martedì 6 gennaio 2015

Il piccolo Ale

Non è stata la prima volta a casa mia. È stata la seconda, per la precisione. Gli avevo promesso pillole e carezze, contro i postumi della sbornia che si era preso a Capodanno. Aveva declinato i medicinali, ma aveva scritto: “Guarda che vengo a prendermi le coccole, eh”. “Esiste un modo migliore per cominciare l’anno?”, mi ero chiesto, fra me e me.
E così ecco Ale salire le scale sorridendomi, minuto e infreddolito, nei suoi pantaloni troppo stretti, il giubbottone e i guanti. Il primo di un miliardo di abbracci. Ma allora siamo contenti di vederci?
E parliamo e ci prepariamo un tè in cucina, poi lo sorseggiamo, seduti sul mio letto. E parliamo. E parliamo. Finché la vicinanza non fa il suo dovere. Mi prende all’improvviso la bocca con la sua. Ci stringiamo in un abbraccio che mi dà l’acquolina, che lubrifica le nostre labbra che si sfregano le une contro le altre, mentre il respiro si agita e il cuore vorrebbe uscire dal petto e gridare: “Esisto”. Se riuscissi a pensare, ne uscirebbe qualcosa come: “Che non smetta mai”.
Ci spogliamo poco a poco, pezzo dopo pezzo. Le mie dita trovano subito i suoi capezzoli, già così duri e circondati da peli corti e biondi. La sua lingua è sul mio collo e scivola verso l’orecchio. Ho i brividi. Poi è una confusione di mani che carezzano, palpano, stringono e di bocche che cercano affannate qualcosa da baciare. Quando i cazzi si liberano, si mette a succhiare il mio. Lo fa lentamente, con dedizione e molta saliva. Poi è il mio turno. Lui è in piedi vicino al letto e io me lo ficco in gola più che posso, perché è molto lungo. Non si accontenta dei miei movimenti rapidi, ma mi prende la testa fra le mani e si agita muovendosi avanti e indietro per scoparmi la bocca. 
Sono solo le prove generali, interrotte da un suo gemito. Lo estrae, forse al limite dell’orgasmo, e mi fa mettere a quattro zampe. Mi schiaffeggia il culo con forza e a ogni colpo che ricevo, inarco di più il bacino. Ecco Ale, lo vedi come sono disponibile? Puoi farlo tuo. E allora lui s’inginocchia davanti al letto, appoggia la faccia sul mio culo e comincia una delle migliori leccate che abbia mai ricevuto. Non solo la sua lingua passa sul buco, adesso così ben esposto, ma lo penetra e lo morde e insiste, finché la porta si apre. Arrivano altri schiaffi, poi lui si inginocchia davanti a me, sul letto, perché io possa spompinarlo di nuovo. A un certo punto mi mette un dito in bocca, me lo fa succhiare come fosse un cazzo, mentre mi guarda. Poi mi porge nuovamente l’uccello, si china su di me, e mentre io gli faccio una pompa, lui esplora il mio culo.
Ho il buco aperto e il suo dito insalivato affonda facilmente, quindi ne inserisce un altro e un altro ancora e poi tira, strattona, come se cercasse la conferma della sua flessibilità. Data la situazione, e con il suo serpente ancora in bocca, non posso far altro che mugolare e attendere, paziente, ciò che desidero di più al mondo. Quando si sposta e si mette dietro di me, io mi adagio a pancia in giù mentre lui sfrega il cazzo tra le mie natiche. Ci sputa sopra, perché scivoli meglio, ma io allungo una mano dietro di me, lo impugno e punto la sua cappella sul mio buco. Voglio che mi faccia sentire com’è duro e che giochi con la mia apertura più recondita.
Così fa Ale per un po’ e io mi eccito e vengo sopraffatto, una volta di più, dalla voglia di tenerlo dentro, di sentire un contatto più intimo. Ehi, non così intimo, però. Ale fa scivolare dentro la cappella e poi, trovando la via completamente sgombra, mi sfonda il culo così, senza nessun complimento. Non ci stiamo dimenticando qualcosa, accidenti? Lo faccio uscire rapidamente, mi alzo e prendo un preservativo dal cassetto. Se lo mette, lo lubrifica e ricomincia il lavoro.
Mi fotte alla pecorina, prima lentamente, ma poi selvaggiamente, quasi con rabbia. I suoi movimenti sono molto rapidi, mentre con le mani mi afferra i fianchi e mi tiene fermo. Vuole che appoggi la testa e il busto sul letto, completamente offerto e sottomesso. Il mio buco si arrende presto alle martellate e si dilata completamente mentre gemo e Ale affonda dentro di me fino ai coglioni in una danza dannata. Un colpo particolarmente forte e mi ritrovo disteso a pancia in giù sul letto, con il suo bastone conficcato dietro. Che meraviglia questa melodia fatta del suo corpo che spinge nel mio con sempre maggior furia, il suo ansimare forte vicino al mio orecchio e il mio gemere per quel cazzo che invade la mia carne. “Mi manca poco... Vengo, io vengo”, mi avverte. E lo sento godere. Qualche istante più tardi, dopo aver gettato in terra il preservativo colmo di sborra, mi prende il cazzo e comincia a menarmelo, mentre mi masturba il buco. “No, non importa”, gli dico. “Non vuoi venire? Ti faccio un pompino”, mi propone. “No, davvero”. Per stavolta, va benissimo così.

mercoledì 31 dicembre 2014

Un po'

Che cosa conta in questo preciso istante? La luce che penetra le finestre riverberando violenta il candore della stanza? O i battiti accelerati del mio cuore mentre rimango disteso e fermo davanti a te, torcendo il busto per guardarti in faccia? Forse il mio affanno che assorbe la fissità di quest’attimo sospeso, una parentesi di silenzio inesplicabile? 
Qualche secondo fa te lo sei preso in mano e con lucida lentezza l’hai estratto dal mio culo. Piano, centimetro dopo centimetro, hai fatto uscire questo uccello grande e duro dal suo occasionale rifugio. I tuoi occhi, che miravano dritto tra le mie cosce, si sono allora velati di stupore e di un’eccitazione ormai difficile da imbrigliare. Con la voce calda e un tono che umilia e provoca al tempo stesso, mi hai detto: “Che aperto ce l’hai ora. Potrebbero entrarci due cazzi. Non avresti nemmeno bisogno del lubrificante”. Un buco che si inghiotte tutto, anche me, anche te, Ol.. Questo è ciò che davvero conta, l’elemento importante, il movente. 
“E non so come fai a resistere tanto con un cazzo in culo. Nemmeno lo senti”. Inspiri profondamente e con un colpo secco chiudi la parentesi e me lo ficchi dentro un’altra volta. Però adesso ti muovi con quella forza che prima avevo solo potuto intuire, perché tu l’avevi trattenuta tra fasci di muscoli, tendini, denti stretti e mascella. Per non farmi del male, per malintesa cortesia? È vero, all’inizio del tuo lavoretto, mi avevi chiesto: “Tutto bene?”. Dovrei avvisarli sempre prima: se qualcosa andasse storto, te ne accorgerai, baby. Non sei il primo, e dubito che sarai l’ultimo. Ti avevo quindi risposto di sì, che tutto andava più che bene, e allora, senza incertezze, lo avevi buttato dentro fino in fondo. E poi mi avevi domandato a più riprese quando mi avevano chiavato l’ultima volta, godendo delle mie risposte inframmezzate da gemiti. Ti eri sollazzato, certo, però senza eccessi, perché non si sa mai.
Però adesso no, hai già constatato l’eccellente livello di accoglienza e di elasticità. “Nemmeno lo senti”. E allora avanti e indietro senza scrupoli, fai ondeggiare il tuo bacino e lo sbatti contro di me quasi con rabbia mentre mi ansimi addosso. Mi tieni bloccato, non posso muovermi nemmeno un po’, mentre percepisco — eccome! — ogni colpo di quel palo che mi perfora dentro. Il mio culo rilascia un liquido trasparente e viscoso, che si aggiunge al lubrificante, richiamato dall’incalzare incessante della penetrazione. Ti bagno così. 
Capisco che sei quasi a fine corsa quando all’improvviso ti blocchi con il cazzo ben piantato in me e mi chiedi: “Dove ti piace farti sborrare?”. “Dentro”, ti rispondo. “Ah, sì? Io invece voglio venirti addosso”. Ti muovi ancora un po’, ma ne hai per poco. Lo estrai di nuovo, questa volta rapidamente. Ti togli il preservativo e te lo meni a qualche centimetro dalla mia faccia. Faccio solo in tempo a portare una mano sotto le tue palle bagnate dei miei umori e ti vedo schizzare sul mio petto. È calda e giallastra e il suo odore m’inebria.
All’inizio, dopo essere entrato in casa e aver sbrigato tutte le formalità — “È stato difficile arrivare?”, “No, ho trovato subito. Bello qui”, “Grazie” e forse qualcosa di più — mi avevi baciato e palpato il culo ancora fasciato nei jeans. Ti eri spogliato e mi avevi fatto inginocchiare sul letto mentre, rimanendo in piedi vicino a me, mi avevi offerto il tuo bastone. Lo succhiavo voglioso, mugolando e sbavando senza decoro. La tua mano si era allora posata sul mio buco e l’aveva strattonato. “Sei un po’ puttana, vero?”, mi avevi domandato. Un po’?

domenica 28 dicembre 2014

Il tempo ben speso

Quanti cazzi hai preso in questi quasi due anni di esilio? Immagino che sia questa la domanda chiave, l’unica che davvero conti su queste pagine bianco latte. Molti, signore mie. Perché se il gran cambiamento e gli sforzi per compierlo hanno sottratto le energie necessarie per stare qui, ciò non mi ha impedito di godere dei miei simili, di conoscerli - talvolta solo carnalmente - e di apprezzarli. O no.
Rileggendo queste pagine scopro straordinarie fedeltà. Ma., per esempio, che se n’era tornato negli Stati Uniti ed ora è di nuovo qui, vive e lotta insieme a noi; oppure Pe., che nel frattempo si è stabilito nel mio quartiere; o ancora, l’immancabile Santi, a ben vedere il mio unico pene rifugio.
Molti altri, di cui non ho fatto in tempo a scrivere, sono nel frattempo transitati. Altri sono arrivati e si sono fermati. Alcuni di loro vorrei se ne andassero. Di tutto ciò, a smozzichi e bocconi, scriverò.
Tuttavia Ale si è ritagliato un piccolo spazio. Minuscolo, però reale, mi accorgo ora che ci penso. Nessuno dei due lo ha voluto davvero, non è scattata nessuna passione amorosa - di quelle struggenti che rendono insopportabili tutti i minuti che scorrono lontano dall’essere amato - eppure ci cerchiamo discretamente, sondiamo il terreno whatsappeando con aria falsamente indifferente, finché uno dei due domanda: “Quando ci vediamo?”. E così accade di nuovo. Che finiamo a letto. Che parliamo di noi, dei suoi progetti, dei miei. Che finiamo a letto. Che scrutiamo i nostri appartamenti, gli oggetti, le nostre storie. Che finiamo a letto.

