mercoledì 29 febbraio 2012

Bivio

Erano all’incirca le otto e venti di questa sera e la storia si trovava a un bivio. I due protagonisti non lo sapevano, ma dopo aver scelto la strada, almeno per uno di loro le prospettive sarebbero cambiate drasticamente. Uscirne salvi anche se malconci o perdersi per sempre. Uno o due. A o B. Svolta o linea retta. [“Gli interlocutori ce li scegliamo noi, inutile ingannarsi”. Profetica Rob.].
Il pomeriggio era trascorso esattamente come doveva. Era bastata una serie di rapidi messaggi via Whatsapp, come sempre. Li avevo inviati all’ora di pranzo ed ero stato convocato per le sei a casa sua. As usual. Così, terminato presto il lavoro, me n’ero andato a casa a fare una doccia e a prepararmi per l’incontro.
Non ho potuto fare a meno di quell’abbraccio. Era avvolgente, caldo, sensuale. È stato dolce e ha avuto il potere di sciogliermi ancora una volta. Abbiamo scherzato molto oggi, io mi sono rilassato in fretta, abbiamo preso qualcosa da bere, abbiamo riso e ci siamo abbracciati di nuovo, baciati e poi carezzati, baciati e riabbracciati, riaccarezzati... Ma io non dovevo chiarire alcune cose? O almeno comunicarle? Dire finalmente in modo esplicito quello che io sentivo per lui?
Ma che importava allora. Ancora una volta mi ha preso per mano, pochi passi verso la sua camera da letto e poi il sesso. La scopata. Io a pancia in su e le gambe piegate verso il petto, i polpacci appoggiati alle sue spalle. I colpi del suo cazzo e i baci. La mia mano che sfiora il suo buco e le palle. I suoi capezzoli duri e la supplica - di nuovo, la stessa - “piano, piano, fallo piano”. Ed io no, proprio il contrario: chiavami più forte che puoi, lasciati andare a quel che cazzo vuoi, spingi più in fondo, fammi credere anche solo per un po’ che resterai per sempre lì, conficcato nella mia carne e che non te ne uscirai più.
E poi l’orgasmo a pecorina, certo, in una sintonia che era sinfonia, armonia, melodia tutta nostra. L’orrore del rivestirsi, così in fretta (perché poi? Perché era tardi? O voleva tagliare corto?). Si avvicinava l’ora. Aveva voglia di uscire e si è proposto di accompagnarmi per un pezzo. Doveva finire a prendere qualcosa in un bar del quartiere gay (da solo, ma si sa che Whatsapp funziona meravigliosamente bene). Instancabile R. “Ma non voglio sesso, eh”. Ci mancherebbe, scherzo io.
Siamo giunti allora nella grande piazza, il centro di questa città, il centro di una nazione intera ma per me, oggi, il centro dell’universo. Potevamo separarci semplicemente e seguire ognuno la propria strada. Le luci della sera, l’andirivieni di centinaia di persone, gli autobus e i taxi, qualche gruppetto di turisti e gli ultimi avventori dei grandi magazzini: scena e comparse del nostro imminente saluto. Invece, tutto si ferma durante un istante solo: “Senti, perché non ci prendiamo qualcosa insieme, adesso?”. È lo schiudersi di un’altra possibilità. “Non fare lo stupido” - e si spalanca il suo sorriso - “sai che devi andare”. “Però a me va di prendere qualcosa con te adesso. A te?”, insisto. “Va bene, allora ti faccio conoscere un posto che è tipico della mia regione”. E nella sua regione si beve, fortunatamente, molto bene. E si mangia, pure.
Gli ho proposto una seconda bottiglia. Quella che mi serviva per ascoltare, soprattutto, e per dire poco, come al solito. Però le lacrime hanno raccontato molto: “Ti senti immedesimato?”, mi ha chiesto. Calde e vere. Le sue parole si riverberavano nei miei pensieri ed era come sentir pronunciare ciò che non avevo mai osato dire. Come assistere al film di ciò che inevitabilmente, di qui a poco, mi accadrà. Perché nella sua crudelissima storia di negazione di sé per ciò che convenzionalmente si chiama “amore” per un’altra persona, ho visto inequivocabilmente il mio stesso annichilimento: lento e lunghissimo, ma inesorabile, intenso ed orribile. 
Dopo questa notte, non c’è più spazio per l’autoinganno: la mia coppia, se non è finita oggi (o persino ieri), finirà domani. Ed ecco il vero bivio. Ecco la scelta: essere persona o, come efficacemente diceva R., “vegetare”.
Non ho sentito finora parole più lucide di quelle udite qualche ora fa. Non sono stato capace di un pensiero su di me (e sul mio compagno) più netto, più spietato di quello espresso da R. mentre si riferiva alla sua vicenda. Per questo, grazie R., grazie infinite, davvero. La prima batosta è stata sapere che tu ora solo cerchi divertimento, che per il momento stai bene così. E dunque che io non sono altro che uno in più. E neanche il più importante. La seconda è stata sentire raccontare la tua storia con la crudezza, la freddezza e la consapevolezza che avrei voluto avere io, già molto tempo fa. Quella storia era la mia.
Adesso o si prende il coraggio a due mani, o non si è. Mi resta un’infinita tristezza. Una melanconia immensa. E io ti ringrazio, R.

domenica 26 febbraio 2012

Sono dove non si vede

Ha dato tutto quello che poteva. Ha perso tutto quello che amava. Ha tentato di tirarlo fuori dal pozzo, dove giaceva senza dire una parola, ma il ragazzo ha trovato improvvisamente una via d’uscita e dal fondo è riemerso in un altrove non previsto. Così lui è rimasto solo al bordo del pozzo a gridare verso il buio e il vuoto. Per un po’. Ora se n’è allontanato e ha smesso di piangere. Ma non chiede. Dice, ma non ascolta. Racconta, ma non si lascia raccontare. Vive, per sé stesso. Non vuole attraversarmi. Mi penetra, ma non si ferma dentro. E io sono in un altrove, invisibile.

Sentimento di vivo affetto verso una persona.

“Sei libero adesso?”
“Sí”.
“Sono a casa. Non mi sentivo bene e il capo mi ha accompagnato in macchina”.
“Cazzo. Passo?”.
“Sí”.
“Vuoi che ti porti qualcosa? Qualsiasi cosa...”.
“Una bibita per sportivi, Gatorade o qualcosa di simile”.
“Va bene. Dammi giusto il tempo di arrivare”.
“Ok”

Affetto intenso, assiduo, fortemente radicato per qualcuno.

Entro sorridente cercando di trascinarmi dietro, a parte la borsa, un po’ di sole. Mi abbracci (istintivamente), ti bacio il collo, che è la prima cosa che mi piace fare. Frasi spezzate da baci. Lì in piedi, nell’andito. Allora, che succede? Non preoccuparti, sono qua io.
Il divano è la nostra tana. Oggi che sei distrutto, che stai male, che ti lamenti e non riesci ad articolare un pensiero che sia uno, sono qui. Mi siedo al tuo fianco, poi siamo distesi, poi ci accarezziamo e un milione di volte ci tocchiamo. Come sei bello e dolce e indifeso oggi. 
“Devi andare in bagno” - mi chiedi - “o una roba del genere?”. Una roba del genere?
“Ehm... no. No, no”.
“Beh, io sì”. Rido, e tu ridi.

Inclinazione forte ed esclusiva per una persona, fondata sull’istinto sessuale, che si manifesta come desiderio fisico e piacere dell’unione affettiva.

