendo viene.
Lo sfila lentamente, ancora ansimando, mentre la mia mano rapida fa scaricare anche me.
Ci sorridiamo a lungo mentre ci puliamo e cominciamo a rivestirci. Poi una breve chiacchiera. El. si fermerà ancora un anno in questa città, dove studia per un dottorato. Mi parla del sistema educativo del suo paese e poi dell’Italia, dove è stato più di una volta.
È contento di avermi scopato, dice che lo eccito molto. Siccome gli piacciono anche i trii, mi dice che posso contare su di lui se ne organizzassi uno e avessi bisogno di una mano. O di qualcos’altro.

martedì 30 ottobre 2012

La sostenibile leggerezza delle categorie

Come eravamo. Flash-back su episodi della mia vita sessuale passata. In ognuno, un uomo che ha meritato che io mi ricordassi di lui. Nel bene, il più delle volte. Nel male, altre.

I.

Aveva i capelli neri e lunghi fino alle spalle. Li portava sciolti. Occhi color nocciola, pizzetto. Vari piercing alle orecchie. Vestiva sempre di nero, in uno stile gotico addomesticato. Aveva allora ventun anni e, nonostante la statura, un po’ inferiore alla media maschile, e l’aspetto gracile e quasi emaciato del suo corpo, lo dominavano energia e irrequietezza. Quella sua forza mi piaceva, il suo vigore riusciva a contagiarmi perché si accompagnava sempre a massicce dosi di freschezza e di curiosità.
Si comportava con disinvolta spontaneità. Aveva la ragazza ed era eterosessuale. All’inizio pensavo che fosse la solita messa in scena per nascondere, innanzitutto a sé stesso, la sua vera essenza. Certo, dal punto di vista strettamente “scientifico”, i nostri erano rapporti omosessuali. A quei tempi, avrei detto che questo era sufficiente a definirlo omosessuale (velato) ma poi, malgrado i miei pregiudizi, dovetti ammettere che la sua era, probabilmente, “solo” una notevole apertura verso esperienze anche gay, ma senza conseguenze sui suoi gusti - diciamo così - “primari”, che restavano orientati verso il sesso femminile. Bisessualità incipiente? PolisessualitàPansessualità?
Rinunciai presto a cercare la risposta a queste domande, semplicemente perché cominciarono a sembrarmi superflue. Soprattutto, ciò che più conta, sembravano inutili a lui, che con tutta evidenza viveva quello che gli stava succedendo con sovrana naturalezza. Lo avevo rimorchiato su un sito dove si mescolavano gioiosamente varie “categorie” sessuali e nel quale lui cercava esperienze con coppie etero. Ciò che lo attrasse a me, credo, fu la mia sfacciataggine. Diciamo pure la mia troiaggine, ché tanto è quello che penso e che pensate anche voi. 
La prima volta che ci vedemmo, mentre si spogliava, mi avvertì: “Ah, non te l’ho detto, però... io non bacio. Spero non sia un problema”. Mi misi in ginocchio davanti a lui e premetti il viso contro i suoi slip bianchi, inspirando forte. “Non ti preoccupare. Faremo altro”, gli risposi sorridendo. Il contatto della mia testa contro il suo pacco lo fece gonfiare. Sfilandosi gli slip e lasciando libero davanti alla mia bocca il suo cazzo duro: “Non pensavo di eccitarmi così facilmente con te”, disse.
Gli incontri - cinque o sei, ora non ricordo - avvennero sempre a casa mia. Il suo uccello aveva una lunghezza nella media e non era grosso; aveva le palle piccole. Mi piaceva succhiarglielo, però godevo ancor di più quando me lo sbatteva dietro. Prima di venire poteva spingere dentro di me per tempi biblici cercando, senza riuscirci quasi mai, di controllare la sua irruenza. Quando mi faceva mettere completamente disteso a pancia in giù e con le gambe chiuse e il buco più stretto possibile, voleva dire che si avvicinava il suo orgasmo. Mi montava da dietro sostenendosi con le braccia tese puntate sul letto, la testa reclinata verso il basso, a osservare come entrava il cazzo dentro il mio culo, mentre le punte dei suoi capelli sfioravano la mia schiena.
La prima volta mi chiese, nella foga degli attimi prima dell’esplosione finale: “Posso venirti in bocca?”. Risposi di no. La seconda volta non chiese. “Dài, che ti sborro in bocca”, disse. Resistetti. Ma già la terza volta, ancor prima di vederci, mi disse che gli sarebbe piaciuto venire così e da allora glielo concessi. Voleva vedere il mio viso sporco del suo seme, e premere il cazzo in fondo alla mia gola, per lasciarci le ultime gocce di sborra.
Poi me ne andai da quella casa e ci perdemmo di vista. Un anno e mezzo fa mi scrisse per sapere se sarei tornato nella sua città, perché gli sarebbe piaciuto rivedermi. Non sembrava cambiato. Mi tornò in mente che proprio con lui avevo imparato a relativizzare, non solo in teoria ma anche in pratica, il peso delle categorie.
P.S. Sì, lo so, il film non c’entra nulla con il post. Embè?