mercoledì 24 dicembre 2014

Mi risveglio

Mi risveglio quando il mio qualcosa — non è amore, non è neanche mio, per la verità — è già partito per la guerra. Siamo entrati nell’edificio, che s’intuisce antico, accompagnati da volti a me conosciuti. Allegri loro, triste io. Lui dice a un militare seduto al posto di guida di un autobus: “È qui che ci si arruola?”. “Sí, qui in fondo, a sinistra, entra lì”.
Il corteo ci segue. Lui ha il passo deciso, marziale, e sorride. Io penso: “Non può essere”. Eppure continua. Passiamo dei tornelli senza nessuna formalità. Uno degli accompagnanti si stacca dal gruppo, raggiunge una specie di bacheca e grida: “Guardate! La Stele di Rosetta!”. Mi avvicino. È una bussola che sembra fatta di filigrana, con scritte in francese. Il tempo di decifrarle e lui è già sparito, forse vestito con la mimetica, seduto in un camion verde scuro e diretto chissà dove. In mezzo a quella corte medievale mi piego per la disperazione, poi m’inginocchio e mi porto le mani alla testa. Gli altri stanno a guardare, silenti.
Ale aveva puntato la sveglia alle otto e undici. Quando lo aveva fatto e poi comunicato, era troppo tardi — le cinque del mattino? — per chiedergli il perché di una precisione tanto stravagante. Avevo sonno ed ero sazio. Però poi, alle otto e undici, l’ho sentito maneggiare il telefono e adagiarsi di nuovo sul cuscino. Cinque minuti più tardi, lo squillo definitivo. Ho acceso la luce e con gli occhi semiaperti ho scrutato il suo corpo nudo mentre cercava in terra i vestiti, separandoli dai miei. Si è rimesso gli slip, si è seduto al bordo del letto per indossare i calzini e allora si è girato verso di me con un mezzo sorriso. Il suo mezzo sorriso e il suo petto ricoperto di peli corti, la visione che aspettavo per dirmi: che bello essere ancora qui oggi.
Ricoperto da diversi strati di tessuto sintetico, si è inginocchiato sul letto, io sono uscito dalle coperte senza niente addosso e mi sono inginocchiato a mia volta. I busti eretti si sono uniti, ci siamo abbracciati. Era la milionesima volta ed era la prima, forse non l’ultima. Così forte. Grazie per la cena — non mi ringraziare, ti bacio il collo — sei molto gentile — non dire nulla, ti bacio la bocca — ecco così, fammi sentire solo il tuo respiro, e ti carezzo i capelli.
Mi hai detto qualche ora fa che, nonostante i tuoi studi — li terminerai con un po’ di ritardo rispetto ai tempi previsti — non vuoi intraprendere la carriera alla quale teoricamente saresti destinato. Qualcosa di simile alla mia. Hai altre ambizioni, che a me sembrano entusiasmanti ma così difficili da mettere in pratica, che... E allora tu fai: “Lasciami illudere, ho venticinque anni”. Quindi tutto precipita. Perché hai una bocca che mi fa morire, uno sguardo innocente capace di farsi torvo in un battere di ciglia, una pelle chiara da leccare e lobi piccoli da mordere. “Andiamo in camera”.
Ma da dove vengono questi baci? Sai dirmelo tu? Da quale granello di sabbia della tua isola eternamente soleggiata e colma di tedeschi in pensione? Perché le nostre bocche non riescono a staccarsi, le nostre lingue non smettono di muoversi, perché il mio respiro inciampa nel tuo una volta dopo l’altra e ci rotoliamo nel letto e le braccia gridano la loro voglia di stringere, avvinghiare? Che il tuo corpo non si stacchi dal mio troppo presto.
Come ti piace leccarmi le palle e poi il cazzo. Me ne sto disteso lasciandomi trasportare altrove. La tua lingua s’insinua anche nel mio buco. Vuoi tutto e io sono disponibile, volenteroso, aperto. Ti scopo la bocca, mi scopi la bocca. Mi metti disteso a pancia in giù e ti stendi sopra di me, sento il tuo cazzo premere contro il mio buco. Ti muovi e mi respiri nell’orecchio, stringendo le tue mani nelle mie. Inarco il bacino. Non serve che io gridi: “Ti voglio dentro!”, perché è già così evidente. Ho le lacrime agli occhi: desiderio, ineluttabilità, gioia estrema, l’idea che sei speciale.
Ti passo il preservativo, lo indossi, ci metti un po’ di lubrificante. Quando entri, sento che non è sufficiente. Non lo sarebbe. Eppure mi apro e allora siamo davvero quasi uno. Adoro ogni colpo di reni che mi regali. Ansimo e ti guardo negli occhi e mi baci. Poi ti metterai in ginocchio e io alla pecorina e sarai più duro, ma sono dettagli di una realtà impazzita. Ti tocco i coglioni mentre vai avanti e indietro. Faccio uscire il tuo uccello e ci mettiamo distesi uno di fianco all’altro, e ti abbraccio. Impugniamo i cazzi e li meniamo. Ti guardo e ti trovo talmente bello che in ogni momento rischio di cadere dalla corda tesa. “Ti manca poco”, “Sì”, “Vieni”, “Voglio che venga anche tu”, “Allora vieni”. Sorride. Sorrido. M’inarco, la testa reclinata, la bocca aperta in gemiti profondi. Gli bagno la mano che ha posato sulla mia pancia. La sua aumenta il ritmo e dopo qualche secondo finisce la sua corsa con una serie di strattoni. Schizza sul suo corpo il liquido bianco. Scoppia in una risata interminabile e contagiosa. Poi è un lavarsi silenzioso insieme nel bagno e dopo ancora coperte. Fa freddo, accoccoliamoci.

lunedì 25 febbraio 2013

Il toro e la puttanella

A questo toro piacciono le vacche servizievoli, compiacenti, adoratrici del cazzo. Possibilmente del suo. “Sono freddo”, mi dice, mentre si toglie la maglietta rossa attillata che porta sotto il maglione. È un po’ più alto di me, è massiccio, duro, forte, e accorcia i peli, così fitti sul petto e sulla pancia. Tra due ore avrà un impegno da un’altra parte e dovrà andarsene però, per adesso: “ti scaldo io”, gli dico. Nella stanza tutto è bianco. La luce del sole gelido di oggi è cristallina e tanto candore contrasta con la lussuria dei nostri sguardi. La mia lingua scivola contro la sua, si muove frenetica mentre le nostre labbra si uniscono e un abbraccio reciproco ci schiaccia l’uno contro l’altro. Ho la sensazione di perdermi in quel petto e in quelle spalle così ampie: fin da questi primi istanti JJ. per me è protezione e aggressione insieme, è usurpazione, invasione, istinto maschio di cazzo, di coglioni, di sborra. Ho ancora la maglietta e i pantaloni addosso ma sto già sporgendo involontariamente il culo. Me ne accorgo solo quando comincia a palparlo. È il mio corpo che sta comunicando già direttamente col suo, se ne infischia delle regole apprese e mi fa apparire per ciò che sono ora: buco caldo e accogliente, impulso di gambe divaricate e bocca umida.
Il pacco è gonfio quando fa cadere i pantaloni fino alle ginocchia. Gli abbasso gli slip liberando così il suo bel cazzo dalla pelle abbondante. Tirando verso la base, scopro la cappella, corta ma grossa. M’inginocchio davanti a JJ., pronto a pregare la mia divinità. E me lo metto in bocca. Mentre vado con la testa avanti e indietro e assaporo la nerchia grande e dura, non smetto un secondo di mugolare. Emetto dei suoni un po’ acuti che contrastano con i suoi, più gravi. Una mano sulla testa e di colpo mi ritrovo bloccato, con l’intero cazzo di JJ. in bocca mentre lui preme ancora e ancora, finché non sente scivolare la cappella ancor più in fondo nella mia gola. Adesso si muove ritmicamente dentro e fuori, tenendomi ferma la testa con entrambe le mani, mentre io metto le mie sul suo culo, per fargli capire che sì, la mia bocca da pompinaro è fatta anche per quello. Mi tolgo la maglietta e prendo un po’ di fiato, ma JJ. ricomincia subito. Ogni tanto lo faccio scivolare fuori e gioco con le labbra o con la lingua sulla sua cappella, mi eccito ancora di più, allora torno a lasciarmi chiavare la bocca, ancora e ancora. 
Mi abbasso anch’io pantaloni e slip fin sotto le ginocchia e lo vedo concentrato a osservarmi il culo. Quel suo sguardo trasferisce su di me tutta la sua lascivia. Mi metto a quattro zampe sul letto, perché noti la mia predisposizione. La schiena è arcuata al massimo, il culo teso verso di lui. JJ. si mena il cazzo come un forsennato mentre con un indice e un medio mi allarga il buco. Il solo contatto tra la sua mano e il mio culo mi fa gemere. La sensibilità della mia pelle sembra centuplicata. 
La monta potrebbe avere inizio a tutti gli effetti, ma voglio togliermi i pantaloni, gli slip e le calze. Lascio tutto in terra e poi mi distendo a pancia in giù e appoggiandomi sui gomiti metto il viso vicino al suo cazzo durissimo, che comincio a leccare, mentre JJ. è ancora in piedi accanto al letto. Di nuovo le sue mani forti afferrano la mia testa e di nuovo me lo caccia dentro, fino in gola. Questa volta sento un “Sìii”, mentre mi preme la testa con tutta la forza che ha. Un gemito gutturale profondo mi fa capire quanto gli sta piacendo. Poi allenta la presa per un attimo e appena mi allontano uno o due centimetri, torna a spingere il mio viso contro di sé, in rapida successione, una decina di volte.
Finché lo sfila e: “Prendo un preservativo, che adesso te lo apro”. Mentre cerca in una tasca della giacca, appoggiata sul divano, io lubrifico il buco: due dita mi entrano già senza nessuno sforzo. Mentre JJ. indossa il preservativo, io mi sditalino, osservandolo. Dopo aver sparso un po’ di gel sul suo cazzo inguainato, mi metto sul letto a quattro zampe. Dietro di me, il torello preme contro il buco ed entra. Scivola pianissimo, quasi impercettibilmente, ma non si ferma. Al primo impatto sento crescere già uno stimolo molto piacevole. Ma cedo immediatamente del tutto, il buco mi si allarga da solo e lui può già cominciare a muoversi avanti e indietro e a dare dei colpi violenti. Mentre mi fotte mi accarezza i capezzoli, stringendoli con due dita delicatamente. A seconda della posizione della mia schiena, che alzo o abbasso alternativamente, l’angolatura del mio culo varia leggermente. E mentre JJ. cambia ritmo e profondità e sbatte, sbatte forte il suo bacino contro i miei fianchi, io gemo. 
Animale. Aperto. Inculato. La bocca è aperta. Ansimo. Un bastone durissimo dentro, vuole arrivare più in fondo. JJ. mi spinge più avanti. Vuole che io non cambi posizione, alla pecorina gli piace, però sale sul letto e appoggia le ginocchia dietro di me. Continua a spingere la sua carne dentro la mia. Quando mi volto, con la coda dell’occhio lo vedo intento a osservare come il suo cazzo entra ed esce dal mio culo ormai più che accessibile. Il toro è molto resistente, ma adesso lo sento gemere forte, senza ritegno. Ed è, questo, uno degli atteggiamenti di un maschio che più mi fanno uscire di testa: percepire chiaramente che sta perdendo il controllo, che si sta lasciando andare.
Comincio a cedere. Dopo aver perso liquido prespermatico, due o tre schizzi di sborra escono adesso dal mio cazzo. Bagno un po’ il lenzuolo e lui se ne accorge. Aumenta il ritmo e soprattutto la violenza con cui mi sta penetrando e capisco che siamo vicini alla fine. Non ce la faccio più e, all’inizio senza nemmeno toccarmi l’uccello, vengo. Dai suoi gemiti capisco che dentro il mio culo il preservativo si sta gonfiando dello stesso liquido bianco. Bianco come questa mattina bianca e splendente di gioiosa ed energica vita.

