mercoledì 14 gennaio 2015

Tremila modi di divertirci stanotte

Bellezza. Natura. Quello che chiamiamo civiltà. Un corpo nudo. La scoperta di sé. La strada. Un percorso. Una foto. Avete voglia? Oggi leggetemi qui.

giovedì 8 gennaio 2015

Abbiamo perso la guerra

Ieri ho capito una volta per tutte che la lotta contro l’HIV è persa. Non che non fosse necessaria. Lo era e lo è tuttora. Però una cosa basilare in questa guerra, la prevenzione, non funziona e io non so dire esattamente perché. Non mi voglio riferire a quelle zone del mondo apparentemente così lontane da noi, come l’Africa, dove la prevalenza del virus è a livelli altrove inimmaginabili per le specifiche condizioni socioeconomiche di quel continente. Non parlo nemmeno dei dati che riguardano il mondo occidentale, nel quale già da alcuni anni non si riesce più a far diminuire i nuovi contagi. 
No, io parlo di Ale e di me. Mi scrive lui per chiedermi se ci vediamo e così ci ritroviamo a vagabondare per le strade del centro, intirizziti nei nostri giacconi. Scartiamo un locale alternativo perché troppo pieno e alla fine ci sediamo nella terrazza deserta e gelida di un bar. La scopata dell’altro giorno, con la penetrazione — furtiva e momentanea — senza preservativo, mi ha offerto fin troppo materiale su cui riflettere. È stata la prima volta che ho lasciato che accadesse una cosa del genere dopo la separazione con il mio ex. E così, nell’amena conversazione sulla nostra sessualità, trovo l’occasione per piazzargli un: “Comunque, credo che dovresti fare più attenzione quando scopi. L’altro giorno mi sono lasciato prendere la mano e me l’hai messo dentro senza preservativo. Credo che non dovresti farlo, perché non sai cosa potrei avere e io non so cosa puoi avere tu”. Una roba così. È rimasto a guardarmi ammutolito con un sorriso congelato, e non esattamente per il freddo pungente delle undici di sera.
Un po’ d’imbarazzo. Cerco di spiegarmi, ma le parole escono a fatica, i concetti sono confusi ed è come se calasse della ruggine fra noi. Ciò che mi riferisce (e che a me ferisce, anche se cerco di non farlo trasparire) è che, pur considerando la prevenzione necessaria e cercando di seguirne le poche regole basiche, lui percepisce il preservativo come una gran rottura di coglioni. Un momento che dovrebbe essere di totale abbandono tra due o più corpi che stabiliscono la comunicazione indiscutibilmente più bella che esiste, si trasforma in una specie di corsa a ostacoli: ah, aspetta, adesso devo metterci la gomma; adesso il lubrificante (abbondante, altrimenti poi si rompe); srotolarlo bene; controllare di tanto in tanto che non si sia rotto... E poi le paranoie se qualcosa va storto o se fai una cazzata (anche quando non la fai, mi verrebbe da aggiungere da ipocondriaco quale sono, ma per fortuna taccio). Sì, ovvio, dico io. A chi non piacerebbe poterne fare a meno? Il fatto è che questa scocciatura non si può evitare, per lo meno dal mio punto di vista.
“Siccome mi costa fatica usare il preservativo, evito quelli che dicono che non lo utilizzano, perché so che con loro mi lascio andare facilmente”. Non avevo più abbastanza mani da mettermi nei capelli. Ma, dico io. “Non mi pare una strategia molto efficace, no? Cosa fai quando scopi con qualcuno di cui non conosci le abitudini e la sierologia, con cui non hai mai parlato di questo?”. Con me, per esempio, cazzo. La risposta è un cenno affermativo del capo. Sì, cosa? Lo butti dentro comunque e ci provi, sperando che tutto vada bene?
O che tutto vada male? Perché la tristissima sensazione che mi rimane dopo questo dialogo appena accennato, faticoso e reticente, è che Ale non deve avere una gran stima di sé, se si concede delle “scivolate” — frequenti, per quanto posso aver intuito — che potrebbero finire per mettere a repentaglio la sua salute. E io mi domando come potrebbe amarmi una persona che non vuole bene innanzitutto a se stessa. Ammesso e non concesso che voglia amarmi, ovviamente.
“Sono circondato da persone che militano nella lotta contro l’Aids e questi messaggi, ripetuti mille volte, hanno finito per immunizzarmi”. Proprio così dice, “immunizzarmi”, e io ho un soprassalto. “Nel senso che mi sono abituato e credo che non abbiano più molto effetto su di me”. Venticinque anni, capito? Allora vediamo, 1989... C’era gente che quando Ale è nato era già nell’età della ragione, e che di quell’epoca ricorda soprattutto i funerali degli amici o dei compagni di militanza. Decine di amici e di compagni. Persone che si sono rimboccate le maniche e hanno chiamato omicidio l’inerzia della società e delle istituzioni nei confronti dell’epidemia e hanno deciso che la lotta per fermarla era una questione collettiva e non un affare privato, da vivere nella vergogna.
E adesso vieni tu, che di questa vicenda avrai sentito forse solo l’eco, a dire che il preservativo è scomodo? Ma poi il ragionamento s’ingarbuglia nella mia mente. Sono un sepolcro imbiancato: se lui con me ha potuto fare a meno della prevenzione per qualche secondo, è anche perché io gliel’ho concesso. Mi chiedo se, date le nostre condizioni, è possibile fiorisca qualcosa di più di qualche bella scopata. 
L’unica cosa certa è che il bacio nell’androne di casa sua, prima di separarci, è stato prolungato ma freddo. “Ti ha dato fastidio quello che ho detto?”, gli chiedo. “No, perché avrebbe dovuto?”.

martedì 6 gennaio 2015

Il piccolo Ale

Non è stata la prima volta a casa mia. È stata la seconda, per la precisione. Gli avevo promesso pillole e carezze, contro i postumi della sbornia che si era preso a Capodanno. Aveva declinato i medicinali, ma aveva scritto: “Guarda che vengo a prendermi le coccole, eh”. “Esiste un modo migliore per cominciare l’anno?”, mi ero chiesto, fra me e me.
E così ecco Ale salire le scale sorridendomi, minuto e infreddolito, nei suoi pantaloni troppo stretti, il giubbottone e i guanti. Il primo di un miliardo di abbracci. Ma allora siamo contenti di vederci?
E parliamo e ci prepariamo un tè in cucina, poi lo sorseggiamo, seduti sul mio letto. E parliamo. E parliamo. Finché la vicinanza non fa il suo dovere. Mi prende all’improvviso la bocca con la sua. Ci stringiamo in un abbraccio che mi dà l’acquolina, che lubrifica le nostre labbra che si sfregano le une contro le altre, mentre il respiro si agita e il cuore vorrebbe uscire dal petto e gridare: “Esisto”. Se riuscissi a pensare, ne uscirebbe qualcosa come: “Che non smetta mai”.
Ci spogliamo poco a poco, pezzo dopo pezzo. Le mie dita trovano subito i suoi capezzoli, già così duri e circondati da peli corti e biondi. La sua lingua è sul mio collo e scivola verso l’orecchio. Ho i brividi. Poi è una confusione di mani che carezzano, palpano, stringono e di bocche che cercano affannate qualcosa da baciare. Quando i cazzi si liberano, si mette a succhiare il mio. Lo fa lentamente, con dedizione e molta saliva. Poi è il mio turno. Lui è in piedi vicino al letto e io me lo ficco in gola più che posso, perché è molto lungo. Non si accontenta dei miei movimenti rapidi, ma mi prende la testa fra le mani e si agita muovendosi avanti e indietro per scoparmi la bocca. 
Sono solo le prove generali, interrotte da un suo gemito. Lo estrae, forse al limite dell’orgasmo, e mi fa mettere a quattro zampe. Mi schiaffeggia il culo con forza e a ogni colpo che ricevo, inarco di più il bacino. Ecco Ale, lo vedi come sono disponibile? Puoi farlo tuo. E allora lui s’inginocchia davanti al letto, appoggia la faccia sul mio culo e comincia una delle migliori leccate che abbia mai ricevuto. Non solo la sua lingua passa sul buco, adesso così ben esposto, ma lo penetra e lo morde e insiste, finché la porta si apre. Arrivano altri schiaffi, poi lui si inginocchia davanti a me, sul letto, perché io possa spompinarlo di nuovo. A un certo punto mi mette un dito in bocca, me lo fa succhiare come fosse un cazzo, mentre mi guarda. Poi mi porge nuovamente l’uccello, si china su di me, e mentre io gli faccio una pompa, lui esplora il mio culo.
Ho il buco aperto e il suo dito insalivato affonda facilmente, quindi ne inserisce un altro e un altro ancora e poi tira, strattona, come se cercasse la conferma della sua flessibilità. Data la situazione, e con il suo serpente ancora in bocca, non posso far altro che mugolare e attendere, paziente, ciò che desidero di più al mondo. Quando si sposta e si mette dietro di me, io mi adagio a pancia in giù mentre lui sfrega il cazzo tra le mie natiche. Ci sputa sopra, perché scivoli meglio, ma io allungo una mano dietro di me, lo impugno e punto la sua cappella sul mio buco. Voglio che mi faccia sentire com’è duro e che giochi con la mia apertura più recondita.
Così fa Ale per un po’ e io mi eccito e vengo sopraffatto, una volta di più, dalla voglia di tenerlo dentro, di sentire un contatto più intimo. Ehi, non così intimo, però. Ale fa scivolare dentro la cappella e poi, trovando la via completamente sgombra, mi sfonda il culo così, senza nessun complimento. Non ci stiamo dimenticando qualcosa, accidenti? Lo faccio uscire rapidamente, mi alzo e prendo un preservativo dal cassetto. Se lo mette, lo lubrifica e ricomincia il lavoro.
Mi fotte alla pecorina, prima lentamente, ma poi selvaggiamente, quasi con rabbia. I suoi movimenti sono molto rapidi, mentre con le mani mi afferra i fianchi e mi tiene fermo. Vuole che appoggi la testa e il busto sul letto, completamente offerto e sottomesso. Il mio buco si arrende presto alle martellate e si dilata completamente mentre gemo e Ale affonda dentro di me fino ai coglioni in una danza dannata. Un colpo particolarmente forte e mi ritrovo disteso a pancia in giù sul letto, con il suo bastone conficcato dietro. Che meraviglia questa melodia fatta del suo corpo che spinge nel mio con sempre maggior furia, il suo ansimare forte vicino al mio orecchio e il mio gemere per quel cazzo che invade la mia carne. “Mi manca poco... Vengo, io vengo”, mi avverte. E lo sento godere. Qualche istante più tardi, dopo aver gettato in terra il preservativo colmo di sborra, mi prende il cazzo e comincia a menarmelo, mentre mi masturba il buco. “No, non importa”, gli dico. “Non vuoi venire? Ti faccio un pompino”, mi propone. “No, davvero”. Per stavolta, va benissimo così.

mercoledì 31 dicembre 2014

Un po'

Che cosa conta in questo preciso istante? La luce che penetra le finestre riverberando violenta il candore della stanza? O i battiti accelerati del mio cuore mentre rimango disteso e fermo davanti a te, torcendo il busto per guardarti in faccia? Forse il mio affanno che assorbe la fissità di quest’attimo sospeso, una parentesi di silenzio inesplicabile? 
Qualche secondo fa te lo sei preso in mano e con lucida lentezza l’hai estratto dal mio culo. Piano, centimetro dopo centimetro, hai fatto uscire questo uccello grande e duro dal suo occasionale rifugio. I tuoi occhi, che miravano dritto tra le mie cosce, si sono allora velati di stupore e di un’eccitazione ormai difficile da imbrigliare. Con la voce calda e un tono che umilia e provoca al tempo stesso, mi hai detto: “Che aperto ce l’hai ora. Potrebbero entrarci due cazzi. Non avresti nemmeno bisogno del lubrificante”. Un buco che si inghiotte tutto, anche me, anche te, Ol.. Questo è ciò che davvero conta, l’elemento importante, il movente. 
“E non so come fai a resistere tanto con un cazzo in culo. Nemmeno lo senti”. Inspiri profondamente e con un colpo secco chiudi la parentesi e me lo ficchi dentro un’altra volta. Però adesso ti muovi con quella forza che prima avevo solo potuto intuire, perché tu l’avevi trattenuta tra fasci di muscoli, tendini, denti stretti e mascella. Per non farmi del male, per malintesa cortesia? È vero, all’inizio del tuo lavoretto, mi avevi chiesto: “Tutto bene?”. Dovrei avvisarli sempre prima: se qualcosa andasse storto, te ne accorgerai, baby. Non sei il primo, e dubito che sarai l’ultimo. Ti avevo quindi risposto di sì, che tutto andava più che bene, e allora, senza incertezze, lo avevi buttato dentro fino in fondo. E poi mi avevi domandato a più riprese quando mi avevano chiavato l’ultima volta, godendo delle mie risposte inframmezzate da gemiti. Ti eri sollazzato, certo, però senza eccessi, perché non si sa mai.
Però adesso no, hai già constatato l’eccellente livello di accoglienza e di elasticità. “Nemmeno lo senti”. E allora avanti e indietro senza scrupoli, fai ondeggiare il tuo bacino e lo sbatti contro di me quasi con rabbia mentre mi ansimi addosso. Mi tieni bloccato, non posso muovermi nemmeno un po’, mentre percepisco — eccome! — ogni colpo di quel palo che mi perfora dentro. Il mio culo rilascia un liquido trasparente e viscoso, che si aggiunge al lubrificante, richiamato dall’incalzare incessante della penetrazione. Ti bagno così. 
Capisco che sei quasi a fine corsa quando all’improvviso ti blocchi con il cazzo ben piantato in me e mi chiedi: “Dove ti piace farti sborrare?”. “Dentro”, ti rispondo. “Ah, sì? Io invece voglio venirti addosso”. Ti muovi ancora un po’, ma ne hai per poco. Lo estrai di nuovo, questa volta rapidamente. Ti togli il preservativo e te lo meni a qualche centimetro dalla mia faccia. Faccio solo in tempo a portare una mano sotto le tue palle bagnate dei miei umori e ti vedo schizzare sul mio petto. È calda e giallastra e il suo odore m’inebria.
All’inizio, dopo essere entrato in casa e aver sbrigato tutte le formalità — “È stato difficile arrivare?”, “No, ho trovato subito. Bello qui”, “Grazie” e forse qualcosa di più — mi avevi baciato e palpato il culo ancora fasciato nei jeans. Ti eri spogliato e mi avevi fatto inginocchiare sul letto mentre, rimanendo in piedi vicino a me, mi avevi offerto il tuo bastone. Lo succhiavo voglioso, mugolando e sbavando senza decoro. La tua mano si era allora posata sul mio buco e l’aveva strattonato. “Sei un po’ puttana, vero?”, mi avevi domandato. Un po’?

domenica 28 dicembre 2014

Il tempo ben speso

Quanti cazzi hai preso in questi quasi due anni di esilio? Immagino che sia questa la domanda chiave, l’unica che davvero conti su queste pagine bianco latte. Molti, signore mie. Perché se il gran cambiamento e gli sforzi per compierlo hanno sottratto le energie necessarie per stare qui, ciò non mi ha impedito di godere dei miei simili, di conoscerli - talvolta solo carnalmente - e di apprezzarli. O no.
Rileggendo queste pagine scopro straordinarie fedeltà. Ma., per esempio, che se n’era tornato negli Stati Uniti ed ora è di nuovo qui, vive e lotta insieme a noi; oppure Pe., che nel frattempo si è stabilito nel mio quartiere; o ancora, l’immancabile Santi, a ben vedere il mio unico pene rifugio.
Molti altri, di cui non ho fatto in tempo a scrivere, sono nel frattempo transitati. Altri sono arrivati e si sono fermati. Alcuni di loro vorrei se ne andassero. Di tutto ciò, a smozzichi e bocconi, scriverò.
Tuttavia Ale si è ritagliato un piccolo spazio. Minuscolo, però reale, mi accorgo ora che ci penso. Nessuno dei due lo ha voluto davvero, non è scattata nessuna passione amorosa - di quelle struggenti che rendono insopportabili tutti i minuti che scorrono lontano dall’essere amato - eppure ci cerchiamo discretamente, sondiamo il terreno whatsappeando con aria falsamente indifferente, finché uno dei due domanda: “Quando ci vediamo?”. E così accade di nuovo. Che finiamo a letto. Che parliamo di noi, dei suoi progetti, dei miei. Che finiamo a letto. Che scrutiamo i nostri appartamenti, gli oggetti, le nostre storie. Che finiamo a letto.

mercoledì 24 dicembre 2014

Mi risveglio

Mi risveglio quando il mio qualcosa — non è amore, non è neanche mio, per la verità — è già partito per la guerra. Siamo entrati nell’edificio, che s’intuisce antico, accompagnati da volti a me conosciuti. Allegri loro, triste io. Lui dice a un militare seduto al posto di guida di un autobus: “È qui che ci si arruola?”. “Sí, qui in fondo, a sinistra, entra lì”.
Il corteo ci segue. Lui ha il passo deciso, marziale, e sorride. Io penso: “Non può essere”. Eppure continua. Passiamo dei tornelli senza nessuna formalità. Uno degli accompagnanti si stacca dal gruppo, raggiunge una specie di bacheca e grida: “Guardate! La Stele di Rosetta!”. Mi avvicino. È una bussola che sembra fatta di filigrana, con scritte in francese. Il tempo di decifrarle e lui è già sparito, forse vestito con la mimetica, seduto in un camion verde scuro e diretto chissà dove. In mezzo a quella corte medievale mi piego per la disperazione, poi m’inginocchio e mi porto le mani alla testa. Gli altri stanno a guardare, silenti.
Ale aveva puntato la sveglia alle otto e undici. Quando lo aveva fatto e poi comunicato, era troppo tardi — le cinque del mattino? — per chiedergli il perché di una precisione tanto stravagante. Avevo sonno ed ero sazio. Però poi, alle otto e undici, l’ho sentito maneggiare il telefono e adagiarsi di nuovo sul cuscino. Cinque minuti più tardi, lo squillo definitivo. Ho acceso la luce e con gli occhi semiaperti ho scrutato il suo corpo nudo mentre cercava in terra i vestiti, separandoli dai miei. Si è rimesso gli slip, si è seduto al bordo del letto per indossare i calzini e allora si è girato verso di me con un mezzo sorriso. Il suo mezzo sorriso e il suo petto ricoperto di peli corti, la visione che aspettavo per dirmi: che bello essere ancora qui oggi.
Ricoperto da diversi strati di tessuto sintetico, si è inginocchiato sul letto, io sono uscito dalle coperte senza niente addosso e mi sono inginocchiato a mia volta. I busti eretti si sono uniti, ci siamo abbracciati. Era la milionesima volta ed era la prima, forse non l’ultima. Così forte. Grazie per la cena — non mi ringraziare, ti bacio il collo — sei molto gentile — non dire nulla, ti bacio la bocca — ecco così, fammi sentire solo il tuo respiro, e ti carezzo i capelli.
Mi hai detto qualche ora fa che, nonostante i tuoi studi — li terminerai con un po’ di ritardo rispetto ai tempi previsti — non vuoi intraprendere la carriera alla quale teoricamente saresti destinato. Qualcosa di simile alla mia. Hai altre ambizioni, che a me sembrano entusiasmanti ma così difficili da mettere in pratica, che... E allora tu fai: “Lasciami illudere, ho venticinque anni”. Quindi tutto precipita. Perché hai una bocca che mi fa morire, uno sguardo innocente capace di farsi torvo in un battere di ciglia, una pelle chiara da leccare e lobi piccoli da mordere. “Andiamo in camera”.
Ma da dove vengono questi baci? Sai dirmelo tu? Da quale granello di sabbia della tua isola eternamente soleggiata e colma di tedeschi in pensione? Perché le nostre bocche non riescono a staccarsi, le nostre lingue non smettono di muoversi, perché il mio respiro inciampa nel tuo una volta dopo l’altra e ci rotoliamo nel letto e le braccia gridano la loro voglia di stringere, avvinghiare? Che il tuo corpo non si stacchi dal mio troppo presto.
Come ti piace leccarmi le palle e poi il cazzo. Me ne sto disteso lasciandomi trasportare altrove. La tua lingua s’insinua anche nel mio buco. Vuoi tutto e io sono disponibile, volenteroso, aperto. Ti scopo la bocca, mi scopi la bocca. Mi metti disteso a pancia in giù e ti stendi sopra di me, sento il tuo cazzo premere contro il mio buco. Ti muovi e mi respiri nell’orecchio, stringendo le tue mani nelle mie. Inarco il bacino. Non serve che io gridi: “Ti voglio dentro!”, perché è già così evidente. Ho le lacrime agli occhi: desiderio, ineluttabilità, gioia estrema, l’idea che sei speciale.
Ti passo il preservativo, lo indossi, ci metti un po’ di lubrificante. Quando entri, sento che non è sufficiente. Non lo sarebbe. Eppure mi apro e allora siamo davvero quasi uno. Adoro ogni colpo di reni che mi regali. Ansimo e ti guardo negli occhi e mi baci. Poi ti metterai in ginocchio e io alla pecorina e sarai più duro, ma sono dettagli di una realtà impazzita. Ti tocco i coglioni mentre vai avanti e indietro. Faccio uscire il tuo uccello e ci mettiamo distesi uno di fianco all’altro, e ti abbraccio. Impugniamo i cazzi e li meniamo. Ti guardo e ti trovo talmente bello che in ogni momento rischio di cadere dalla corda tesa. “Ti manca poco”, “Sì”, “Vieni”, “Voglio che venga anche tu”, “Allora vieni”. Sorride. Sorrido. M’inarco, la testa reclinata, la bocca aperta in gemiti profondi. Gli bagno la mano che ha posato sulla mia pancia. La sua aumenta il ritmo e dopo qualche secondo finisce la sua corsa con una serie di strattoni. Schizza sul suo corpo il liquido bianco. Scoppia in una risata interminabile e contagiosa. Poi è un lavarsi silenzioso insieme nel bagno e dopo ancora coperte. Fa freddo, accoccoliamoci.

lunedì 25 febbraio 2013

Il toro e la puttanella

A questo toro piacciono le vacche servizievoli, compiacenti, adoratrici del cazzo. Possibilmente del suo. “Sono freddo”, mi dice, mentre si toglie la maglietta rossa attillata che porta sotto il maglione. È un po’ più alto di me, è massiccio, duro, forte, e accorcia i peli, così fitti sul petto e sulla pancia. Tra due ore avrà un impegno da un’altra parte e dovrà andarsene però, per adesso: “ti scaldo io”, gli dico. Nella stanza tutto è bianco. La luce del sole gelido di oggi è cristallina e tanto candore contrasta con la lussuria dei nostri sguardi. La mia lingua scivola contro la sua, si muove frenetica mentre le nostre labbra si uniscono e un abbraccio reciproco ci schiaccia l’uno contro l’altro. Ho la sensazione di perdermi in quel petto e in quelle spalle così ampie: fin da questi primi istanti JJ. per me è protezione e aggressione insieme, è usurpazione, invasione, istinto maschio di cazzo, di coglioni, di sborra. Ho ancora la maglietta e i pantaloni addosso ma sto già sporgendo involontariamente il culo. Me ne accorgo solo quando comincia a palparlo. È il mio corpo che sta comunicando già direttamente col suo, se ne infischia delle regole apprese e mi fa apparire per ciò che sono ora: buco caldo e accogliente, impulso di gambe divaricate e bocca umida.
Il pacco è gonfio quando fa cadere i pantaloni fino alle ginocchia. Gli abbasso gli slip liberando così il suo bel cazzo dalla pelle abbondante. Tirando verso la base, scopro la cappella, corta ma grossa. M’inginocchio davanti a JJ., pronto a pregare la mia divinità. E me lo metto in bocca. Mentre vado con la testa avanti e indietro e assaporo la nerchia grande e dura, non smetto un secondo di mugolare. Emetto dei suoni un po’ acuti che contrastano con i suoi, più gravi. Una mano sulla testa e di colpo mi ritrovo bloccato, con l’intero cazzo di JJ. in bocca mentre lui preme ancora e ancora, finché non sente scivolare la cappella ancor più in fondo nella mia gola. Adesso si muove ritmicamente dentro e fuori, tenendomi ferma la testa con entrambe le mani, mentre io metto le mie sul suo culo, per fargli capire che sì, la mia bocca da pompinaro è fatta anche per quello. Mi tolgo la maglietta e prendo un po’ di fiato, ma JJ. ricomincia subito. Ogni tanto lo faccio scivolare fuori e gioco con le labbra o con la lingua sulla sua cappella, mi eccito ancora di più, allora torno a lasciarmi chiavare la bocca, ancora e ancora. 
Mi abbasso anch’io pantaloni e slip fin sotto le ginocchia e lo vedo concentrato a osservarmi il culo. Quel suo sguardo trasferisce su di me tutta la sua lascivia. Mi metto a quattro zampe sul letto, perché noti la mia predisposizione. La schiena è arcuata al massimo, il culo teso verso di lui. JJ. si mena il cazzo come un forsennato mentre con un indice e un medio mi allarga il buco. Il solo contatto tra la sua mano e il mio culo mi fa gemere. La sensibilità della mia pelle sembra centuplicata. 
La monta potrebbe avere inizio a tutti gli effetti, ma voglio togliermi i pantaloni, gli slip e le calze. Lascio tutto in terra e poi mi distendo a pancia in giù e appoggiandomi sui gomiti metto il viso vicino al suo cazzo durissimo, che comincio a leccare, mentre JJ. è ancora in piedi accanto al letto. Di nuovo le sue mani forti afferrano la mia testa e di nuovo me lo caccia dentro, fino in gola. Questa volta sento un “Sìii”, mentre mi preme la testa con tutta la forza che ha. