sabato 9 giugno 2012

Ma quanto siete perversi?

Questo post del blog Eros su El País di qualche giorno fa mi sembra stimolante, perciò lo traduco e lo riporto qui. E voi che ne pensate?

Come tanti altri figli della sinistra degli anni Settanta, ho avuto la fortuna di crescere in una casa progressista, piena d’informazioni sul sesso per i piccoli. Però, più che nell’onda hippy, mi piace pensare che l’origine di tanto progressismo si trova senza dubbio nella mia famiglia materna, nel suo atteggiamento aperto e spregiudicato nei confronti del sesso.
Mio nonno - sessualmente attivo a ottanta e più anni, per la disperazione di mia nonna - ripete da decenni una massima che non ha imparato né a scuola né con i predicatori della sessualità positiva di San Francesco, bensì grazie alla saggezza popolare basata sul rispetto della differenza: “Ognuno fa del suo culo un vaso di fiori e ci mette il fiore che gli piace di più”.
Ogni volta che penso alle perversioni, mi ricordo della massima di mio nonno e mi rallegro del coraggio di alcune persone, capaci di essere coerenti con i propri desideri, per strani che possano sembrarci: quelli che cercano informazioni per apprendere e per incontrare i propri simili, quelli che un bel giorno si decidono a parlarne senza paura e trattano sulle proprie fantasie alla ricerca del consenso, quelli che non si fermano finché non sono sé stessi.
La perversione è un concetto-ombrello sotto il quale si raggruppano tutti i comportamenti sessuali umani che non aderiscono alla norma sessuale di una data epoca - istinti sessuali eccessivi, ridotti o deviati - e che si cominciò a utilizzare in psicologia per descrivere l’omosessualità e altri “disturbi” dell’istinto sessuale come il sadismo, il masochismo o il feticismo. Se volete approfondire la storia di questa idea, vi consiglio il brillante saggio del filosofo Arnold Davidson, L'emergenza della sessualità. Epistemologia storica e formazione dei concetti (Quodlibet, Macerata, 2010). Astenersi allergici a Michel Foucault.
Nella nostra epoca, sarebbe politicamente corretto chiamarle “parafilie”, termine che viene dal greco παρά (oltre, al margine di) e φιλία (amore), e definirle come fantasie, impellenze o comportamenti tra persone adulte, fisicamente sane e consenzienti, marcate da un interesse sessuale potente e persistente per attività che non sono la copula né i preliminari, ma spesso oggetti, attività o situazioni inusuali. Il concetto è ancor più ampio e segnala le possibili conseguenze negative di questi comportamenti, ma siccome siamo a favore della cancellazione delle parafilie dalla lista dei disturbi mentali, vi risparmiamo il resto.
Se partiamo dalla semplice descrizione del fenomeno, non è necessario assumere un atteggiamento eccessivamente confessionale per affermare con onestà che tutti siamo un poco aberranti, deviati, insomma, pervertiti. Lei, preferisce vedere sua moglie in collant, giarrettiera e reggiseno invece che nuda? Perverso! A lei piace succhiare le dita dei piedi del suo fidanzato? Perversa! Vi piace da matti mordere o essere morsi? Perversi! Non c’è niente che vi ecciti di più che essere trattati come un bambino o una bambina che si sono comportati male? Vi piace masturbarvi con scarpe da ginnastica usate? Le piace essere utilizzato come tavolo per il salotto? Perversi, perversi, perversi!
 
Solo quelli che limitano la propria vita sessuale alla routine di un bacio e tre carezze come prologo all’apoteosi del “missionario”, possono dormire tranquilli e annoiati con il loro specchiato esercizio e la loro difesa della normalità e rivolgere a noi, altri mortali, un’occhiataccia... di pura invidia, suppongo.
 
È così divertente essere un pervertito che, da molto tempo, nella lingua anglosassone - una cultura che sicuramente ha molto da insegnarci in materia di perversioni - l’abbreviazione “pervy” si utilizza comunemente nella grande famiglia dei pervertiti come un termine positivo che riafferma e difende la singolarità della sua natura. In inglese, essere “kinky” è un complimento. 