“Puttanella”, mi dice, tra le altre cose, alla fine. E non si scusa per il diminutivo.

mercoledì 13 febbraio 2013

E un bel ragazzo intorno

“Devi venire qua con la voglia di succhiare il cazzo e di farti fottere”. Un desiderio obbligatorio, una contraddizione in termini. Ma è il suo modo di dirmi che non accetta compromessi o mezze misure: ci siamo già detti quello che vogliamo l’uno dall’altro, il patto ormai è chiaro e, se sarà rispettato, l’amicizia potrà essere eventualmente lunga.
Prima di farmi la doccia e uscire di casa, giro e rigiro sul computer le foto di questo ventiduenne. È attraente e in chat l’ho trovato incredibilmente spigliato per la sua età — le idee chiarissime, il linguaggio diretto, crudo, di chi sta cercando una soddisfazione urgente per i propri sensi.
Scende ad aprirmi il portone. Condivide l’appartamento con altra gente e vuole evitare che  io possa incrociare qualcuno dei suoi inquilini. Ha un accento che al principio mi sembra francese. È di una bellezza strepitosa: alto, spalle larghe e torace ampio, capelli neri e sorriso perfetto, una barba scura appena percettibile, di tre giorni. Indossa una maglietta verde e dei pantaloncini sportivi corti e larghi, bianchi. In ascensore comincia a baciarmi e a toccarmi il culo mentre io con la mano verifico che non porta le mutande e comincia già ad eccitarsi. He has a hard-on.
La sua stanza è poco più di un cubicolo di dieci metri quadrati scarsi. Un letto a una piazza, un comodino, una bandiera dello stato in cui ci troviamo appesa al muro, un portascarpe e una sedia sono gli unici elementi decorativi. La tapparella della persiana è abbassata e copre più o meno la metà della finestra. “Il posto è piccolo”, mi dice Ma. per darmi la possibilità di rispondergli: “Non importa, andrà benissimo”. Si siede sul letto mentre io mi tolgo la giacca. Lo raggiungo e cominciamo a baciarci. Il bacio. Da quanto tempo non ne sentivo uno così appassionato? E le sue braccia mi stringono a sé, le sue mani sollevano la mia maglietta carezzandomi la schiena, le mie cercano i suoi capezzoli e li sfiorano. It’s a nipple play. I nostri respiri si fanno confusi e si mescolano, come il mio desiderio si confonde col suo e viceversa. È un uomo fatto e finito, questo Ma., e che belle braccia che ha. Però davvero, questo viso e questo sguardo fresco da ragazzo della sua età m’inquietano e mi eccitano. Continuiamo a baciarci e la tensione cresce così tanto che già sto desiderando di essere penetrato.
Gli abbasso i pantaloncini e lui mi aiuta a mettere l’elastico subito sotto i coglioni. Ha un cazzo nella media, dritto, circonciso. Comincio giocando un poco con la lingua sul frenulo, sulla cappella, lungo l’asta. Chiude gli occhi per assaporare le sensazioni che gli regalo ma un vero e proprio fremito lo percorre solo quando schiudo le labbra e le lascio scivolare dalla punta alla base della cappella, poi nel solco subito sotto e giù, fino a buona parte dell’asta, per poi risalire. Vado su e giù con la testa impugnando al tempo stesso il suo cazzo, poi andando solo di bocca. Interrompo il lavoretto due volte: la prima, per togliermi la maglietta e la seconda, per levarmi pantaloni, calzini e slip. Cambio spesso ritmo per variare il gioco, ma cerco sempre di arrivare con le labbra alla base del suo bastone, peraltro senza riuscirci. Dopo una decina di minuti, approfittando del fatto che in quel momento il suo cazzo è quasi completamente infilato nella mia bocca, sposta la mano destra, che fino a quel momento aveva accarezzato la mia spalla e il mio braccio sinistro, portandola sulla mia nuca. La preme forte verso di sé, costringendomi a fargli una gola profonda. Sento la sua nerchia contrarsi almeno tre volte nella mia bocca, mentre con la sua mano Ma. tiene ferma la mia testa. Siccome sta ansimando, temo stia per venire da un momento all’altro. Con un gesto rapido, adesso chiude il palmo della mano e acciuffa i miei capelli, tirando la mia testa verso l’alto finche le labbra arrivano all’altezza della cappella. Allora mi spinge di nuovo la testa verso il basso e fa entrare di nuovo tutto il suo uccello nella mia bocca. Adesso Ma. controlla la situazione e conduce il gioco. La mia gola si abitua in fretta e in certi momenti distinguo chiaramente la sua cappella scivolarmi in gola e contrarsi una e un’altra volta. You’re a cocksucker, boy.
Nel frattempo ho assunto la posizione più remissiva possibile, alla pecorina. Il mio corpo gli si sta offrendo senza remore. E lui, dopo parecchi minuti e quando già sente di essere al limite, si alza, fa il giro del letto e si mette dietro di me. Allarga le mie natiche con molta forza, il più possibile, per osservare bene il buco. Poi ci affonda la faccia e comincia a lavorare con la lingua. Lo fa talmente bene, che io mugolo senza ritegno. Incoraggiato da quei suoni, il ragazzo comincia a usare la lingua come fosse un cazzetto, facendola entrare e uscire dal buco ritmicamente. And you are an experienced ass licker.
C’è un momento, generalmente bellissimo, in cui il cuore accelera ancor di più i suoi battiti, il mio respiro si fa più affannoso e i muscoli là sotto cedono: il mio buco si apre, si allarga.  È quello che sta accadendo ora e Ma. probabilmente se ne accorge. Per constatare che io sia davvero pronto per essere montato, si erge dietro di me e m’infila un dito: non incontra nessuna resistenza.
Allora si alza in piedi e, mentre indossa il preservativo e lo cosparge di lubrificante, io mi mangio con gli occhi questo bel ragazzotto perfettamente proporzionato, dal fisico definito senza essere muscoloso e con la giusta quantità di peli distribuiti su petto e ventre. Mi fa stendere a pancia in giù, si stende sopra di me e con un colpo secco, molto deciso, me lo infila tutto dentro. Gemo forte ma lui continua. Sotto i suoi vigorosi va e vieni non solo sembra cedere il mio culo, ma anche il letto che adesso cigola. Ciò che mi fa godere di più, però, a parte la forma brutale con la quale m’incula, è che mi stringe il petto con un braccio, sovrappone l’altro braccio al mio e nel frattempo cerca la mia bocca, mi bacia, mi lecca il collo e un orecchio. I nostri corpi sono vicinissimi e non è solo un fatto di nerchia-culo, qui c’è anche tanta pelle, c’è bocca e saliva, c’è respiro. A farmi impazzire è proprio l’equilibrio di durezza e di tenerezza che percepisco in lui, mentre io, compiacente, mi lascio fottere e ricambio come posso le sue carezze.
Mi prende di fianco, poi di nuovo a pancia in giù, aggrovigliando le sue gambe alle mie, poi di nuovo di fianco. A un certo punto lo spinge talmente in fondo da provocare gemiti incontrollabili. Ne approfitta per aumentare il ritmo della monta e mi sussurra all’orecchio: “Mi manca pochissimo”. Io riesco solo a dire dei “Sì” entusiasti. “Vuoi che venga?”, è la sua domanda indiretta per sapere se può scaricare ora. Alla mia risposta affermativa, accelera ancora e poi: “Sto per sborrare”, dice e infine, ansimando, “Vengo”. I′m cumming, baby, I′m cumming!