domenica 28 ottobre 2012

Il manzo, finalmente

Incontenibile fame di cazzo. Voglia di maneggiare un bell’attrezzo. Di farmi sbattere. Di maschio. Per ottimizzare i tempi, lancio tre piattaforme contemporaneamente: invado il web. Il trucco è: esserci e vedere l’effetto che fa, senza smanettare. Almeno oggi. Infatti, dopo un po’, arriva un messaggio di Pe. Da quanto tempo mi ero ripromesso d’incontrare questo manzetto versatile dalla faccia simpatica, brucante alla bellezza di 4,7 chilometri da casa mia? Toh, giusto un mese, da quando, giorno più giorno meno, sono entrato nel tunnel dell’astinenza imposta dai miei impegni. Pesanti impegni.
L’uscita di emergenza si materializza dunque con un bell’“Hey, Milk, come va?”. 
“Sono stato occupato in questi ultimi giorni, adesso va bene”. 
“Sì, molto occupato...”. Allude. Me lo ricordavo spigliato, infatti.
“Dico sul serio. Adesso ho voglia di recuperare il tempo perduto. Quando ci vediamo io e te?”.

È più alto di me, però non troppo. Ha un bel sorriso. Ha la testa rapata e un po’ di barba. Ha gli occhi azzurri. È più corpulento di me. Non lascia emergere le emozioni che sente. Lo avvolge una sottilissima pellicola di razionalità che fa da precaria barriera tra il lato esteriore (i gesti, calmi e posati, il tono della voce, mai alterato da un turbamento, la conversazione, che scorre liscia e tranquilla) e quello interiore, che sembra ribollire: si arrabbia, si entusiasma, si dispera, piange ogni tanto, di gioia o di felicità, questo ragazzo che adesso continua a farmi domande, parlando del più e del meno, mentre con la mano mi spinge a distendermi sul letto, si corica al mio fianco, solleva la mia maglietta e poi morde delicatamente e lecca la mia pancia?
Razionalità sulla pelle e passionalità nelle viscere. Io rispondo all’interrogazione meglio che posso, ma il corpo già reagisce alle sue carezze e il cervello lo segue. Pe. è metodico. Tic tlac tic, mi sbottona i jeans e zac, me li sfila insieme agli slip fino al ginocchio. Solleva le mie gambe e affonda rapido la faccia tra le natiche. Lecca, morde, dà piccoli colpi di lingua al buco, lo sente schiudersi. Mugugno. La dedizione di questo trentenne per il mio culo è straordinaria. Gli piace lavorarselo con la bocca, e si vede. Il piacere che prova dev’essere almeno pari al mio. Mantenendo la stessa posizione, mi tolgo pantaloni, slip e calze, mentre lui continua imperterrito e punta i suoi occhi direttamente sul mio viso. 
A un certo punto mi fa girare e mi mette a pancia in giù. Sollevo un po’ il culo e lui ricomincia il lavoretto. Mi sento ancor più esposto alle sue voglie e inizio a sentire il mio respiro accelerare, proprio come il suo. Cerco di togliergli la maglietta, se la sfila lui e la getta sul letto, tornando immediatamente alla sua occupazione. Adesso scende con la lingua a leccare le palle, afferra il mio uccello semi-eretto tirandolo a sé, poi lo succhia. Passa dal cazzo alle palle al culo e poi di nuovo giù, andata e ritorno per tappe, più volte, finché il mio cazzo si fa talmente duro che il giochino non riesce più.
Allora mi giro, lui si mette in piedi al bordo del letto e adesso tocca a me sbottonargli i pantaloni e abbassarglieli. La vista del rigonfiamento dei suoi calzoncini neri aderenti mi  eccita e rende impazienti i miei gesti. Lietissima sorpresa: una lunghezza perfettamente nella media ma lo spessore... Lo afferro dunque con la mano, avido, e lancio a Pe. uno sguardo eloquente, di lussuria e di riconoscenza, per avermi portato a casa questo bene della natura.