Il fatto è che ci sono perversioni “alla vaniglia” ed altre, diciamo, più pittoresche. E la reazione di ognuno davanti a una determinata perversione è assolutamente soggettiva. Io, per esempio, non potrei mai stabilire una relazione con una persona che fosse feticista dei piedi, perché mi dà fastidio che me li tocchino e la sola idea di qualcuno che me li succhi mi fa rizzare i capelli. Tuttavia, quando relativamente pochi anni fa scoprii di avere un accentuato feticismo per gli indumenti intimi femminili, sconosciuto fino ad allora, mi lanciai a capofitto, stupita e felice, a coltivare il mio nuovo tesoro.

Cos’abbiamo in comune un esaltato delle statue, dei manichini e dell’immobilità in generale (agalmatofilia) ed io con il mio gusto per gli indumenti intimi femminili? Beh, tutto: ognuno nutre il suo feticcio senza recare danni al prossimo, abbelliti del fiore che più ci piace.

Per me che sono gay la questione è superata ormai da anni: ogni giorno, non passa un solo minuto senza che qualcuno o qualcosa mi ricordi quanto sono pervertito. Perché è evidente che se la norma sessuale sono, come afferma l’autrice del post che avete appena letto, un bacio, tre carezze e poi il missionario (come stereotipo di rapporto eterosessuale), io mi trovo non dico agli antipodi, ma certamente molto lontano da lì. E sono incuriosito (pur senza averle mai provate) da alcune pratiche sadomaso leggere (perché credo che in me il confine tra piacere e dolore sia, a volte, molto sottile) e dalla relazione dominante/sottomesso.
E voi? Che rapporto avete con ciò che solitamente chiamiamo perversioni? Avete qualche fantasia, soddisfatta o no, che non rientra precisamente nella norma che qualcuno ha previamente stabilito per voi?

lunedì 4 giugno 2012

Le parole, ad esempio

"Con un uomo che mi parlasse di pisellini e patatine potrei al massimo andarci a cena", dice Estrella Marina. Io neanche quello, figurati un po'. Contro il logorìo del sesso benpensante e benpensato, andate a leggerla. E beccatevi questo:
Er cazzo se po di' radica, ucello,
Cicio, nerbo, tortore, pennarolo,
Pezzo-de-carne, manico, cetrolo,
Asperge, cucuzzola e stennarello.

Cavicchio, canaletto e chiavistello,
Er gionco, er guercio, er mio, nerchia, pirolo,
Attaccapanni, moccolo, bruggnolo,
Inguilla, torciorello e manganello.

Zeppa e batocco, cavola e tturaccio,
E maritozzo, e cannella, e ppipino,
E ssalame, e ssarciccia, e ssanguinaccio.

Poi scafa, canocchiale, arma, bambino.
Poi torzo, crescimmano, catenaccio,
Minnola, e mi'-fratello-piccinino.

E tte lascio perzino,
Ch'er mi' dottore lo chiama cotale,
Fallo, asta, verga e membro naturale.

Quer vecchio de spezziale
Dice Priapo; e la su' moje pene,
Segno per dio che nun je torna bene.

(Giuseppe Gioachino Belli, Er padre de li santi)