Nel bel mezzo del documentario supertrash, ti addormenti e allora io ti osservo. Esploro il tuo viso, ne percorro i tratti così dolci e gentili e medito di sbranarti seduta stante. Se questo sguardo riuscissi ad averlo mentre sei sveglio... ti ritrarresti? Mi respingeresti cortesemente? Mi sorrideresti? Capiresti? Diresti qualcosa? Direi qualcosa?
Arriva l’ora di pranzo. “Avevo pensato di uscire a prendere qualcosa con te ma...”.
“Che problema c’è? Cucino io, dài, non preoccuparti”.
“È che non ho niente in casa, non mangio mai qui”. Vero, mai visto una dispensa tanto spartana. Le poche cose che contiene, scadute da una media di due anni, finiscono direttamente nella pattumiera. Non hai nemmeno la forza di riderci su. Esco rapidamente e compro qualcosa di commestibile. Torno a casa tua, presidiata peggio di una fortezza da un mastino chiamato portinaio, e ti cucino la pappetta.
“Grazie”.
“Assaggialo, prima di ringraziarmi!”.
Spargo ulteriori tracce per restare dove vivi tu.
“Dovrai ammalarti presto un’altra volta: questo scade in luglio”, ti avverto. 
Un pacchetto di riso, del brodo in dadi, tre bottiglie di una bibita giallastra imbevibile, un cd, un dvd,... Si confonderanno agli oggetti che il tuo ex non ha voluto portarsi via? Inutilizzati, però anche inutili, perché svuotati volontariamente, scientemente, dell’essenza di chi li aveva portati lì. “Ricordati di me”: solo un tratto di penna su un foglio. Già stracciato?
[È già successo. È già successo. Molti anni fa. Sul tavolo dell’ufficio di M. la mia lettera per lui. Aperta, sbracata, abbandonata. Sputtanata, svillaneggiata o declamata solamente? Così vile era lo scrivente? O il lettore?]

Sentimento di affetto intenso basato sull’attrazione sessuale e sul desiderio di unione affettiva.

“Che giorno assurdo per star male, no? Con tutto questo sole!”.
“Sì” - mi rispondi - “è tornata la primavera”.
“Figurati, ci sta solo prendendo in giro. Ce lo fa credere soltanto”.
L’ambulatorio non è esattamente dietro l’angolo. Viale alberato, traffico, notevole concentrazione di ristoranti a poco prezzo. Sei serio adesso. Parli poco e io taccio. Poco dopo stiamo già tornando indietro. Un film di Terry Gilliam? Quanto tempo... va bene, mettilo su. E ci addormentiamo come bambini dopo la merenda. Mi sveglia la tua mano che mi accarezza la testa. Mi avrai osservato anche tu? 
Va bene, andiamo a letto. Stai male e siamo stanchi entrambi. Ma io ho di nuovo voglia di morderti. Nel buio della camera tu sembri sparire e si presenta il mio pensiero, come quando ero bambino. Il mio spazio è dove non si vede.
“Non vieni sotto le coperte con me?”.
Ho paura. Io ho paura. Persino più di te. Fuori di qui mi aspetta la tempesta, se quello che sento è vero. Non sembri accorgertene o fingi. Vorrei gridare, farti star bene e parlare per ore. Invece mi addormento abbracciandoti.
“Devo andare, è troppo tardi. Più tardi se vuoi torno”.
“No, non è necessario”.
“A volte ci piace fare cose non necessarie. Mandami un messaggio, va bene?”

Sentimento intenso dell’essere umano che, a partire dalla propria insufficienza, ha bisogno dell’incontro e dell’unione con un altro essere, e lo cerca.

“Vuoi che ti porti qualcosa?”.
“Sono già a letto e sto per dormire. Grazie per il tuo aiuto!”.
“Tu lo faresti per me?”.
“Ovvio. Domani ti dico come sto”.

Sentimento verso un’altra persona che naturalmente ci attrae e che, offrendo reciprocità nel sentimento di unione, ci completa, ci rallegra e ci dà energia per convivere, comunicare e creare.

E così il giorno dopo ti rivedo, torniamo dal medico e poi ci prendiamo un tè in un bar. Stai meglio, sei ridiventato allegro. Davanti a quelle tazze mi sembra che parliamo di cose importanti. No, mi sembra di condividere qualcosa di importante. Per la prima volta.
Torniamo a casa per terminare di vedere il film. Alla fine devo scappare.
“Ci vediamo”, mi dici sull’uscio. 
Vorrei strozzarti.

martedì 21 febbraio 2012

La colpa è mia

V.