È completamente depilato: il pube è liscio, le palle pure. Lo succhio e mugolo, mugolo e succhio, mentre impugno i suoi coglioni, belli grossi, e li tiro verso il basso. Quasi senza rendermene conto, sto sbavando tanto che le lenzuola si stanno bagnando della mia saliva. Dopo un po’, Pe. stacca il cazzo dalla mia bocca e si distende sul letto a pancia in su. Poi mi guarda sorridendo, invitandomi implicitamente a continuare. E io allora mi distendo fra le sue gambe, sostenendomi con i gomiti e ricomincio a pompare scendendo con le labbra quasi fino alla base del cazzone. Lecco anche le sue palle e le succhio delicatamente, prima una e poi l’altra, masturbandolo con una mano. Spinge la mia testa contro i suoi coglioni, allora cerco di far pressione, con la bocca e la lingua, tra le sue palle e il buco del culo.
È molto eccitato ed io sono ormai più che pronto. Mi alzo, prendo dal cassetto il lubrificante e lui mi lancia un cenno affermativo del volto, come a dire: “Perché no, se proprio vuoi, si può fare”. 
“Lascia stare”, mi dice quando mi vede prendere anche i preservativi, “ne ho portato uno io”, e si alza per frugare nelle tasche della sua giacca nera di pelle che ha appoggiato sul divano. Io mi sistemo quindi sul letto, disteso a pancia in giù ma con il culo sporgente, sicché quando torna, Pe. si inginocchia dietro di me e comincia tutte le operazioni preliminari: preme il tubetto di gel facendone cadere un filo dall’alto, sul mio buco; con due dita lo sparge attorno e un po’ dentro; indossa il preservativo e poi lubrifica l’uccello; infine si china su di me.
“È un mese che non scopo”, mi dice. Che coincidenza!
“Anch’io!”.
“Allora sborreremo entrambi subito... ma lo rifaremo un’altra volta più tardi”, mi lancia lui,  serio, come se stesse componendo il planning di una giornata lavorativa e non invece impugnando il cazzo, come effettivamente fa, per puntarlo contro il mio buco. “Ok, capo”, mi verrebbe da dirgli, ma il mio cuore batte forte e adesso c’è silenzio e concentrazione: voglio sentirlo dentro.
Ci prova una volta, una seconda, una terza. Poi si mette in piedi vicino al letto e mi tira per i fianchi. “Vieni qua!”, mi dice. Obbedisco e assumo la posizione a pecorina. “Bravo. All’inizio mi è sempre un po’ difficile entrare”. Non avevo dubbi. Ma già lo sento scivolare dentro piano, quasi tutto. Ed ora si muove lento, avanti e indietro, mentre lo incoraggio ansimando. Il ritmo inizia a farsi più sostenuto, Pe. picchia duro finché si ferma: “Vuoi cambiare posizione?”, mi chiede. “Ehm... No”, rispondo io, un po’ interdetto, “a me piace... Continua, dài!”. E mi apre per bene. Di tanto in tanto, allungo una mano dietro, per stringergli una natica e pregarlo di dare colpi più forti. Cosa che puntualmente fa. 
Sentendomi gemere, mi dice: “Pare che ti stia divertendo molto...!”. 
“Sì”, gli rispondo, “perché? Tu no?”. 
“Anche il solo fatto di sentire come ti piace, mi fa godere. In più hai un culo...”. E continua, fortunatamente, a fotterlo.