mercoledì 30 maggio 2012

Del (non) vedersi

Troppo in fretta Milk, troppo veloce, tira sul freno, forza. Pazza idea, quella di accettare il suo invito ad uscire con i suoi amici. Saper dire di no, ogni tanto, Milk? 
Ci ritroviamo io e lui all’uscita della metro. “Ma sai da che parte dobbiamo andare?”, gli chiedo io, che ci vedo benissimo. “Sì, attraversiamo la strada a qualche metro da qui, prendiamo la via di fronte e poi giriamo alla seconda a destra”. Mi prende sottobraccio. Guida lui. In qualche attimo arriviamo così alla più bella piazza di questo meraviglioso quartiere, quella quadrata con gli alberi, vicino alla quale mi sarebbe piaciuto abitare. Le terrazze dei locali che la circondano sono piene di gente e in mezzo, tutto intorno allo spiazzo sterrato dove corrono cani e adolescenti in bicicletta si esibiscono in ardite acrobazie, decine di ragazzi se ne stanno seduti sulle sporgenze in pietra o in piedi, chi con la sigaretta, chi con la lattina di birra, chi con magiche spezie. Tutti parlano, ridono, si sorridono. 
Mi viene presentata la compagnia di C. Lo salutano e lui mi introduce via via alle varie persone. Il gruppo è vario e sembra ben consolidato: quel ragazzo è del sud, se ne va lontano tra qualche giorno per lavoro e non tornerà prima di un anno; quell’altro è il ragazzo che ha aiutato C. a piantare zucchine e pomodori nell’orticello del cortile di casa sua; quella è la sua ragazza, voce da attrice di pubblicità, monocorde ma entusiasta; del ragazzo greco (no, non è quello alto, quello è un altro) ho già dimenticato la faccia; e questo è il giornalista disoccupato, un ragazzino biondo, capelli lunghi sopra e rasati ai lati, piccolo, magrissimo, glabro, ma con barbetta di due giorni, orecchino al naso, molto carino; e poi altra gente e due tedeschi in coppia, due bei maschietti dall’aspetto gentile, amici di non so più chi e capitati lì non so più bene come.
Girava un’ottima maria in tre canne che facevano la spola da un’estremo all’altro della sporgenza in pietra. “Che bene mi sta facendo”, gli sussurro riferendomi al fumo. Ma dura un attimo. Sono tutt’occhi e non posso fare a meno di chiedermi come mi staranno giudicando; chissà se alcuni di loro pensano di poter sostituire i loro occhi ai suoi. (Sarà adatto a lui? Certo, parla pochino eh. Mi sembrava rigido. Hai visto come teneva stretta a sé la borsettina? Ma dov’è che l’ha beccato questo? Eccone un altro, vediamo quanto gli dura).
Elucubrazioni. Stupide, stoltissime, lo so. Ma si fissano nella mia testa. Ed è il mio errore: gli occhi che si posano a quel modo su di me, sono in realtà i miei, mentre m’inganno e confondo la loro percezione con la mia. E nel frattempo, cosa vede C.? Mi accarezza più volte il braccio, la mano, e mi sembra contento che io sia lì. È seduto alla mia destra. Fletto la gamba sinistra, porto il ginocchio vicino al mio petto poggiando il piede sul bordo della sporgenza. Mi costruisco un séparé umano e autarchico per difendermi un po’. Da che cosa, non so bene. Dagli sguardi, suppongo. Dalla vista. Dal giudizio. Del resto, darci un po’ le spalle (non molto, solo quel poco perché la conversazione non ci lambisca) riesce molto bene anche a loro. Per brevi attimi ci siamo solo noi e le nostre due voci si parlano vicine, formiamo una bolla.
Qualcuno la buca di tanto in tanto. Forse l’imbarazzo è reciproco. Forse è più facile per alcuni di loro rivolgergli la parola, salvo poi dimenticarsi di ascoltare la sua risposta. Ho visto C. parlare al vuoto per due volte e io magari esagero e sono proprio una testa di cazzo, ma mi è sembrata una bella vigliaccata. Alcuni pensano (forse, è solo un’ipotesi) che chi non ti vede non possa accorgersi di cosa loro stanno facendo davvero, un po’ come se questa persona sparisse di colpo (non mi vede, quindi non la vedo; quasi una punizione). Io credo che si sbaglino, perché non vedere non vuol dire non esserci. Io credo che certe cose C. le veda più e meglio di me, di loro. “Ti trovi bene?” mi chiede lui, infatti. Io mento. Poco dopo: “Ti vanno a genio?”. Mento un’altra volta, tuttavia se fossi sincero non direi nessuna cattiveria, ma solo: “Ho bisogno di tempo. Per sapere questa e altre cose”.
(C. è un uomo d’avventura. C. ha deciso di fregarsene, probabilmente già moltissimo tempo fa. Un giorno al mare, spiaggia nudista, si butta in acqua con un amico suo, costretto anch’egli ad aguzzare l’udito, e cercano nuotando l’alto mare finché l’unica cosa che sentono è lo sciabordare dell’acqua tutt’attorno a loro. Dove sarà la riva adesso, che non si sentono più gli schiamazzi, il vociare diffuso, il rumore delle palline da ping pong che battono sulle racchette di legno? Come si torna indietro ora? “In una spiaggia naturista, due ciechi che si perdono in mare...”, e C. si fa una gran risata pensando a quanto si era divertito quella volta).
Alla fine rimaniamo solo C., il ragazzo che parte ed io. Il suo atteggiamento è diverso, sembra più affettuoso di quello degli altri. Scambiamo quattro chiacchiere e la conversazione scorre finalmente fluida, più rilassata. Salutiamo il ragazzo che parte‚ nel corridoio della metropolitana. Rinviamo a un altro giorno un possibile incontro più intimo, perché ormai è tardi e lui domani deve uscire di casa alle otto meno un quarto. “Ma muoio dalla voglia”, mi dice. “Anch’io vorrei farlo”, gli dico. E stavolta non mento.
La sensazione che mi resta mentre già seduto nella carrozza mi sbatto in cuffia a tutto volume la prima cosa che mi capita a tiro, sperando mi riempia il cervello, ha un sapore molto sgradevole: e se la cecità di C. fosse il buon pretesto per nascondergli quell’indegnità e quella mediocrità che sento mie? È un brutto pensiero che adesso per fortuna è già svanito. Paradossalmente è proprio C. che mi sta aiutando ad aprire gli occhi, a capire che tutto si sente e ben poco si vede.