Negli Stati Uniti si annoiava e per questo è venuto qua. Per rifarsi una vita, mi racconta, e andarsene da un ambiente troppo conservatore, dalla mentalità troppo stretta. È contento di sé e della sua indipendenza, di potersi mantenere anche lontano dai suoi. Però vorrebbe tornare negli States per iscriversi all’università e poter intraprendere un’attività più interessante di quella che ha ora. Disteso sul letto, lo osservo mentre se ne sta seduto accanto alla finestra, fumando una sigaretta. Decido di registrare quell’immagine per sempre nella mia memoria.
Quando torna a distendersi sul letto, ci baciamo di nuovo. Ancora e ancora. Il suo cazzo si fa di nuovo duro. Glielo accarezzo e gli dico che potremmo riprendere il discorso un’altra volta. Non mi risponde ed io m’impietosisco. Comincio a sbocchinarlo di nuovo e di nuovo lo sento ansimare. Dopo un po’ decido una variazione e scendo più in basso, a leccare i coglioni, trascurati nella sessione appena conclusa. Non solo ci passo la lingua sopra, prima uno e poi l’altro, ma comincio a succhiarli, tirandoli un po’ con la bocca. Al tempo stesso gli meno il cazzo, già ben insalivato.
“Oh my God”, lo sento soffiar fuori piano, pianissimo. Dice proprio così, ma con tono ben più convincente di quello che si sente in certi film. E poi: “Sborro”.
Già sulla soglia: “Ci risentiamo, ok?”. Ovvio, non mi avrai mica preso per scemo?

domenica 10 febbraio 2013

Delle mie brame

Esco dal lavoro quando fa già buio da un pezzo. È quasi periferia. E io ho promesso ad Ab., incautamente, di andare a casa sua. Che si trova in culo ai lupi, non proprio dietro l’angolo. A piedi attraverso strade enormi, semibuie, ghiacciate. Siamo in pieno inverno, fa freddo e io sono stanco. Ma qualche giorno fa Ab., con un’intuizione notevole, ha piazzato lì una frase che ha provocato in me immediata e incontrollabile salivazione: “Sborro come una fontana”. Meglio togliersi il dubbio e fargli posto nella mia agenda, mi son detto.
Il quartiere, tutto caseggiati moderni e desolati, mi mette addosso una tristezza senza nome. Quando arrivo, la porta è socchiusa. Entro e lo trovo nudo, disteso sul letto. Mi sorride e nel frattempo se lo mena. 
“Devo farmi una doccia”, gli dico.
“Fai pure”, mi risponde, accennando col capo dove si trova il bagno.
Quando ho finito, vado in camera e mi distendo accanto a lui. Né bello né brutto, Ab. mi accarezza e mi bacia con foga. Comincio a toccargli il cazzo, leggermente curvo e perfettamente nella media, circonciso, e poi soppeso i coglioni, di buone dimensioni, senza eccesso. Ho già voglia di mettermelo in bocca e così lo spompino. Nel frattempo lo guardo di tanto in tanto e mugolo e sporgo le labbra quando ci appoggio sopra la cappella. Lui si gode lo spettacolo e mi sorride e respira forte.
È arrivato il momento. Si alza e io in un attimo sono a quattro zampe. Inarco la schiena e sporgo il culo. Allarga le mie natiche e con la punta della lingua mi lecca il buco. Lo solletica tanto da farlo cedere. E allora indossa un preservativo, si massaggia il cazzo con del lubrificante e si mette dietro di me. Senza rendermene conto davvero, percepisco il grande specchio del guardaroba che è sulla sinistra. Vedo il riflesso di Ab. che s’impugna il cazzo e lo avvicina al mio culo, ma è solo un attimo, perché non va per il sottile e me lo sbatte tutto dentro, di colpo. Allora chiudo gli occhi e grido, girando la testa verso la parete contro la quale già sta cozzando ritmicamente la testiera. 
La cadenza è martellante, ma non varia, come costante è anche la profondità della penetrazione. Un’inculata scolastica, da laboratorio, meccanica, chirurgica. Monotona. Ringrazio il mio culo per essere così sensibile da farmi provare un vero piacere fisico anche in casi come questi, mentre il cervello concentra i suoi sforzi nell’immaginare il contenuto di quei coglioni che adesso, là dietro, si stanno certamente agitando, come il loro padrone.
Ad un certo punto, però, Ab. cala l’asso: “Mettiti a pancia in su”. Un missionario con le gambe ben divaricate e i polpacci appoggiati alle sue spalle. Un classico, insomma. Sì, però il birichino mi fa stendere in diagonale rispetto al letto. E rispetto allo specchio. Così, mi basta girare la testa a sinistra per avere una visione perfetta del mio culo aperto, del suo cazzo che entra e poi dei suoi movimenti di bacino, adesso ancor più rapidi. Sento il culo aprirsi ancor di più mentre Ab. mi fotte con molta forza. Lo sento scivolare dentro e fuori la mia carne e, allo stesso tempo, posso vedere nello specchio con quanto impegno si dedica a martoriare il mio culo. È come una macchia d’inchiostro su un foglio di carta assorbente: è il piacere che si espande dal buco al resto del corpo e poi arriva al cervello, facendomi gemere. Lo incoraggio ad essere ancora più aggressivo. Appoggio un braccio sulla sua schiena e una mano sul suo culo, per premerlo verso di me.
“Sto per venire!”, mi dice allora tra un respiro e l’altro. Estrae rapidamente il cazzo e mentre abbasso le gambe, lui si toglie il preservativo e se lo mena. Ed ecco il succo del suo godimento sgorgare dalla cappella con forza per un lasso di tempo che mi sembra lunghissimo. Alcuni schizzi potenti, biancastri all’inizio e poi quasi trasparenti, atterrano sul mio mento, sul collo, sul petto e sulla mia pancia. Altri finiscono sul lenzuolo che ricopre il materasso. Ormai all’apice dell’eccitazione, aggiungo al suo liquido il mio e mi ritrovo completamente bagnato.
Mi passa delle salviette e io provo a prosciugare il lago, però dopo un po’ mi arrendo. “Faccio prima a rifarmi la doccia”, gli dico. Ab. si mette a ridere.

martedì 5 febbraio 2013

Io torno

È passato un anno. Più di un anno. Ma sembra un secolo.
Il tempo, che già allora aveva cominciato ad accelerare il suo ritmo e aveva in qualche modo suggerito che aprire un blog sarebbe servito a fissare almeno qualche istante, da un po’ ha cominciato a correre velocissimo. 
Io adesso cerco di stargli dietro. Mi rincorro. Mi sto dietro. Sono cambiato già cento volte e ancora non lo so.
Sono incasinato. Molto. Però mi piace stare qua. Perciò, quando posso, io torno.

martedì 22 gennaio 2013

Il ragazzo che viene da lontano

A El. non piace perdere troppo tempo in chat. È diretto, deciso, usa poche parole, solo quelle indispensabili. Se riesce a entrare subito in sintonia con te, può rivelarsi paziente, può aspettare il suo turno diligentemente, pregustando il momento in cui la preda sarà sua.
Questo ragazzo dai capelli neri e la pelle olivastra viene da lontano, da un altro continente, e porta a spasso per il mondo le sue tre gambe. Siccome l’angolatura della foto non mi permette di farmi un’idea esatta delle dimensioni, chiedo lumi. “È grossa”, mi scrive soltanto. E io decido di fidarmi.
Quando lo faccio accomodare nella mia camera, inizia subito a spogliarsi, ma lo fa con estrema naturalezza, continuando a parlare e a sorridermi. Non c’è nessun imbarazzo tra noi, né bisogno di rompere il ghiaccio. E infatti, mentre ci togliamo pezzo dopo pezzo i vari indumenti, ci baciamo con molta passione, inframmezzando prima delle parole smozzicate, poi i nostri respiri che si fanno sempre più accelerati. Quando resta in mutande, l’erezione già evidente sotto il cotone bianco, io sono completamente nudo, a quattro zampe sul letto, parallelo al bordo. Lui è in piedi, vicino a me. Mentre con una mano gli sfioro il pacco, osservandolo, con la bocca semiaperta emetto dei “mmm...”, che assomigliano a dei lamenti di animale. Si toglie rapidamente gli slip, liberando il cazzo che appare sì molto grosso, ma anche molto lungo. 
Schiudo la bocca e spompino, aiutandomi spesso con una mano. Si insaliva un dito e me lo ficca nel culo. Il contatto è brusco e il mio buco offre una certa resistenza. Se ne accorge e inspira rumorosamente, eccitato. Invece di muovere il dito avanti e indietro, lo lascia dentro un po’ e poi comincia un movimento rotatorio o dal basso verso l’alto, nel tentativo di allargare il pertugio. Ripete l’operazione più volte, sempre inumidendosi il dito (e poi due dita) con la saliva. Intanto alza una gamba e appoggia un piede sul letto, per offrirmi ancor meglio l’oggetto del mio desiderio. Ricambio il favore passando ripetutamente dal cazzo ai coglioni, che lecco e succhio pensando al buon liquido bianco che contengono. Quando percepisce che il mio culo cede, che lo sfintere di colpo si apre, dilatandosi, emette anche lui un sonoro gemito di soddisfazione. Io allora interrompo il bocchino, mi alzo in piedi e, mentre lui mi guarda con occhi scuri di piacere e continua a stimolarmi il culo, prendo il tubetto di gel e un preservativo taglia xl. 
Le operazioni preliminari si concludono in pochi secondi e io sono già di nuovo a pecorina sul letto. Lui si mette dietro di me e ne spinge dentro la metà. Grido senza nessun ritegno. Sa, o meglio intuisce, che è meglio per lui non indugiare troppo, e soprattutto non toglierlo. Non perde tempo e torna a spingere. Grido ancora, ma lui non si ferma, anzi adesso comincia ad andare avanti e indietro e a me sembra di avere un palo piantato dentro. Per incularmi ancora più a fondo, solleva le ginocchia e il sedere e mi penetra, sempre da dietro, aumentando il ritmo dei colpi. Io gemo, mentre l’impeto della monta mi fa sbilanciare in avanti, finché cedo e mi ritrovo disteso a pancia in giù. 
Lui non smette un attimo di martellare e io, che adesso ho le gambe quasi chiuse, mi sento letteralmente invaso dal suo corpo dentro il mio. A un certo punto si ferma, sfila il cazzo e mi dice solo: “Davanti”. Allora mi distendo a pancia in su, El. prende le mie gambe, le solleva e appoggia le mie ginocchia sulle sue spalle. Quando inclina il busto in avanti, il mio bacino si solleva e sento il suo cazzo grosso e duro entrare di nuovo nel mio culo, ora apertissimo. Adesso si muove con oscillazioni più ampie, dentro e fuori, dentro e fuori, ma sempre rapidamente. Le punte dei miei piedi sfiorano la parete contro il letto.
Vuole di più, mi vuole suo, mi vuole ancor più ricettivo: afferra le mie caviglie per allontanare le gambe dalle sue spalle. Io le tengo più divaricate che posso. Adesso il ritmo si fa ancor più sostenuto e si sente distintamente il rumore del suo corpo che sbatte contro il mio. Il mio cazzo, dimenticato là sotto, è ormai irraggiungibile. Gli carezzo la testa, la schiena e il culo, mentre ansimo e lo incoraggio: “Sì, così...”. Sono ormai completamente dilatato ed El. spacca nuovamente il mio culo, già molte volte rotto. Ad un certo punto, l’esito: “Sborro”, dice El., e con colpi secchi, duri e profondi, gemendo viene.
Lo sfila lentamente, ancora ansimando, mentre la mia mano rapida fa scaricare anche me.
Ci sorridiamo a lungo mentre ci puliamo e cominciamo a rivestirci. Poi una breve chiacchiera. El. si fermerà ancora un anno in questa città, dove studia per un dottorato. Mi parla del sistema educativo del suo paese e poi dell’Italia, dove è stato più di una volta.
È contento di avermi scopato, dice che lo eccito molto. Siccome gli piacciono anche i trii, mi dice che posso contare su di lui se ne organizzassi uno e avessi bisogno di una mano. O di qualcos’altro.

martedì 30 ottobre 2012

La sostenibile leggerezza delle categorie

Come eravamo. Flash-back su episodi della mia vita sessuale passata. In ognuno, un uomo che ha meritato che io mi ricordassi di lui. Nel bene, il più delle volte. Nel male, altre.

I.

Aveva i capelli neri e lunghi fino alle spalle. Li portava sciolti. Occhi color nocciola, pizzetto. Vari piercing alle orecchie. Vestiva sempre di nero, in uno stile gotico addomesticato. Aveva allora ventun anni e, nonostante la statura, un po’ inferiore alla media maschile, e l’aspetto gracile e quasi emaciato del suo corpo, lo dominavano energia e irrequietezza. Quella sua forza mi piaceva, il suo vigore riusciva a contagiarmi perché si accompagnava sempre a massicce dosi di freschezza e di curiosità.
Si comportava con disinvolta spontaneità. Aveva la ragazza ed era eterosessuale. All’inizio pensavo che fosse la solita messa in scena per nascondere, innanzitutto a sé stesso, la sua vera essenza. Certo, dal punto di vista strettamente “scientifico”, i nostri erano rapporti omosessuali. A quei tempi, avrei detto che questo era sufficiente a definirlo omosessuale (velato) ma poi, malgrado i miei pregiudizi, dovetti ammettere che la sua era, probabilmente, “solo” una notevole apertura verso esperienze anche gay, ma senza conseguenze sui suoi gusti - diciamo così - “primari”, che restavano orientati verso il sesso femminile. Bisessualità incipiente? Polisessualità? Pansessualità?
Rinunciai presto a cercare la risposta a queste domande, semplicemente perché cominciarono a sembrarmi superflue. Soprattutto, ciò che più conta, sembravano inutili a lui, che con tutta evidenza viveva quello che gli stava succedendo con sovrana naturalezza. Lo avevo rimorchiato su un sito dove si mescolavano gioiosamente varie “categorie” sessuali e nel quale lui cercava esperienze con coppie etero. Ciò che lo attrasse a me, credo, fu la mia sfacciataggine. Diciamo pure la mia troiaggine, ché tanto è quello che penso e che pensate anche voi. 
La prima volta che ci vedemmo, mentre si spogliava, mi avvertì: “Ah, non te l’ho detto, però... io non bacio. Spero non sia un problema”. Mi misi in ginocchio davanti a lui e premetti il viso contro i suoi slip bianchi, inspirando forte. “Non ti preoccupare. Faremo altro”, gli risposi sorridendo. Il contatto della mia testa contro il suo pacco lo fece gonfiare. Sfilandosi gli slip e lasciando libero davanti alla mia bocca il suo cazzo duro: “Non pensavo di eccitarmi così facilmente con te”, disse.
Gli incontri - cinque o sei, ora non ricordo - avvennero sempre a casa mia. Il suo uccello aveva una lunghezza nella media e non era grosso; aveva le palle piccole. Mi piaceva succhiarglielo, però godevo ancor di più quando me lo sbatteva dietro. Prima di venire poteva spingere dentro di me per tempi biblici cercando, senza riuscirci quasi mai, di controllare la sua irruenza. Quando mi faceva mettere completamente disteso a pancia in giù e con le gambe chiuse e il buco più stretto possibile, voleva dire che si avvicinava il suo orgasmo. Mi montava da dietro sostenendosi con le braccia tese puntate sul letto, la testa reclinata verso il basso, a osservare come entrava il cazzo dentro il mio culo, mentre le punte dei suoi capelli sfioravano la mia schiena.
La prima volta mi chiese, nella foga degli attimi prima dell’esplosione finale: “Posso venirti in bocca?”. Risposi di no. La seconda volta non chiese. “Dài, che ti sborro in bocca”, disse. Resistetti. Ma già la terza volta, ancor prima di vederci, mi disse che gli sarebbe piaciuto venire così e da allora glielo concessi. Voleva vedere il mio viso sporco del suo seme, e premere il cazzo in fondo alla mia gola, per lasciarci le ultime gocce di sborra.
Poi me ne andai da quella casa e ci perdemmo di vista. Un anno e mezzo fa mi scrisse per sapere se sarei tornato nella sua città, perché gli sarebbe piaciuto rivedermi. Non sembrava cambiato. Mi tornò in mente che proprio con lui avevo imparato a relativizzare, non solo in teoria ma anche in pratica, il peso delle categorie.
P.S. Sì, lo so, il film non c’entra nulla con il post. Embè?

domenica 28 ottobre 2012

Il manzo, finalmente

Incontenibile fame di cazzo. Voglia di maneggiare un bell’attrezzo. Di farmi sbattere. Di maschio. Per ottimizzare i tempi, lancio tre piattaforme contemporaneamente: invado il web. Il trucco è: esserci e vedere l’effetto che fa, senza smanettare. Almeno oggi. Infatti, dopo un po’, arriva un messaggio di Pe. Da quanto tempo mi ero ripromesso d’incontrare questo manzetto versatile dalla faccia simpatica, brucante alla bellezza di 4,7 chilometri da casa mia? Toh, giusto un mese, da quando, giorno più giorno meno, sono entrato nel tunnel dell’astinenza imposta dai miei impegni. Pesanti impegni.
L’uscita di emergenza si materializza dunque con un bell’“Hey, Milk, come va?”. 
“Sono stato occupato in questi ultimi giorni, adesso va bene”. 
“Sì, molto occupato...”. Allude. Me lo ricordavo spigliato, infatti.
“Dico sul serio. Adesso ho voglia di recuperare il tempo perduto. Quando ci vediamo io e te?”.

È più alto di me, però non troppo. Ha un bel sorriso. Ha la testa rapata e un po’ di barba. Ha gli occhi azzurri. È più corpulento di me. Non lascia emergere le emozioni che sente. Lo avvolge una sottilissima pellicola di razionalità che fa da precaria barriera tra il lato esteriore (i gesti, calmi e posati, il tono della voce, mai alterato da un turbamento, la conversazione, che scorre liscia e tranquilla) e quello interiore, che sembra ribollire: si arrabbia, si entusiasma, si dispera, piange ogni tanto, di gioia o di felicità, questo ragazzo che adesso continua a farmi domande, parlando del più e del meno, mentre con la mano mi spinge a distendermi sul letto, si corica al mio fianco, solleva la mia maglietta e poi morde delicatamente e lecca la mia pancia?
Razionalità sulla pelle e passionalità nelle viscere. Io rispondo all’interrogazione meglio che posso, ma il corpo già reagisce alle sue carezze e il cervello lo segue. Pe. è metodico. Tic tlac tic, mi sbottona i jeans e zac, me li sfila insieme agli slip fino al ginocchio. Solleva le mie gambe e affonda rapido la faccia tra le natiche. Lecca, morde, dà piccoli colpi di lingua al buco, lo sente schiudersi. Mugugno. La dedizione di questo trentenne per il mio culo è straordinaria. Gli piace lavorarselo con la bocca, e si vede. Il piacere che prova dev’essere almeno pari al mio. Mantenendo la stessa posizione, mi tolgo pantaloni, slip e calze, mentre lui continua imperterrito e punta i suoi occhi direttamente sul mio viso. 
A un certo punto mi fa girare e mi mette a pancia in giù. Sollevo un po’ il culo e lui ricomincia il lavoretto. Mi sento ancor più esposto alle sue voglie e inizio a sentire il mio respiro accelerare, proprio come il suo. Cerco di togliergli la maglietta, se la sfila lui e la getta sul letto, tornando immediatamente alla sua occupazione. Adesso scende con la lingua a leccare le palle, afferra il mio uccello semi-eretto tirandolo a sé, poi lo succhia. Passa dal cazzo alle palle al culo e poi di nuovo giù, andata e ritorno per tappe, più volte, finché il mio cazzo si fa talmente duro che il giochino non riesce più.
Allora mi giro, lui si mette in piedi al bordo del letto e adesso tocca a me sbottonargli i pantaloni e abbassarglieli. La vista del rigonfiamento dei suoi calzoncini neri aderenti mi  eccita e rende impazienti i miei gesti. Lietissima sorpresa: una lunghezza perfettamente nella media ma lo spessore... Lo afferro dunque con la mano, avido, e lancio a Pe. uno sguardo eloquente, di lussuria e di riconoscenza, per avermi portato a casa questo bene della natura.
È completamente depilato: il pube è liscio, le palle pure. Lo succhio e mugolo, mugolo e succhio, mentre impugno i suoi coglioni, belli grossi, e li tiro verso il basso. Quasi senza rendermene conto, sto sbavando tanto che le lenzuola si stanno bagnando della mia saliva. Dopo un po’, Pe. stacca il cazzo dalla mia bocca e si distende sul letto a pancia in su. Poi mi guarda sorridendo, invitandomi implicitamente a continuare. E io allora mi distendo fra le sue gambe, sostenendomi con i gomiti e ricomincio a pompare scendendo con le labbra quasi fino alla base del cazzone. Lecco anche le sue palle e le succhio delicatamente, prima una e poi l’altra, masturbandolo con una mano. Spinge la mia testa contro i suoi coglioni, allora cerco di far pressione, con la bocca e la lingua, tra le sue palle e il buco del culo.
È molto eccitato ed io sono ormai più che pronto. Mi alzo, prendo dal cassetto il lubrificante e lui mi lancia un cenno affermativo del volto, come a dire: “Perché no, se proprio vuoi, si può fare”. 
“Lascia stare”, mi dice quando mi vede prendere anche i preservativi, “ne ho portato uno io”, e si alza per frugare nelle tasche della sua giacca nera di pelle che ha appoggiato sul divano. Io mi sistemo quindi sul letto, disteso a pancia in giù ma con il culo sporgente, sicché quando torna, Pe. si inginocchia dietro di me e comincia tutte le operazioni preliminari: preme il tubetto di gel facendone cadere un filo dall’alto, sul mio buco; con due dita lo sparge attorno e un po’ dentro; indossa il preservativo e poi lubrifica l’uccello; infine si china su di me.
“È un mese che non scopo”, mi dice. Che coincidenza!
“Anch’io!”.
“Allora sborreremo entrambi subito... ma lo rifaremo un’altra volta più tardi”, mi lancia lui,  serio, come se stesse componendo il planning di una giornata lavorativa e non invece impugnando il cazzo, come effettivamente fa, per puntarlo contro il mio buco. “Ok, capo”, mi verrebbe da dirgli, ma il mio cuore batte forte e adesso c’è silenzio e concentrazione: voglio sentirlo dentro.
Ci prova una volta, una seconda, una terza. Poi si mette in piedi vicino al letto e mi tira per i fianchi. “Vieni qua!”, mi dice. Obbedisco e assumo la posizione a pecorina. “Bravo. All’inizio mi è sempre un po’ difficile entrare”. Non avevo dubbi. Ma già lo sento scivolare dentro piano, quasi tutto. Ed ora si muove lento, avanti e indietro, mentre lo incoraggio ansimando. Il ritmo inizia a farsi più sostenuto, Pe. picchia duro finché si ferma: “Vuoi cambiare posizione?”, mi chiede. “Ehm... No”, rispondo io, un po’ interdetto, “a me piace... Continua, dài!”. E mi apre per bene. Di tanto in tanto, allungo una mano dietro, per stringergli una natica e pregarlo di dare colpi più forti. Cosa che puntualmente fa. 
Sentendomi gemere, mi dice: “Pare che ti stia divertendo molto...!”. 
“Sì”, gli rispondo, “perché? Tu no?”. 
“Anche il solo fatto di sentire come ti piace, mi fa godere. In più hai un culo...”. E continua, fortunatamente, a fotterlo.
Ci sono momenti in cui la foga che mette nel chiavarmi raggiunge un tale livello che provoca in me un piacere insopportabile, alla soglia dell’orgasmo. Dopo un bel po’ di tempo, cambia ritmo e imprime dei colpi secchi e profondi. Grido senza ritegno. Mi sento trafitto dal suo palo duro e sono completamente abbandonato al suo dominio. Dopo aver affondato per l’ennesima volta l’uccello fino a far sbattere i coglioni contro il mio culo, sfila il cazzo e si distende sul letto. S’impugna il bastone, mi guarda sorridendo e: “Siediti qui”, ordina. E così faccio, dondolando il culo su e giù per far entrare e uscire il suo cazzo, mentre lui riposa un po’. Tuttavia, dopo pochi minuti, ricomincia a muovere il bacino e riprende il controllo della penetrazione, prendendomi il culo fra le mani e tenendo le mie natiche più separate possibile.
Rinvigorito, mi fa rimettere a pecorina e si sistema in ginocchio sul letto, dietro di me e mi fotte. Dopo un po’, alza il ginocchio sinistro e lo flette portandolo vicino al mio fianco, lasciando il destro appoggiato sul letto. Con una presa molto forte, mi afferra per le spalle e inizia a dare colpi di bacino durissimi. “Ti piace, eh?”, mi chiede. La mia risposta è affermativa, ma non so quanto comprensibile. Penso di essere ormai giunto al massimo del godimento, ma Pe. tira su anche l’altro ginocchio e m’incula nella posizione più animalesca che io conosca, sporgendosi in avanti, verso di me. Grido che mi piace e mi sembra quasi d’impazzire. Di colpo, sfila il cazzo e scatta in piedi, sul letto. “È troppo eccitante”, mi dice, “se continuo, sborro. Voglio bere un po’ d’acqua”.
“Sì, come no”, dico io, e faccio per alzarmi e andare in cucina.
“Non ti preoccupare, ce l’ho”. Si allontana un po’ e preleva una bottiglietta dalla giacca di Eta Beta. Previdente Pe. Mentre sorseggia la sua acqua, io mi rimetto sul letto a pecorina e osservo con sguardo lascivo il suo bel corpo e quel cazzo duro che nel frattempo non sta perdendo neanche un po’ del suo vigore. Contemporaneamente passo una mano sopra il buco, che giace abbandonato, aperto e bagnato, in mezzo al culo. Guardandomi e accennando con il capo proprio al buco, Pe. coglie l’occasione per fare una prima stima dei danni: “Certo che adesso ci potrebbe passare un treno!”, lancia.
“È che il tuo cazzo è davvero grosso”, gli rispondo.
“Oh, beh, credo che questo culo ne abbia presi di ben più grossi”. Scaltro Pe.
“Qualcuno...”, ammetto io. 
Ma è già dietro di me e ricomincia l’assalto, tenendo ben stretti i miei fianchi fra le sue mani e muovendosi rapido. “Mettiti come prima, dài, prendimi come un animale”, lo imploro io. “Lo vuoi così?”, mi chiede, mentre solleva un’altra volta le ginocchia mettendole parallele ai miei fianchi. “Sì, così!”, confermo io, mentre mi monta. Lo sento ansimare e capisco che entrambi siamo ormai al limite.
“Vuoi venire? A me manca pochissimo”, gli dico.
“Va bene. Mettiti vicino alla testiera, appoggiati così, bravo”. 
Mi vuole vedere a novanta gradi esatti, la schiena arcuata e il culo ben sporto verso di lui. M’incula con sempre maggiore forza e con la coda dell’occhio lo vedo concentrato a osservare il suo cazzo che entra ed esce dal mio culo, finché grida: “Vengo! Io vengo!” e il ritmo si fa rapidissimo, i suoi gemiti si confondono con i miei, i nostri muscoli si contraggono e lasciamo finalmente andare, con il liquido bianco, tutta la tensione.

“Lo prendi spesso in culo?”, gli chiedo.
“Non tanto quanto vorrei, sono più spesso attivo”.
“Bravo, che come passivo basto io...”.
“In ogni caso, non credo riuscirò mai a essere così passivo come te. O almeno, per farlo dovrei allenarmi molto prima. Davvero... non so come fai a resistere tanto”.
“Mi viene naturale. E mi alleno abbastanza, sì, ma solo con cazzi veri”.
Ridiamo. Apriamo una bottiglia alla salute nostra e sciogliamo nel vino rosso un piccolo distillato delle nostre vite.

venerdì 26 ottobre 2012

Si riparte

“Spero proprio che si spenga”. È l’ultimo pensiero di forma compiuta che ho avuto questa notte prima di addormentarmi, dopo aver constatato che la batteria del cellulare era ormai agli sgoccioli e aver immediatamente scartato l’idea - banale e, ieri, irrealizzabile - di alzarmi e prendere il cavo per ricaricarlo. E così il cellulare si è spento. E io stamattina sono fresco, quasi come una rosa.
Immersione ed emersione. Mi trovo adesso, finalmente, nella seconda fase. Mentre te ne stai a galla e magari cerchi di nuotare fino alla boa successiva, c’è sempre qualcuno o qualcosa che spinge verso il basso e ti fa fare glu-glu-glu. Adesso che, tornato in superficie, boccheggio guardandomi intorno, vedo un’isolotto dove potrei approdare, a meno che i venti e le maree avversi non mi facciano prendere un’altra direzione. Sull’isolotto potrei passare due annetti mica male, con qualche incerta soddisfazione, molte fatiche e pochi dindini. Ferie, avete detto? Credo le abbiano abolite già da un pezzo. Null’altro all’orizzonte, per ora. Ah, sì: C. continua a volermi bene ma già non si scopa più; Paj mi manda whatsapp interlocutori ma io non sono così sicuro di volerlo rivedere; J. se n’è andato per sei mesi lontano, molto lontano, troppo lontano. E ho cambiato location.
Un punto fermo: l’astinenza sessuale cui mi sono obbligato in questi giorni termina qui. Meno male.

sabato 22 settembre 2012

Come si chiamava? Ah, sì... strim ov cònsciusnes

adesso me lo dice già lo sapevo che questo momento doveva arrivare come sempre mi faccio fregare dai miei sentimenti non ci sono cazzi è sempre così e sempre sarà non devo mostrarmi teso controllati per favore ci sono tanti modi di dire le cose userà quello giusto però che bella faccia tosta dirmi adesso che mi vede teso no guarda sono proprio contento continua pure è sempre la solita storia ma se sono interessante e attraente per te  perché non ti interesso però ci stiamo conoscendo va già bene così è un passo fiducia mancanza di fiducia adesso si complica adesso faccio un casino ma figurati sta dicendo che non sente quello che senti tu che fastidio la facesse più breve sì così più diretto che pena resisti dove l’ho già sentita questa cosa chi mi ricorda dicono tutti la stessa cosa e anche questo si è raccontato e mi ha dato molto più che ad altri ragazzi grazie al cazzo adesso vuoi che ti ringrazi per questo troppo buono ma quando finisce questa tortura mi alzo e me ne vado sì me ne vado no resto calmati stai seduto qui inspira a fondo senti che aria buona no non distrarti non far vedere le emozioni ma ci chiamiamo sì sì certo come no mamma mia che freddo sento che forte è stato che coglione che sono possibile ci resti sempre così adesso una bella dormita che vada a cagare tutti gli egocentrici a me devono capitare non voglio ricadere nello stesso errore lascia perdere calmati hai cose più importati da fare calmati

giovedì 20 settembre 2012

Il ratto

Il ratto si trova sotto il letto. Fa rumore, sta morsicando qualcosa. Perché è lì? Sta nascosto, ha paura. Fugge dallo sguardo dell’uomo disteso sul letto. Perché teme di essere cacciato. Si è introdotto in una casa che non è sua. È brutto, ma resistente. Fastidioso, ma tenace. Potrebbe essere colpito o persino ucciso dal padrone di quella casa. Eliminato, fatto sparire. Come se non fosse mai esistito. Per paura di essere molesto, ecco perché se ne sta là sotto, il ratto.

*****
“Se tu fossi il ratto...?”

*****

Apre il pacchetto e me ne porge una. “Grazie”, gli dico. Accendiamo. Poco prima è avvenuto l’incontro fintamente fortuito, nella piazza che sta appena sopra questo piccolo parco verde in mezzo alla città. Un messaggio inviato con studiata nonchalance: “Vado a leggere il giornale nella solita piazza”. Fine della batteria, il telefono si spegne. Scrive, invano: “Quale?”. Poi: “Quale piazza?”. Prova a chiamare tre volte. Bip-bip-bip. Nemmeno la segreteria. Eppure, dopo qualche minuto, è già lì. Col cagnone appresso. Con la maglietta rosa addosso. Le collanine attorno al collo, i braccialetti di cuoio, gli occhiali neri che non lasciano intravedere i suoi occhi profondi, scuri, aguzzi. Con la pelle abbronzata. Con i jeans rotti davanti e perfetti sul culo. Con le sue spalle larghe, pista d’atterraggio per la mia bocca. “Vado nel parco qui vicino, vuoi venire?”. No, Paj, non voglio, figurati. Me ne voglio restare qui solo, in questa piazza di merda, perché voglio godermi lo smog delle macchine che passano e stringere gli occhi fino a chiuderli per il troppo sole che mi sta picchiando contro (no, io non porto occhiali, né neri né a specchio). E tu vai pure, ché il messaggio l’ho scritto così per fare.
Ed eccoci allora nel parco. A parlare di me. Di me. Di lui. Di me. Di me. Di me. “È molto onesto quello che dici”. “Cerco di essere onesto, sì”, rispondo io.
Fermare il movimento, restare intrappolati: impossibile, sarebbe morire. Correre sempre come pazzi, senza mai essere soddisfatti della meta raggiunta: esigenze impossibili, richieste e pagate a caro prezzo. È stato ferito come lo sono io ora. È guarito? Sto guarendo.
“Hai da mangiare a casa?”. Attenzione, domanda indiretta. Non colgo.
“Sì”.
“Intendevo dire: vuoi pranzare a casa mia?”.
L’ombra su di lui è perfetta, la luce intorno pare aumentare. Sorrido di gusto. Assaporo lo sguardo.
“Sì”.
Non hai tagliatelle? Gli spaghetti andranno bene. Prepariamo il pranzo insieme. Un po’ di vino, tutto bene.
Poi dice: “Sono stanco, vorrei dormire un po’. Dormi anche tu?”.
“Potrei leggere il giornale, mentre riposi”.
L’uso diplomatico del verbo “dormire” non è mai stato il mio forte. Dormire per me è chiudere gli occhi e abbandonarsi a Morfeo. A Morfeo, non a me.
“Puoi venire a dormire anche tu e il giornale lo leggi dopo”. Era dunque un dolce eufemismo. Faccio un cenno affermativo con la testa.
“Non ti senti obbligato? Sei libero di scegliere, vero?”, dice Paj, osservandomi dal basso delle mie braccia, dove ha messo la testa, verso i miei occhi.
“Certo”, dico io.
Mi distendo per primo, lasciandomi addosso solo gli slip. Quelli leggeri col bordo viola. Si distende anche lui, completamente nudo. Insinua una mano sotto i miei slip e li fa scivolare via.
“Niente tessili, per favore”. E mi sorride. E mi bacia. Ci abbracciamo e già il nostro respiro diventa affannoso. Perché abbiamo aspettato tanto? A morderci l’incavo del collo, a leccarci la schiena e le orecchie come animali, a mangiarci le bocche e i capezzoli come se dovessimo sbranare i nostri corpi.
L’impossibile sfida di tenere tutto il suo cazzo in bocca, in gola, mi fa girar la testa e per questo mi impegno. Lecco per bene, ma poi succhio, sbocchino, provo delle gole profonde e lo sento mugolare ogni volta che la sua cappella sfrega la mia gola, il mio palato, ogni volta che la mia lingua gli regala piacere.
“Come ti piace far bocchini...”, mi dice guardandomi con occhi colmi di lascivia.
Rispondo gemendo, la bocca piena del gran pezzo di carne che si ritrova fra le gambe il bel Paj.
È disteso, allunga le braccia verso di me, mi mette due mani sulla testa e muove il bacino per scoparmi la bocca. Ce l’ha così grande che quasi soffoco, trattenendo il respiro perché possa mettermelo più in fondo che può. Quando si stanca, ricomincio io, impugnando l’asta alla base e muovendo la testa su e giù, facendo scorrere la bocca sul suo cazzo con ancor più impeto, finché con uno scatto si mette seduto e allontana la mia testa.
“Mi piace come me lo succhi, Milk”.
Gli sorrido: “E a me piace succhiartelo. Un casino”.
Mi fa mettere a pecora e comincia a dare grandi leccate al buco, alle natiche, fino a che il mio culo non mostra chiari i segni della mia eccitazione, dilatandosi. Allora ci infila un dito, spingendo più in fondo che può. Lo estrae, se lo lecca e poi lo rituffa dentro di me. E poi lo estrae di nuovo, s’impugna il cazzo, grande e durissimo, e con quello schiaffeggia le mie natiche, poi passa e ripassa la cappella in mezzo, sfregandola più volte contro il mio buco.
“Non ti preoccupare, non ti fotto senza preservativo... sto solo giocando”.
“Gioca, Paj, gioca che mi piace...”.
Ma gli eventi prendono un’altra piega per un colpo di testa mio. Se ti piace come succhio, questa volta potrebbe andare diversamente. Allora mi sfilo dalle sue grinfie, mi metto sotto di lui a pancia in su, e mi rimetto in bocca il suo cazzo. Ho di nuovo voglia di spompinarlo.
Lui allora si distende di nuovo e io, accovacciato fra le sue gambe, ricomincio il servizietto, mentre con entrambe le mani gli tormento i capezzoli.
Ad un certo punto, mi lascio scivolare oltre il bordo del letto, mi metto in ginocchio sul pavimento e lo invito a mettersi in piedi davanti a me. Gli lecco i coglioni, mentre lui si mena il cazzo. Poi lo punta sulle mie labbra, io le schiudo e lo succhio. Più di una volta lo estrae e, impugnandolo, lo passa sulle mia labbra o lo sbatte contro il mio viso e poi me lo rimette in bocca.
Finché: “Se continuiamo così io vengo, mi manca pochissimo”.
Allora cerco di riprendere in mano la situazione, gli afferro il cazzo e lo sbocchino, però  molto lentamente, fermandomi a giocare con la lingua sulla cappella.
Si distende di nuovo, con le gambe piegate oltre il bordo del letto e i piedi che toccano il pavimento. Io rimango inginocchiato davanti a lui e lo spompino. Lo sento gemere sempre più forte e lo vedo strizzarsi i capezzoli con forza. Con la sua nerchia in bocca, scivolando su e giù, cerco di contemplare il suo bellissimo corpo. Sono eccitato, ce l’ho duro.
Quando faccio scorrere la lingua lungo tutto il suo cazzo, scendo a leccare i coglioni e poi comincio a succhiarli alternativamente, lo sento incoraggiarmi, ansimando: “Le palle, sì, così...”. Comincia a masturbarsi mentre io continuo, finché lo sento tremare, i muscoli contratti, e gemere forte. Lo vedo schizzare la sborra a pochi centimetri da me. Ne percepisco l’odore e non resisto più. Leccandogli le palle, mi tocco il cazzo, me lo meno e in breve tempo anch’io vengo, macchiando i suoi pantaloni corti, incautamente gettati in terra.
Gli porgo dei fazzolettini perché si asciughi. Dopo, ci addormentiamo nudi, abbracciati l’un l’altro. È la nostra siesta.

martedì 11 settembre 2012

Nell'anima

Il giorno dopo è un whatsappear discreto, very light and sex free. Tutto bene? Sì, tu? Che fai? Un po’ di questo e un po’ di quello. Poi questo e quell’altro. Ah, sì? E io questo e quest’altro... E l’interruttore si spegne. La fiamma si è stemperata con quel frettoloso saluto alle due del mattino sulla sua porta, poi s’è spenta nella notte fresca. Il lumicino frega niente a nessuno: qui si vuole l’incendio.
Paj resta sotto traccia. Dalla superficie sembra essere scivolato via, la distanza appare incolmabile dopo il banchetto. E allora s’acquatta dentro di me, sotto la mia pelle. Riposa e intanto germina. E cresce, cresce, finché il mio tarlo, per manifestarmi pietà, gli scrive: “Ti va di vederci oggi?”. La risposta è immediata. Sua. “Sì”. E, dopo il silenzio mio che ha già imparato a conoscere (“Compromettiti!”): “Che proponi?”. Di uscire. Alle nove di sera. Di andare in un posto non lontano, di rimanere nel quartiere. Non allontaniamoci troppo dai rifugi.
È il massimo che posso fare, il locale preciso lo scelga pure lui. Sia chiaro, Milk - mi dico: lo faccio perché mi piace starlo ad ascoltare, raccontarci le nostre storie e stuzzicare i nostri cervelli alla ricerca di un’anima. Lo faccio perché con lui, proprio con lui, questo è un gioco che riesce molto bene. La realtà, però, almeno per me, parrebbe essere meno metafisica: salterei i preamboli e me ne starei in camera con lui ore ed ore. Un giorno intero, o due. Non solo scopando, no: facendo anche un po’ di filosofia da boudoir, terapia sul lettone. Ci si addice, gli si addice, non c’è che dire: un colpo all’anima e un altro al...
Eppure, stanotte si è deciso così, un’altra volta. Ci troviamo davanti al teatro e dopo pochi passi intuisco che immancabilmente si cambierà quartiere. 
“Ho deciso di portarti in un posto dove fanno degli spaghetti alla bolognese da leccarsi i baffi!”, spara. 
“Molto coraggioso da parte tua”, dico io. 
“Era una battuta”. 
Tiro un sospiro di sollievo. Ha una piccola sorpresa per me: una vecchia taverna nel cuore della città, avventori che gridano, cucina modesta però tipica di una regione che - sorpresa numero due - adoriamo entrambi. Ecco sì, parliamo molto. La birra va bene per rinfrescarci un po’ all’inizio, ma poi è meglio provare il vino bianco di laggiù. Mangiamo dagli stessi piatti. Mi dice che cosa ha scoperto di me e, attraverso l’incontro dell’altroieri, cosa ha scoperto di sé. Gioco lo stesso gioco e si finisce a baciarci. Ad abbracciarci. E a baciarci nuovamente. La sincerità reciproca che credo d’intuire, e che non risparmia nulla, ci rende sempre più complici. Dice che quando mi vede emozionato, gli viene il cazzo duro.
Alla fine un liquore preso sulla porta del locale, avvolti dagli schiamazzi che vengono da dentro. Sigaretta. Un’altra. 
“Davvero conosci questa canzone?”. 
“Sì”, gli dico io. 
“Cantala!”. 
“Tu sei matto”. 
“Perché? Dài, cantala!... Niente ti devo, niente ti chiedo... dài!”. 
“Me ne vado da te, dimenticami adesso”. 
“Sìiii...” e ride, “sì, continua... Ho pagato in soldoni...”. 
“... il tuo corpo dalla pelle scura. Non maledirmi contadina, che siamo pari”. 
Ride di gusto. E allora insieme: “Non ti amo, non mi amare...”.
Migriamo un po’ alticci verso il bar dove il suo più caro amico, quello col quale ha sempre condiviso tutto fin dai tempi delle elementari, ha lavorato. Se n’è andato via, a cercar fortuna in un’altra città, sicché Paj soffre, sente chiudersi letteralmente un’intera fase della sua vita. Per finire di comporre la geografia di un tassello della sua storia, ci fiondiamo in un altro locale, molto più vecchio, dove dice di aver passato “anni”.
Una famiglia umile, povera, numerosa. I sacrifici, gli studi, la testardaggine e le vittorie, le conquiste. Il senso di colpa: non puoi essere contento di aver fatto qualcosa per te, perché il tuo bene l’ha voluto Dio. Non è merito tuo. La tua presunzione va punita. Sii infelice. Oppure pentiti, ma soprattutto, liberati delle tue responsabilità. Ci pensa Lui. Sai cosa? La più grande ideologia terrorista mai apparsa nella storia dell’umanità, per me, è senza dubbio il cattolicesimo. Concordo. Sì. Ma il secondo gin tonic comincia a sembrare eccessivo pure a me. E così lo abbandoniamo sul tavolino e ce ne andiamo abbracciati, l’uomo alto ed io, avviati alla conclusione che stiamo desiderando.
Il divano del suo saloncino non è male, soprattutto quando toglie i cuscini verticali e ci stiamo sopra in due. Abbracciati, avvinghiati, bacianti, mordenti, leccanti. Esploranti participi rari. “Perché non andiamo nel letto? Si sta più comodi...”. Sì Paj. Stenditi su di me, rotolati con me fra le lenzuola, fammi sentire come mi lecchi il buco, come la tua barba si sfrega contro il mio culo. Come risali bene con la lingua fino alle palle e che sguardo da ragazzo cattivo hai mentre mi guardi succhiandomi il cazzo. Continua. Continua. Vuoi vedere che si apre così tanto che me lo sbatti dentro in un sol colpo?
Ma no. Paj risale verso la mia testa e mi sbatte in faccia il suo uccello. I suoi coglioni. Meglio che posso, lo impugno e lo porto in bocca. Comincio un lavoretto che lo fa star bene, che lo fa sussurrare: “Come spompini...”. Dopo un bel po’, si distende a pancia in su perché vuole leccarmi il buco mentre io, disteso sopra di lui in senso contrario, gioco con la sua nerchia, così lunga e grossa che posso metterci due mani o tenerla alla base e farla ondeggiare sfregando la cappella sulle mie labbra. Spinge il bacino verso l’alto e questo vuol dire: fammi un bocchino. Mano ben stretta alla base, comincio a pompare. Sempre più forte.
Stiamo gemendo entrambi. “Fermati, fermati!”, mi dice. Io, falso ingenuo: “Perché?”. “Perché altrimenti vengo”. Sì, voglio proprio sentirmelo dire. Quindi gioco ancora col suo cazzo e ricomincio a spompinarlo. Lo sento gemere di nuovo e voglio portarlo al limite, che puntualmente, poco dopo, arriva: “Fermati. Vuoi che venga?”. E io, maligno: “No”. “E allora fermati”.
Non ti ho forse detto, poche ore fa, che sono goloso? Di tutto sì, anche del tuo gran cazzo, che adesso pompo con forza. Paj geme, adesso sempre più forte, e poi comincia a contrarre i muscoli. Tolgo la bocca appena in tempo per vedere zampillare dalla sua nerchia, ora grossissima, tutta la sborra che ha. Sta ancora ansimando mentre tocco con la sinistra il liquido bianco che si è depositato sulla sua pancia, e con la destra mi masturbo e poi vengo sopra di lui.
Mi sorride. Rimaniamo distesi vicini, abbracciati, nudi e bagnati. “Non riesco a tenere gli occhi aperti, Milk. Ti fermi a dormire?”. “No”, gli rispondo. Senza aggiungere spiegazioni, mi alzo, mi asciugo, piscio, mi lavo le mani e mi rivesto. “Buon viaggio”, mi dice accompagnandomi alla porta, con l’aria di chi compatisce il ragazzo che rientra alle cinque di mattina con una leggera sbornia e una pesante ubriacatura di sesso. E con anima.

domenica 9 settembre 2012

Una persona - 2ª parte

“Mi piaci, Paj. Sei bellissimo”.
“Ci sono anche cose brutte qui dentro, sai?”, mi dice stringendomi ancor più forte a sé.
“Me lo immagino. Come in tutti, del resto”.
“Già. Avevo bisogno dei tuoi abbracci, Milk. Sì, ne avevo proprio bisogno”.
Ancora lacrime. E sorrisi. E mi sorride. E ci tocchiamo di nuovo, baciandoci con furia. Dobbiamo bruciarla tutta questa passione eppure sembra enorme, incombustibile.
Tenendomi sempre sopra di lui, mette un po’ di saliva sull’indice destro, lo porta al mio culo e comincia un ditalino. Gemo e lui continua, umidificando il dito un’altra volta e poi di nuovo. All’inizio esplora, poi sditalina con sempre maggior forza. 
“Voglio che me lo metti dietro”.
“Dopo t’inculo”, mi risponde Paj. “Non ho fretta. Tu hai fretta?”.
“Nessuna”, gli dico, e mi rimetto a spompinarlo. Questa volta mi tiene la testa ferma con due mani e muove il bacino per scoparmi la bocca. “Oooh... oooh... oooh”, accompagna ogni movimento con un gemito, finché toglie la nerchia e “Cazzo!”, esclama, sentendo forse che si stava avvicinando pericolosamente all’orgasmo. Allora adesso fa stendere me a pancia in su, lui si alza e lo vedo in piedi, alto, forte e con questo grosso palo che oscilla in mezzo alle sue gambe. S’inginocchia sul divano, mi fa portare le gambe, piegate, al petto. Passa una, due, decine di volte la lingua sul mio culo, le mie palle, il mio cazzo. Il buco si dilata e allora lui ci ficca due dita, avanti e indietro, dentro e fuori, poi con le due mani lo tiene aperto, allargato.
“Il tuo culo pulsa”, mi dice serio, “come fosse un cuore”.
“Forse ha paura”.
“E di che?”, mi chiede sinceramente sorpreso.
“Ma delle dimensioni, no?”, gli rispondo io. E scoppia a ridere.
Poi si impugna il cazzo e comincia a batterlo con forza sulle mie palle.
“Paura di questo?”, chiede retoricamente, e poi sfrega la cappella contro il mio buco.
Mi sembra che una parte della cappella riesca a entrare nella mia apertura, ormai dilatata, sicché: “Hai un preservativo?” gli chiedo.
“Sì, tranquillo, stavo solo giocando”.
Quindi si alza, si mette vicino alla mia testa e, prendendola di nuovo fra le sue mani, comincia a scoparmi ancora una volta la bocca, questa volta in maniera più violenta e decisa. I suoi coglioni sbattono ritmicamente contro il mio mento, mentre cerca, invano, di farsi fare una gola profonda. Dopo un po’ fa alzare me, si stende nuovamente sul divano e mi fa sedere sulla sua faccia, dandogli le spalle.
“Allarga il culo”, mi chiede, così porto le mani alle natiche e lui può raggiungere senza problemi con la lingua il buco. Mi sento schiudere dietro, mentre con le sue dita stringe i miei capezzoli. Non resisto: mi chino in avanti, senza spostare il bacino e le gambe, in modo che lui possa continuare il suo lavoro ed io possa rimettermi in bocca il suo uccello. Questa stimolazione reciproca e simultanea è meravigliosa e pare autoalimentarsi: quanto più lui mi fa godere leccandomi fra le cosce, più vigorosamente e profondamente io lo spompino; e più gli piace sentire la mia bocca avvolgergli il cazzo, con più voglia insinua la sua lingua nel mio culo.
È di nuovo lui a bloccarmi, a scansarmi dal suo palo e a farmi stendere di nuovo sopra di lui. Con una mano dirige la mia testa sul suo capezzolo destro. Comincio a leccarlo e a morderlo delicatamente, ma lui mi preme la mia testa contro il suo petto.
“Mordi... mordi... mordi... mordi... mordi...”. Lo ripete infinite volte, sempre con la stessa intonazione, come un ordine dato pacatamente, mentre io uso i miei denti con sempre maggior forza, temendo di fargli male. “Mordi... mordi... oh, sì, così, cazzo... mordi”. Lo stesso trattamento, forse ancor più brutale, lo richiede per l’altro capezzolo. Finché:
“Voglio chiavarti”, mi dice. “Vieni, andiamo in camera”.
Mi stendo sul letto, mentre lui chiude le finestre, spegne le luci e poi entra in camera, accende la luce del comodino e comincia a srotolare un preservativo sul cazzo. L’erezione, prima possente, comincia a svanire per l’evidente difficoltà che ha a indossarlo. “È che mi sono rimasti solo quelli piccoli, merda! Mi stringe troppo”.
“Tranquillo”, gli dico, “con calma”, mentre lubrifico con molto gel il mio buco.
Dopo molto armeggiare riesce finalmente a metterselo, sparge un po’ di gel sul cazzo e con quello si masturba un po’ per ritrovare il vigore perduto. Io mi metto a pecorina e aspetto. Dopo poco tempo lo impugna e sento che punta la cappella contro il mio culo. Non sta centrando il buco, ma preme il cazzo con forza, sicché quando poi lo trova, l’ingresso è immediato e violento. Grido forte.
“Ti sto facendo male?”, mi chiede.
“No”, dico io, mentendo, ma solo un po’. Non voglio che sia costretto a fermarsi e, al tempo stesso, so che quel po’ di dolore che sto provando, presto svanirà e lascerà il posto al piacere che già sta invadendo le mie viscere. 
Cominciano i colpi. Sono molto lenti e profondi, al punto che posso chiaramente sentire i suoi coglioni schiacciarsi contro di me. Paj, questo romanticissimo stallone, mi sta montando. Un paio di volte mi prende per i fianchi e dà dei colpi più violenti e rapidi, poi però torna subito a un ritmo più leggero.
“Devo andare piano, altrimenti vengo”, mi sussurra nell’orecchio.
Io, che a ogni colpo gemo, visto anche il notevole diametro, riesco a dire: “Tranquillo, vai piano, mi piace”.
Dopo qualche minuto, un fremito sembra scuotere Paj: “Sto per venire, Milk”.
“Vieni, Paj”.
“Sto per venire... Sborro!”.
E così, con cinque o sei colpi bene assestati, si scarica dentro di me, mentre io mi svuoto sulle sue lenzuola. Quando lo estrae, osservo il preservativo pieno e gli sorrido.
“Vuoi fermarti a dormire qui?”, mi chiede. Sono le due meno un quarto.
“No, domani ho molto da fare, preferisco svegliarmi e fare colazione direttamente a casa mia”.
“Ci sentiamo, allora”.
“Certo”.
Per strada respiro un’altra aria. Si direbbe che l’estate sia finita. Mi pare che cominci qualcos’altro. Cosa, non so bene.
(2 - Fine - Vai alla prima parte)