Ci sono momenti in cui la foga che mette nel chiavarmi raggiunge un tale livello che provoca in me un piacere insopportabile, alla soglia dell’orgasmo. Dopo un bel po’ di tempo, cambia ritmo e imprime dei colpi secchi e profondi. Grido senza ritegno. Mi sento trafitto dal suo palo duro e sono completamente abbandonato al suo dominio. Dopo aver affondato per l’ennesima volta l’uccello fino a far sbattere i coglioni contro il mio culo, sfila il cazzo e si distende sul letto. S’impugna il bastone, mi guarda sorridendo e: “Siediti qui”, ordina. E così faccio, dondolando il culo su e giù per far entrare e uscire il suo cazzo, mentre lui riposa un po’. Tuttavia, dopo pochi minuti, ricomincia a muovere il bacino e riprende il controllo della penetrazione, prendendomi il culo fra le mani e tenendo le mie natiche più separate possibile.
Rinvigorito, mi fa rimettere a pecorina e si sistema in ginocchio sul letto, dietro di me e mi fotte. Dopo un po’, alza il ginocchio sinistro e lo flette portandolo vicino al mio fianco, lasciando il destro appoggiato sul letto. Con una presa molto forte, mi afferra per le spalle e inizia a dare colpi di bacino durissimi. “Ti piace, eh?”, mi chiede. La mia risposta è affermativa, ma non so quanto comprensibile. Penso di essere ormai giunto al massimo del godimento, ma Pe. tira su anche l’altro ginocchio e m’incula nella posizione più animalesca che io conosca, sporgendosi in avanti, verso di me. Grido che mi piace e mi sembra quasi d’impazzire. Di colpo, sfila il cazzo e scatta in piedi, sul letto. “È troppo eccitante”, mi dice, “se continuo, sborro. Voglio bere un po’ d’acqua”.
“Sì, come no”, dico io, e faccio per alzarmi e andare in cucina.
“Non ti preoccupare, ce l’ho”. Si allontana un po’ e preleva una bottiglietta dalla giacca di Eta Beta. Previdente Pe. Mentre sorseggia la sua acqua, io mi rimetto sul letto a pecorina e osservo con sguardo lascivo il suo bel corpo e quel cazzo duro che nel frattempo non sta perdendo neanche un po’ del suo vigore. Contemporaneamente passo una mano sopra il buco, che giace abbandonato, aperto e bagnato, in mezzo al culo. Guardandomi e accennando con il capo proprio al buco, Pe. coglie l’occasione per fare una prima stima dei danni: “Certo che adesso ci potrebbe passare un treno!”, lancia.
“È che il tuo cazzo è davvero grosso”, gli rispondo.
“Oh, beh, credo che questo culo ne abbia presi di ben più grossi”. Scaltro Pe.
“Qualcuno...”, ammetto io. 
Ma è già dietro di me e ricomincia l’assalto, tenendo ben stretti i miei fianchi fra le sue mani e muovendosi rapido. “Mettiti come prima, dài, prendimi come un animale”, lo imploro io. “Lo vuoi così?”, mi chiede, mentre solleva un’altra volta le ginocchia mettendole parallele ai miei fianchi. “Sì, così!”, confermo io, mentre mi monta. Lo sento ansimare e capisco che entrambi siamo ormai al limite.
“Vuoi venire? A me manca pochissimo”, gli dico.
“Va bene. Mettiti vicino alla testiera, appoggiati così, bravo”. 
Mi vuole vedere a novanta gradi esatti, la schiena arcuata e il culo ben sporto verso di lui. M’incula con sempre maggiore forza e con la coda dell’occhio lo vedo concentrato a osservare il suo cazzo che entra ed esce dal mio culo, finché grida: “Vengo! Io vengo!” e il ritmo si fa rapidissimo, i suoi gemiti si confondono con i miei, i nostri muscoli si contraggono e lasciamo finalmente andare, con il liquido bianco, tutta la tensione.