lunedì 28 maggio 2012

Amore cieco

Blip. Una finestra che si apre. È un messaggio abbastanza lungo. Sembra scritto da una persona attenta e curiosa. Si sta interessando seriamente a chi sono davvero. Una sola foto, nella quale appare la testa e il busto di un ragazzo giovane, sorridente, barba corta e sguardo basso. Cattura la mia attenzione fin da subito. Non solo mi affascina il suo aspetto, ma anche quello che dice e gli apprezzamenti che fa su di me contribuiscono ad accrescere la mia curiosità: stranamente, infatti, non fa mai riferimento al mio fisico. Al secondo o terzo messaggio emerge, come un inciso, la spiegazione: in un mondo dove apparire è tutto, dove l’immagine che diamo di noi stessi (il corpo per come si offre allo sguardo, innanzitutto) serve a giudicare e a guidare le nostre scelte, a volte in modo definitivo, ecco un ragazzo per il quale potrei farmi ritrarre in mille pose differenti, mostrare il culo, il cazzo, il busto, la faccia... e non servirebbe a niente. Un riproduttore che legge quel che appare sullo schermo del suo computer è l’unico strumento che può utilizzare per decidere se vale la pena o no contattarmi. Per il momento, insomma, non sono un’immagine (non posso esserlo ai suoi occhi), ma solo le parole che scrivo.
Dobbiamo vederci oggi (“vederci”, come suona stonata nella mia testa questa parola adesso), ma c’è il mio lavoro e ci sono i suoi impegni... gli propongo un appuntamento all’una di notte, pensando che mi manderà a quel paese. Ne è entusiasta, “così avremo tutto il tempo di prendercela comoda, se ci va”. Maschile e tenero al tempo stesso, affettuoso fin dal modo che ha di calibrare le parole. 
Durante la giornata ci mandiamo alcuni messaggi via Whatsapp. Predilige le note audio e nella prima mi chiede se posso inviargliene una, “mi piace sentire la voce”. Accedo volentieri alla richiesta e adesso non sono più solo parola scritta ma anche suono. Sto prendendo forma. Nelle sue orecchie.
E così, quasi alle due di mattina, gli vado incontro come avevamo concordato, lungo la via: eccolo lì, in mezzo alla carreggiata, il bastone bianco che tiene ben teso davanti a sé, la camminata sicura mentre scende verso la piazza. Maglietta, pantaloni corti, delle infradito nere e, intorno a una caviglia, una finissima catenina d’argento. “C.?” gli dico toccandogli un braccio, “sono Milk”. Mi sorride e sembra la gioia fatta persona. “Vuoi prendere una birretta?”, propone. “Ma no, è già tardi, la beviamo direttamente a casa mia”. “Va bene”, mi risponde, “ma prima devo comprare delle sigarette”. Dobbiamo avviarci a un locale che sta a due passi e mentre c’incamminiamo, il primo contatto fisico da parte sua: mi prende a braccetto e segue i miei movimenti. Gli spiego quel che vedo, ma mi accorgo presto che il più delle volte non serve: se faccio un gradino, lo sente e lo fa anche lui, se piego a destra o a sinistra, pure, se mi fermo si blocca.
“Tutto è scuro ma a volte vedo degli sprazzi di luce” mi dice quando siamo a casa, seduti sul divano, due birre già aperte e una sigaretta a testa in corso. “Questo mi aiuta a orientarmi meglio”. Appena entrati mi ha toccato il viso e poi il resto del corpo, il torso, le braccia, le gambe, descrivendomi ciò che ha “visto”. Ho preso ancora una volta forma. Nelle sue mani.
È una persona di una vitalità inusuale: abita da solo in un appartamento al piano terra e nel suo cortiletto ha piantato un piccolo orticello di zucchine e pomodori, ha un lavoro che gli permette di avere uno stipendio dignitoso, viaggia molto per passione, suona il pianoforte (“ma non so improvvisare”), va a teatro e ha anche recitato per una piccola compagnia. Ha portato con sé una piccola cassetta metallica dove conserva la maria, le cartine e la macchinetta per rullare.
Anch’io lo tocco, però in silenzio: le mie dita sfiorano le sue sopracciglia, così fine e morbide, la sua barba, accorciata da poco, l’attaccatura dei capelli, cortissimi, sul collo. Lì lo bacio, ripetutamente. “Che pelle morbida che hai”. “Anche tu”. Non smetterà mai di dirmi quanto si sente bene a stare lì con me. La verità è che i suoi abbracci e le sue carezze, così calde, mi rapiscono.
Continuiamo a parlare di noi, rolla una canna e ce la fumiamo. Facciamo salire lentamente la pressione e i baci che ci scambiamo diventano sempre più roventi. Ci leviamo le magliette e le carezze si fanno più ardite. Il suo petto peloso è ora il terreno d’incursione delle mie mani, della mia bocca e della mia lingua. Quando ci togliamo pantaloni e slip mettiamo mano ciascuno al cazzo dell’altro. Il suo è di discrete dimensioni, una cappella grande, larga, i coglioni sono molto grandi, lisci e pendenti. È circonciso. Mi sorprendo più volte ad assaporare le spalle e le braccia, dove la mia bocca passa e ripassa, o il suo petto, le sue gambe e il suo cazzo, dove si posa la mia mano: ad occhi chiusi, come se stessi prendendo esempio, come se ogni gesto non visto si riverberasse dentro di me con più forza. 
Le carezze si moltiplicano all’infinito, finché mi fa mettere disteso a pancia in su e si sdraia su di me: gli piace sentire il suo corpo e il mio che si toccano in quasi tutte le parti. Si strofina contro di me e i nostri cazzi duri e pulsanti, là sotto, sembrano duellare. Sta piacendo anche a me, da morire. Ne approfitto per cingerlo in un abbraccio molto forte e poi scendo con le mani fino al suo culo, morbido e pieno, liscio.
Scivola con il corpo lungo il mio, fino a che la testa arriva all’altezza del mio cazzo. Adesso lo sta succhiando con notevole maestria: lavora bene su e giù lungo l’asta, non trascura la cappella, sulla quale rotea ora la sua lingua, poi se lo ficca fino in fondo alla gola ed è allora che i miei mugolii gli segnalano quanto grande è il bene che mi sta facendo. Lo faccio stendere a sua volta e gli ricambio la cortesia. Con altrettanta avidità gli succhio l’uccello e “Cazzo, che bello!”, mi dice e io continuo, forte di quell’incoraggiamento. 
Passeremo più volte dalla fase orale, reciproca, a quella degli abbracci, delle carezze, delle leccate e dei piccoli morsi in ogni parte di quei nostri corpi che adesso, nell’appartamentino perso in questa grande città ormai inghiottita dal buio, si stanno godendo la loro festa. “Vorrei che mi penetrassi”, gli dico. Mi sorride: “Prima dovrei pisciare, mi sentirei più a mio agio”. “È che non resisto”, gli dico, “non riesco a lasciarti andare”. Ed è davvero così: con le mie gambe, adesso che mi sta di nuovo sopra, gli cingo i fianchi e lo tengo stretto a me. “Ci beviamo un’altra birra? Così mi torna molle e vado a pisciare, ok?”. Ci proviamo, ma io continuo a toccarlo e baciarlo e l’operazione sgonfiamento dura più del previsto. 
Quando finalmente va in bagno, sembra ci debba lasciare un fiume intero. Al suo ritorno lo aspetto in piedi ed è un attimo: basta l’abbraccio, pelle contro pelle, i nostri corpi nuovamente vicini e i due cazzi scattano immediatamente sull’attenti. “Un sessantanove qui per terra, dài”, mi dice eccitato. Non me lo faccio ripetere due volte. Questa volta dovrò bloccarlo più volte per impedirmi di venirgli in bocca. Quando già non ce la faccio più, ci alziamo e mi dice: “Andiamo di sopra”. Lo guido fino nell’antro dove ci aspetta il tatami. Esplora l’ambiente con le mani prima di stendersi. 
Gli succhio di nuovo l’uccello, poi prendo il tubetto che giace abbandonato in terra: “Prendo del lubrificante”, gli dico. “Va bene”. Inizio a lavorarmi il buco e lo stesso fa lui, infilandoci un dito. “Hai un preservativo?”. Glielo porgo e, in un attimo, lo indossa. “Come vuoi che facciamo?”, mi chiede. “All’inizio mi piace così”, gli rispondo, mettendomi a pecorina, “mettiti dietro di me”. Preme il cazzo contro il mio buco e lo infila lentamente. Quando è dentro fino in fondo appoggia il suo corpo contro la mia schiena e inizia a montarmi. Dopo un po’, mi fa stendere su un fianco e mi prende da dietro, con ancor più forza. Spingo la testa indietro, voltandomi verso di lui: cerca la mia bocca, ci baciamo a lungo mentre lui continua ad assestare i suoi colpi. Perdo un po’ di sborra, sono al limite dell’orgasmo, ma lentamente il suo corpo sembra spegnersi, come un lumino la cui fiamma si affievolisce poco a poco. “Sei stanco?” gli chiedo. “Beh, un po’...” mi dice sorridendo.
I movimenti cessano del tutto. Rido tra me e me pensando che è il primo ragazzo che si addormenta scopandomi, per di più col cazzo ben piantato nel mio culo. Lo faccio uscire, lui si sveglia giusto per il tempo necessario a togliersi il preservativo e porgermelo. Scendo di sotto per recuperare il cellulare e portarlo su. Guardo l’ora: sono le cinque e mezza. Una bella dormita non mi nuocerà di sicuro.
Ma ho il sonno troppo leggero questa notte, la prima in cui divido questo nuovo letto con un ragazzo non solo per scoparci insieme. Nella penombra della stanza e poi, quando entra più luce, lo osservo: il suo corpo longilineo se ne sta molle e completamente nudo, adagiato sul tatami. I tratti del viso sono fini e un po’ duri, ma l’espressione è rilassata e sembra quella di un bimbo. Le mani aggraziate sembrano cercare qualcosa anche nel sonno. Si può dormire davvero con una creatura così bella al proprio fianco? “Che fortuna”, penso e ripenso, ed è la stessa cosa che gli ho detto qualche ora fa.
Il risveglio è fatto di un supplemento di carezze e di parole dolci. “Scusami per questa notte, scusa”, mi dice. “Ma di che?”, gli rispondo. E comincio a spompinarlo. Adesso, stando disteso su un fianco, mi prende la testa fra le mani e mi scopa la bocca con foga, fino a togliermi il respiro. Poco dopo, è lui ad afferrare con una mano i nostri due cazzi uniti mentre gli sto sopra. È lui che muove freneticamente la mano in una sega cazzo contro cazzo che mi fa ansimare di piacere. Lo interrompo, gli dico che se continua non riuscirò a trattenermi. Allora è lui a dirmi: “Vieni, non ti preoccupare, vieni, anche a me manca poco”. E io allora mi lascio andare e bagno la sua mano, il suo uccello e la sua pancia con la mia sborra. Quasi contemporaneamente vedo degli schizzi bianchi uscire dalla sua cappella e cadere sul suo petto.
“Quasi quasi ti proporrei di andare a fare colazione fuori”, mi dice C. poco dopo, mentre siamo stesi uno di fianco all’altro. “Dopo passo a casa mia a prendere la torta che ho preparato per salutare un amico che se ne va domani. Andiamo tutti a mangiare al parco. Se hai tempo più tardi, potresti venire anche tu”. “Grazie, ma devo vedere un amico, ho già preso un impegno con lui”. 
Le nostre chiacchiere proseguono nella terrazza del bar vicino alla chiesa del mio quartiere, poi lo accompagno fino alla stazione della metro. È ormai l’una. “Mi piacerebbe rivederti”, mi dice. “Anche a me. Ci chiamiamo, va bene?”, gli rispondo. E gli indico la direzione che deve prendere dopo i tornelli. Riemergo e mi ritrovo di nuovo immerso in un gran sole estivo. Respiro profondamente e mi guardo attorno: tutto è colore, vita, movimento. Fermo vicino all’edicola, mi aspetta il mio amico.

mercoledì 23 maggio 2012

Buongiorno, dottore

E così capita di uscirci insieme e non si fa niente. Non si scopa. Si fanno grandi chiacchiere, si parla del presente e del futuro, dell’idea di coppia, della sua ossessione per qualsiasi maschio gli capiti a tiro, delle mie esperienze. Il clima si distende un po’, poi uno scazzo, il primo, da parte mia, per una minchiata galattica che poteva tranquillamente risparmiarsi. Lui capisce, si scusa, mi abbraccia in mezzo alla strada, e poi ancora scuse. Poi si torna a vedersi. È affettuoso, mi è vicino, ma non fa niente per lasciarmi credere che ci possa essere qualcosa di più. È più aperto, disposto ad ascoltare. E io mi curo. È la prima volta che m’invaghisco di qualcuno a questo modo da moltissimo tempo a questa parte e adesso, come terapia contro la delusione, uso l’omeopatia: R. a piccole dosi, senza sesso e pacificamente.  Scopamici per i quali la prima parte della parola composta sta andando lentamente a farsi benedire. “Ma se ti va, a me va bene anche scopare, eh”. Se mi va? La carità no, grazie. Preferisco partecipare ad “eventi”. Dopo i quali smangiucchiamo qualcosa in giro. E facciamo tappa in vari locali a sgollarci qualche birra. Ci sorridiamo e lui mi appare bello, ancor più bello di sempre. That’s all? Sì, e mi va benissimo così. Relax, take it easy.
Anche perché avevo la mente (sarebbe più corretto dire il culo) altrove. Aspettavo infatti la visita del dottore. No, non stavo male, si tratta di J. Questa specie di manzetto andante, dalla pelle scura e cazzo teso e giocoso, aveva appuntamento con me proprio stamattina. Non sono di buon umore, sono stanco perché ho dormito poco. Appena arriva, ci sediamo sul divano e io comincio a fargli mille domande. Mi racconta molte cose di sé, si apre in modo insperato. Penetro, almeno virtualmente, nella sua vita. Lui un po’ meno nella mia ma, ad essere sinceri, erano altre le sue mire.
Ride un po’ imbarazzato, voglio baciarlo. Stiamo così per un bel po’, assaporando le nostre labbra, le lingue che si scontrano e scivolano nelle nostre bocche dieci, cento volte, l’abbraccio che si fa via via più stretto e sensuale, la sua mano che scivola sotto i pantaloni e la mia ad accarezzare quelle spalle larghe e le cosce dure, di marmo. Sospira e sento un “mmmh” quando alla fine un dito sfiora il mio buco. Questa volta è un attimo: maglietta e pantaloni corti vengono sfilati in un nanosecondo e ci ritroviamo immediatamente nudi.
Con una mano sfioro appena il suo uccello duro e la pelle finissima che ricopre la cappella scivola giù, lasciandola scoperta e umida... i baci hanno sortito effetto. Resistendo all’impulso di cacciarmelo in bocca e tirare forte come fosse l’ultimo cazzo che vedo in vita mia, mi concentro sulle palle. Lecco quei coglioni morbidi e lisci e poi metto in bocca prima uno e poi l’altro, succhiandoli e lavorandoli con le labbra e la lingua. Mugola e, quando il mio sguardo incrocia il suo, annuisce e m’invita a continuare. Ma è già tempo di passare la lingua sull’asta, prima sotto, dalle palle alla