Il giorno non durerà ancora a lungo, di questo pomeriggio ne resta solo un po’. Questo agosto volge al termine, penso, già vedo le giornate farsi più corte, mesto annuncio del mio prossimo ritorno alla popolosa città. Lì cercherò ancora, forse con un po’ di stanchezza, un mio scampolo d’estate. 
Di sesso. È che qui oggi, a parte una toccatina fugace al simpatico pisello tutto glande e niente cervello di un tizio per il resto repellente ed appiccicoso, non è che abbia rimediato granché. A parte i bagni di luce e d’acqua. Preziosi, certo.
Il mare è calmo ed è lontano. Le dune qui sono imponenti e si spingono via dalla costa, strisciando verso l’entroterra. Lì si popolano di ginepri grandi come alberi e di una macchia mediterranea a tratti molto fitta. Sì, questo è il Mediterraneo, non c’è dubbio, com’è vero che io sono nudo, disteso sul telo da bagno vicino al mio ragazzo, nudo anche lui, la pelle ormai abbronzata che riflette i raggi del sole sempre più tenui. Come sono vere le due torri diroccate agli estremi di questa baia, che da secoli aspettano vascelli che non sono mai giunti. Ed è indubbiamente reale anche quel ragazzo che adesso avanza verso di noi, scalando la collina di sabbia. Gli ultimi passi sono incerti, arranca malamente dove la pendenza si fa più forte, poi getta il suo zainetto a qualche metro da noi, solo un po’ più in alto. Si spoglia completamente.
Siamo sulla duna più alta ma lui è nella posizione privilegiata: domina, come le torri, una vista a trecentosessanta gradi. Eppure non ci osserva. Apparentemente. Non è lì “per quello”, sembra comunicare. Già, certo, come no.
“Non è una vecchia conoscenza, questo?”, chiedo sottovoce al mio ragazzo.
“Sì, è quello che mi sono fatto l’anno scorso qui sotto. Che poi, fatto... una seghetta”.
Ora ricordo meglio: questa faccia di Cristo versione non sofferente ma gaudente, abbastanza piena anche se scolpita dalla barba e incorniciata dai capelli castani, lisci e lunghi fino alle spalle, girava come un dannato alla ricerca di non si sa cosa. Perché non si fermava mai, nemmeno per contemplare le gustose scenette messe in piedi da quell’assortimento di uomini affamati di cazzi, di mani, di occhi, di palle, di culi. E così il mio ragazzo l’ha adescato con semplicità, chiedendogli qualche dato anagrafico condito dalle preferenze in fatto di sesso, quelle generali e quelle contingenti. Timidezza o ritrosia che fosse, tutto terminò, ora ricordo, sì, con un mano a mano. Questo mi disse, visto che non partecipai, né vidi il quadretto.
Un anno mi sembra più che sufficiente per aspettare la rivincita. È il mio turno. Zip dello zainetto aperta, afferro una bustina con un preservativo e un’altra di lubrificante. Mentre mi alzo e gli sfilo quasi a fianco dimenando il culo un po’ più del solito e sentendomi davvero libero oltre che molto eccitato, predispongo il mio animo a quello che verrà o meglio che deve accadere, l’incontro. È che il tipo - non avrei mai pensato di rivederlo - mi attrae sul serio: non è molto alto, anzi, è un po’ tarchiato, ma a parte quella faccia da Messia di provincia, nutrito probabilmente a prosciutti e salsicce, di lui mi piacciono molto le gambe, forti e tornite e quei coglioni così grossi, penzolanti e morbidi, sui quali ho messo gli occhi più o meno trecentosessantacinque giorni fa. Ha pochi peli, chiari. Concludo che è un bel manzo e che, se ha la stessa fame che ho io in questo momento, non tarderà.
Infatti mi apposto in una radura che si trova sulla sinistra del cammino che parte dalla sommità della duna e da lì lo vedo scendere a sua volta, un po’ guardingo. Quando si accorge che lo sto osservando, distoglie rapidamente lo sguardo, accelera il passo e gira nella radura antistante. Lo seguo, però lentamente, per non dare l’impressione di volergli stare addosso: lo marco a vista, ma con discrezione. Lo perdo per un attimo, poi lo vedo fermo tra i cespugli. Dal cazzo molle esce un fiotto giallognolo. Sta pisciando. Finita l’operazione mi passa a fianco, io rimango fermo. Si allontana rapidamente. Vuol forse farmi credere che è venuto qui solo per pisciare?
Iniziamo così un estenuante nascondino, giocato a corpi nudi, aggirandoci come animali nel bosco e fiutandoci a vicenda: lui se ne va oltre la collina, io lo seguo; torna a stendersi sul suo telo da bagno, io resto nella boscaglia; si muove in avanti, lo precedo; retrocede, lo mando a cagare. Sto quasi per desistere, uscire dalla radura dove sono tornato a infilarmi e proseguire oltre, verso una coppietta che sta prendendo il sole più lontano e che non sembra esser lì “per quello” anche se non si sa mai, quando giro un po’ la testa e... lo vedo a qualche metro da me. Fermo, piantato in mezzo allo spiazzo, le gambe leggermente divaricate, lo sguardo perso in un punto indefinito davanti a lui. La posa è quasi statuaria, soprattutto grazie all’immobilità, all’indifferenza. “Questo crede di non essere gay”, penso. Possibile? Eppure di anni ne avrà sui trenta, non quindici. Il cazzo mi segnala, con spontaneo turgore, che non è il momento di pensare ai problemi esistenziali altrui. Comincio a menarmelo e intanto faccio due passi, poi altri due, poi altri due. Mi avvicino lentamente e vedo che anche il suo uccello è diventato duro e che lui mi osserva, anche se di tanto in tanto volge lo sguardo verso l’entrata della radura, non sia mai che qualcuno lo veda.
Gli sorrido, mi sorride. Ha una voglia tremenda, ma non si tocca. Non parla. “Ciao”, provo. “Ciao”, mi risponde. Ora lo posso sfiorare. La mia mano è già sul suo cazzo per far scivolare su e giù la pelle sulla cappella più rossa che io abbia mai visto. Ha una bella mazza ben proporzionata e i peli sono accorciati. Su e giù, su e giù con la mano. Lo vedo sorridere, ma non riesco a non fissare i suoi coglioni, che a ogni movimento della mia mano vanno avanti e indietro. L’altra mano adesso posa in terra le bustine fin lì custodite e accarezza le palle, le stringe e le tira verso il basso, poi le rilascia e torna a comprimerle. M’inginocchio e assaggio, prima con la lingua poi con le labbra schiuse, quei coglioni lisci. Odore di sesso. M’inebrio. Lo guardo, mi guarda. Gli piace. Il suo cazzo che batte sul mio viso mentre lo lavoro con la bocca più sotto. Gli piace. Risalgo rapido con la lingua lungo l’asta, mi aiuto con la mano destra e me lo ficco in bocca. Spompino e mugolo, mugolo e sbocchino. Di lui non percepisco alcun suono, solo intuisco che ora ansima più forte.
Ha visto la gomma e il gel? Ha capito che sono lì proprio per quello? Non farà niente che io non voglia, questo attivo inattivo, questo non gay, forse bisessuale o forse eterosessuale per tutti ma non per me, qui, in questo momento. Potrei passare la vita intera a succhiargli la minchia senza vedere una goccia della sua sborra, perché lui non farà niente che io non voglia: la colpa deve essere mia. Se si fa spompinare da un ragazzo, è perché il ragazzo ha voglia, non perché lui lo desidera.
Allora fuori la nerchia dalla mia bocca. Mi alzo, gli do le spalle: guarda questo culo; adesso te lo fai. Adesso ti porgo le bustine (le sai aprire, quelle?) e tu ti metti il preservativo, mentre io mi sporgo leggermente in avanti e con le mani allargo le natiche. Guarda questo buco, ha voglia del tuo cazzo. Accontentalo, fagli questo favore.
Si spalma il lubrificante sul cazzo, gli prendo la bustina per mettermene qualche goccia sul dito e bagnare il culo. Ho il buco dilatato. Sono aperto, puoi entrare. Un colpo. Brucia. Un altro colpo, grido. Scivola dentro. Ha le mani sui miei fianchi, mi afferra, comincia ad andare dentro e fuori. Lo sento dentro e godo. Inizia ad accelerare, dà colpi più forti, in quella posizione ondeggio e quasi perdo l’equilibrio.
Mi giro di scatto, il cazzo mi esce dal culo, mi guarda stupito e subito mi riacciuffa i fianchi con le mani. Hai paura che me ne vada e che ti pianti qui, cazzo in tiro, senza aver concluso? È proprio matto. “Vieni”, gli dico, mentre mi avvicino a un albero, allungo le braccia e appoggio le mani sul tronco, divarico le gambe e sporgo il culo. Mi sembra di avere un buco enorme e adesso quello che voglio è solo il suo cazzo dentro fino in fondo. Me lo rimette dentro d’un colpo e m’incula. Forte. Ansima sempre più e a me piace da morire allungare una mano sotto la mia pancia, oltre il mio cazzo e carezzargli i coglioni mentre lui va sempre più forte e me li sbatte contro.
Un suono strozzato e piccoli colpi con cazzo ben piantato nel mio culo: sta sborrando. Porto la mano al mio uccello, due o tre movimenti e sento il buco pulsare, il cazzo contrarsi ritmicamente e il bianco cadere in terra. Sto ancora ansimando che lui già lo sfila. Lo vedo togliersi il preservativo, lasciarlo cadere e poi “ciao”, mi dice, e già si allontana.
Ciao, uomo. Al prossimo anno.


Altre mie avventure estive? Qui.

sabato 18 febbraio 2012

Sogno (è tornato)

Groviglio di pensieri, di sentimenti contrastanti, di situazioni non chiare. In certi momenti della vita o della giornata, si è per forza (?) in due. Ed è già così difficile capirsi da soli, figuriamoci cercare di comprendere sé stessi e anche l’altro. E se teniamo presente che una coppia significa Noi e non solo Io più Lui, abbiamo già tre entità cui pensare.

Devo prendere un aereo. Io e Lui stiamo facendo una corsa pazza per arrivare in orario. Sono sempre più convinto che ci siamo sbagliati: il nostro volo era alle quattro, non alle sei. 

Lui mi ama, non c’è dubbio. Io lo amo, ne sono certo. E allora, qual è il problema?

Abbiamo un ritardo di due ore, non ce la faremo mai. Massì, massì, figurati, ce la facciamo. Invece no. Guardo il piazzale dell’aeroporto dalla scaletta di un aereo giallo senza passeggeri nè comandante, so che non partirà.

Terribile è poi la situazione di chi si sente preso tra due fuochi: Lui e l’Altro. Vanno considerati entrambi? Separatamente? Separarsi da uno per andare verso l’altro? 

Cosa sente l’Altro per me? E io per lui?

Te l’avevo detto, l’orario era sbagliato! E adesso?

Separarsi da entrambi per stare finalmente soli con sé stessi? Io, Lui, Noi, l’Altro. Mancano gli Altri. E il Lavoro. E la Famiglia. E...

E adesso niente, Lui prende una Vespa, s’infila un casco sulla testa e se ne va. Così, senza dire nulla. Dalla scaletta osservo la folla di passeggeri brulicare e muoversi in tutte le direzioni. Io resto fermo a guardare.

E viene voglia davvero di mandare tutto al diavolo.

venerdì 17 febbraio 2012

A volte tornano

IV.

La spiaggia è di nuovo quella, siamo tornati sul luogo del delitto. Ci sistemiamo al solito posto, ombrellone e asciugamani un po’ in disparte, tra le dune, al confine tra la spiaggia vera e propria e la zona proibita.
Sono solo in questo momento perché il mio ragazzo è partito per il suo giro esplorativo. A un certo punto, sento dei gemiti provenire da un luogo indefinito, oltre i cespugli. Mi allontano quindi di qualche passo dagli asciugamani e vedo, all’ombra di due alberi, due ragazzi in una posizione che non lascia adito a dubbi: uno è in piedi, mentre l’altro è in ginocchio davanti a lui. Il pompinaro ha gli occhi chiusi mentre muove la testa ritmicamente avanti e indietro per far scivolare il cazzo nella sua bocca. Non l’ho mai visto prima. È giovane. Sembra concentrato sul lavoretto che sta facendo. Si applica.
Il ragazzo che sta in piedi si accorge presto della mia presenza, ci scambiamo uno sguardo ed io lo riconosco immediatamente: è il tipo dell’altro giorno, il maiale che ho sbocchinato mentre prendevo anche l’uccello del mio ragazzo. Sorrido, pensando a com’è porco e a come mi eccita, però lui non cambia espressione. Decido comunque di lasciarli soli al loro destino e torno agli asciugamani, ligio al mio dovere: non è ancora il mio turno.
Non sono passati neanche dieci minuti da quando mi sono steso di nuovo sul mio telo da bagno che d’improvviso vedo sbucare e dirigersi verso di me il maiale. 
La visione è quasi surreale, perché sembra avere una gran fretta, appare agitato e cammina con il cazzo duro che ondeggia leggermente a ogni passo. Si pianta giusto davanti a me, osservando guardingo a destra e sinistra. Sono così sorpreso, che non faccio nemmeno in tempo a pensare “che cazzo vuole?”, mentre osservo il suo corpo abbronzato, proporzionato, molto bello.
“Allora, come va?”, mi chiede con tono distratto, come se ci fossimo incontrati per strada e la domanda fosse pura cortesia.
“Bene. Tu?”, gli dico.
“Tutto bene, tutto bene...”, mi risponde con quel sorriso davvero perverso che già conosco.
Nel frattempo io mi sono messo seduto. Lui allora fa l’ultimo passo che gli resta prima di starmi addosso, si impugna il cazzo e lo avvicina alla mia bocca finché la cappella sfiora le mie labbra.
“Fammi un pompino, dài”. La decisione e il tono della sua voce mentre pronuncia queste parole trasmettono tutta l’eccitazione di cui evidentemente è preda, ed elettrizzano anche me. Mi stordiscono. Inebriato da tanta lussuria, mi lascio fare. Prende la mia testa con una mano, la spinge contro il suo cazzo mentre io ho già schiuso le labbra e lo lascio entrare. Già so quello che farà. E infatti: appena la sua cappella sbatte contro la mia gola, ritira il cazzo quasi fino a farlo uscire, poi inizia a muoversi avanti e indietro, cercando di mantenere la mia testa più ferma possibile, adesso tenendola con due mani. Mi sta scopando la bocca. Altro che pompino. Il maiale condisce il tutto con le solite, consuete, banalissime ed eccitantissime domande: “Ti piacciono i cazzi, eh? Puttana... E il mio ti piace?”. Io gli rispondo come posso, gemendo, e so che sono proprio i gemiti ciò che vuole sentire.
A un certo punto fa uscire il cazzo e mi ordina: “Apri la bocca!”. Eseguo, pensando che voglia ficcarlo di nuovo dentro, invece afferra l’uccello e, con un movimento rotatorio, sfrega la cappella contro le mie labbra. “Guardami!”, mi ordina ancora. Evidentemente mi vuole così: in ginocchio, con espressione adorante, il dio cazzo pronto a fottermi ancora la bocca, i miei occhi nei suoi. Sì. Adesso è di nuovo col cazzo dentro la mia bocca, fino in fondo, ma invece di scoparla, si ferma così. Tutto dentro. Chiudo gli occhi e trattengo il respiro. Un po’ di saliva gli sta bagnando le palle.
“Leccami le palle”, mi dice e io mi libero di tutta quella carne che invade la mia bocca ed eseguo. Con una mano spingo il suo cazzo contro la sua pancia e gli lecco i coglioni, premendo forte la lingua. Lo sento gemere, finché non resiste, afferra la mia testa con due mani, apro la bocca e mi mette di nuovo il cazzo dentro; Mi sta di nuovo scopando la bocca, con ancor più impeto.
Finché lo sento gemere sempre più forte e percepisco che il movimento avanti e indietro si fa sempre più serrato. Di colpo si ritrae, fa un passo indietro e, mentre ansima, dal suo cazzo esce la sborra. Adesso con una mano si sfiora il petto, con l’altra accarezza il cazzo e lo aiuta a far uscire gli ultimi schizzi che finiscono sulla sabbia calda.
Lo guardo completamente stranito, lui mi sorride e se ne va.