“Lo prendi spesso in culo?”, gli chiedo.
“Non tanto quanto vorrei, sono più spesso attivo”.
“Bravo, che come passivo basto io...”.
“In ogni caso, non credo riuscirò mai a essere così passivo come te. O almeno, per farlo dovrei allenarmi molto prima. Davvero... non so come fai a resistere tanto”.
“Mi viene naturale. E mi alleno abbastanza, sì, ma solo con cazzi veri”.
Ridiamo. Apriamo una bottiglia alla salute nostra e sciogliamo nel vino rosso un piccolo distillato delle nostre vite.

venerdì 26 ottobre 2012

Si riparte

“Spero proprio che si spenga”. È l’ultimo pensiero di forma compiuta che ho avuto questa notte prima di addormentarmi, dopo aver constatato che la batteria del cellulare era ormai agli sgoccioli e aver immediatamente scartato l’idea - banale e, ieri, irrealizzabile - di alzarmi e prendere il cavo per ricaricarlo. E così il cellulare si è spento. E io stamattina sono fresco, quasi come una rosa.
Immersione ed emersione. Mi trovo adesso, finalmente, nella seconda fase. Mentre te ne stai a galla e magari cerchi di nuotare fino alla boa successiva, c’è sempre qualcuno o qualcosa che spinge verso il basso e ti fa fare glu-glu-glu. Adesso che, tornato in superficie, boccheggio guardandomi intorno, vedo un’isolotto dove potrei approdare, a meno che i venti e le maree avversi non mi facciano prendere un’altra direzione. Sull’isolotto potrei passare due annetti mica male, con qualche incerta soddisfazione, molte fatiche e pochi dindini. Ferie, avete detto? Credo le abbiano abolite già da un pezzo. Null’altro all’orizzonte, per ora. Ah, sì: C. continua a volermi bene ma già non si scopa più; Paj mi manda whatsapp interlocutori ma io non sono così sicuro di volerlo rivedere; J. se n’è andato per sei mesi lontano, molto lontano, troppo lontano. E ho cambiato location.
Un punto fermo: l’astinenza sessuale cui mi sono obbligato in questi giorni termina qui. Meno male.

sabato 22 settembre 2012

Come si chiamava? Ah, sì... strim ov cònsciusnes

adesso me lo dice già lo sapevo che questo momento doveva arrivare come sempre mi faccio fregare dai miei sentimenti non ci sono cazzi è sempre così e sempre sarà non devo mostrarmi teso controllati per favore ci sono tanti modi di dire le cose userà quello giusto però che bella faccia tosta dirmi adesso che mi vede teso no guarda sono proprio contento continua pure è sempre la solita storia ma se sono interessante e attraente per te  perché non ti interesso però ci stiamo conoscendo va già bene così è un passo fiducia mancanza di fiducia adesso si complica adesso faccio un casino ma figurati sta dicendo che non sente quello che senti tu che fastidio la facesse più breve sì così più diretto che pena resisti dove l’ho già sentita questa cosa chi mi ricorda dicono tutti la stessa cosa e anche questo si è raccontato e mi ha dato molto più che ad altri ragazzi grazie al cazzo adesso vuoi che ti ringrazi per questo troppo buono ma quando finisce questa tortura mi alzo e me ne vado sì me ne vado no resto calmati stai seduto qui inspira a fondo senti che aria buona no non distrarti non far vedere le emozioni ma ci chiamiamo sì sì certo come no mamma mia che freddo sento che forte è stato che coglione che sono possibile ci resti sempre così adesso una bella dormita che vada a cagare tutti gli egocentrici a me devono capitare non voglio ricadere nello stesso errore lascia perdere calmati hai cose più importati da fare calmati

giovedì 20 settembre 2012

Il ratto

Il ratto si trova sotto il letto. Fa rumore, sta morsicando qualcosa. Perché è lì? Sta nascosto, ha paura. Fugge dallo sguardo dell’uomo disteso sul letto. Perché teme di essere cacciato. Si è introdotto in una casa che non è sua. È brutto, ma resistente. Fastidioso, ma tenace. Potrebbe essere colpito o persino ucciso dal padrone di quella casa. Eliminato, fatto sparire. Come se non fosse mai esistito. Per paura di essere molesto, ecco perché se ne sta là sotto, il ratto.

*****
“Se tu fossi il ratto...?”

*****

Apre il pacchetto e me ne porge una. “Grazie”, gli dico. Accendiamo. Poco prima è avvenuto l’incontro fintamente fortuito, nella piazza che sta appena sopra questo piccolo parco verde in mezzo alla città. Un messaggio inviato con studiata nonchalance: “Vado a leggere il giornale nella solita piazza”. Fine della batteria, il telefono si spegne. Scrive, invano: “Quale?”. Poi: “Quale piazza?”. Prova a chiamare tre volte. Bip-bip-bip. Nemmeno la segreteria. Eppure, dopo qualche minuto, è già lì. Col cagnone appresso. Con la maglietta rosa addosso. Le collanine attorno al collo, i braccialetti di cuoio, gli occhiali neri che non lasciano intravedere i suoi occhi profondi, scuri, aguzzi. Con la pelle abbronzata. Con i jeans rotti davanti e perfetti sul culo. Con le sue spalle larghe, pista d’atterraggio per la mia bocca. “Vado nel parco qui vicino, vuoi venire?”. No, Paj, non voglio, figurati. Me ne voglio restare qui solo, in questa piazza di merda, perché voglio godermi lo smog delle macchine che passano e stringere gli occhi fino a chiuderli per il troppo sole che mi sta picchiando contro (no, io non porto occhiali, né neri né a specchio). E tu vai pure, ché il messaggio l’ho scritto così per fare.
Ed eccoci allora nel parco. A parlare di me. Di me. Di lui. Di me. Di me. Di me. “È molto onesto quello che dici”. “Cerco di essere onesto, sì”, rispondo io.
Fermare il movimento, restare intrappolati: impossibile, sarebbe morire. Correre sempre come pazzi, senza mai essere soddisfatti della meta raggiunta: esigenze impossibili, richieste e pagate a caro prezzo. È stato ferito come lo sono io ora. È guarito? Sto guarendo.
“Hai da mangiare a casa?”. Attenzione, domanda indiretta. Non colgo.
“Sì”.
“Intendevo dire: vuoi pranzare a casa mia?”.
L’ombra su di lui è perfetta, la luce intorno pare aumentare. Sorrido di gusto. Assaporo lo sguardo.
“Sì”.
Non hai tagliatelle? Gli spaghetti andranno bene. Prepariamo il pranzo insieme. Un po’ di vino, tutto bene.
Poi dice: “Sono stanco, vorrei dormire un po’. Dormi anche tu?”.
“Potrei leggere il giornale, mentre riposi”.
L’uso diplomatico del verbo “dormire” non è mai stato il mio forte. Dormire per me è chiudere gli occhi e abbandonarsi a Morfeo. A Morfeo, non a me.
“Puoi venire a dormire anche tu e il giornale lo leggi dopo”. Era dunque un dolce eufemismo. Faccio un cenno affermativo con la testa.
“Non ti senti obbligato? Sei libero di scegliere, vero?”, dice Paj, osservandomi dal basso delle mie braccia, dove ha messo la testa, verso i miei occhi.
“Certo”, dico io.
Mi distendo per primo, lasciandomi addosso solo gli slip. Quelli leggeri col bordo viola. Si distende anche lui, completamente nudo. Insinua una mano sotto i miei slip e li fa scivolare via.
“Niente tessili, per favore”. E mi sorride. E mi bacia. Ci abbracciamo e già il nostro respiro diventa affannoso. Perché abbiamo aspettato tanto? A morderci l’incavo del collo, a leccarci la schiena e le orecchie come animali, a mangiarci le bocche e i capezzoli come se dovessimo sbranare i nostri corpi.
L’impossibile sfida di tenere tutto il suo cazzo in bocca, in gola, mi fa girar la testa e per questo mi impegno. Lecco per bene, ma poi succhio, sbocchino, provo delle gole profonde e lo sento mugolare ogni volta che la sua cappella sfrega la mia gola, il mio palato, ogni volta che la mia lingua gli regala piacere.
“Come ti piace far bocchini...”, mi dice guardandomi con occhi colmi di lascivia.
Rispondo gemendo, la bocca piena del gran pezzo di carne che si ritrova fra le gambe il bel Paj.
È disteso, allunga le braccia verso di me, mi mette due mani sulla testa e muove il bacino per scoparmi la bocca. Ce l’ha così grande che quasi soffoco, trattenendo il respiro perché possa mettermelo più in fondo che può. Quando si stanca, ricomincio io, impugnando l’asta alla base e muovendo la testa su e giù, facendo scorrere la bocca sul suo cazzo con ancor più impeto, finché con uno scatto si mette seduto e allontana la mia testa.
“Mi piace come me lo succhi, Milk”.
Gli sorrido: “E a me piace succhiartelo. Un casino”.
Mi fa mettere a pecora e comincia a dare grandi leccate al buco, alle natiche, fino a che il mio culo non mostra chiari i segni della mia eccitazione, dilatandosi. Allora ci infila un dito, spingendo più in fondo che può. Lo estrae, se lo lecca e poi lo rituffa dentro di me. E poi lo estrae di nuovo, s’impugna il cazzo, grande e durissimo, e con quello schiaffeggia le mie natiche, poi passa e ripassa la cappella in mezzo, sfregandola più volte contro il mio buco.
“Non ti preoccupare, non ti fotto senza preservativo... sto solo giocando”.
“Gioca, Paj, gioca che mi piace...”.
Ma gli eventi prendono un’altra piega per un colpo di testa mio. Se ti piace come succhio, questa volta potrebbe andare diversamente. Allora mi sfilo dalle sue grinfie, mi metto sotto di lui a pancia in su, e mi rimetto in bocca il suo cazzo. Ho di nuovo voglia di spompinarlo.
Lui allora si distende di nuovo e io, accovacciato fra le sue gambe, ricomincio il servizietto, mentre con entrambe le mani gli tormento i capezzoli.
Ad un certo punto, mi lascio scivolare oltre il bordo del letto, mi metto in ginocchio sul pavimento e lo invito a mettersi in piedi davanti a me. Gli lecco i coglioni, mentre lui si mena il cazzo. Poi lo punta sulle mie labbra, io le schiudo e lo succhio. Più di una volta lo estrae e, impugnandolo, lo passa sulle mia labbra o lo sbatte contro il mio viso e poi me lo rimette in bocca.
Finché: “Se continuiamo così io vengo, mi manca pochissimo”.
Allora cerco di riprendere in mano la situazione, gli afferro il cazzo e lo sbocchino, però  molto lentamente, fermandomi a giocare con la lingua sulla cappella.
Si distende di nuovo, con le gambe piegate oltre il bordo del letto e i piedi che toccano il pavimento. Io rimango inginocchiato davanti a lui e lo spompino. Lo sento gemere sempre più forte e lo vedo strizzarsi i capezzoli con forza. Con la sua nerchia in bocca, scivolando su e giù, cerco di contemplare il suo bellissimo corpo. Sono eccitato, ce l’ho duro.
Quando faccio scorrere la lingua lungo tutto il suo cazzo, scendo a leccare i coglioni e poi comincio a succhiarli alternativamente, lo sento incoraggiarmi, ansimando: “Le palle, sì, così...”. Comincia a masturbarsi mentre io continuo, finché lo sento tremare, i muscoli contratti, e gemere forte. Lo vedo schizzare la sborra a pochi centimetri da me. Ne percepisco l’odore e non resisto più. Leccandogli le palle, mi tocco il cazzo, me lo meno e in breve tempo anch’io vengo, macchiando i suoi pantaloni corti, incautamente gettati in terra.
Gli porgo dei fazzolettini perché si asciughi. Dopo, ci addormentiamo nudi, abbracciati l’un l’altro. È la nostra siesta.