punta, poi sopra, dalla cappella alla base. Poi gioco con la cappella, le labbra appoggiate sopra come se la stessero baciando. Sono in terra a quattro zampe e sporgo il culo perché lui, seduto sul divano davanti a me, lo veda, quel culo che sarà suo un’altra volta. Comincio ad andare sue e giù con la bocca sulla nerchia e la sento tendersi ancora di più. Comincia un movimento di bacino per scoparmi la bocca, tenendomi la testa ferma con una mano. Ma il richiamo del culo deve risultargli irresistibile se ora si china su di me, s’insaliva un dito e me lo ficca nel culo, trovandolo discretamente aperto. Il suo cazzo, quasi appoggiato contro il divano, viene leccato avidamente.
La voglia di averlo dentro mi assale ed è come se tutto quel preliminare, così gradevole per lui, risultasse quasi una tortura per me. Si rimette contro lo schienale del divano ed io, senza fare uscire il cazzo dalla mia bocca, prendo il tubetto di lubrificante, lo apro, ne prelevo un poco e mi ficco un dito e, in rapida successione, due dita nel culo. Osserva la scena guardando lo specchio, capisce la mia voglia, ma non si decide.
Allora mi alzo, mi metto sul divano a quattro zampe. Lui si alza e si mette dietro di me. Armeggia col preservativo, lo indossa e lo cosparge di lubrificante. I due animali sono pronti per la monta: io a pecorina col culo ben alto, la schiena reclinata e la testa contro il divano, lui dietro col cazzo duro, pronto a infilarlo.
E così è stato: una monta selvaggia, senza pause stavolta, puro godimento. Ne vengo stordito e il ricordo si concentra su sensazioni specifiche, quasi delle fotografie: i suoi coglioni molli che sbattono contro il mio culo, la mia mano che corre ad accarezzarli mentre sono scossi dai movimenti ritmati del suo bacino; il suo sudore che scorre quasi a rivoli, che cade goccia a goccia sulla mia schiena, sul mio viso; le mie gambe che sembrano quasi staccarsi dal corpo tanto ondeggiano sotto i colpi frenetici di quel toro; le sue mani che mi afferrano i fianchi e fanno sì che quel cazzo mi trivelli ancora più a fondo; il cigolio del divano che sembra debba aprirsi in due, proprio come il mio culo, il cui buco adesso è dilatato al massimo e bagnato.
Mi fa mettere il piedi e in quella posizione il piacere che sento diventa ancora più forte. Adesso mi sta chiavando in maniera eccessivamente violenta. “Ah, vengo!” e ansima, e stantuffa forte, e mugula, e scarica tutto nel mio culo. Schizzo tutta la sborra che ho sul pavimento e tra sudore e seme, tra i nostri piedi si forma un lago.
Ho la netta impressione, mentre si fa la doccia e io passo e ripasso lo Scottex in terra, che gli sia piaciuto meno dell’altra volta. Che i nostri pianeti, pur avendo goduto, non si siano sfiorati davvero. Non ne parliamo, ma me ne dolgo un po’, perché le intenzioni c’erano tutte. Ci promettiamo di rivederci, ma ho la netta sensazione che questa possa essere stata l’ultima volta o che passerà molto tempo prima di un nuovo incontro. Vedremo. Oggi mi sento tranquillo e niente sembra turbarmi davvero. Finalmente.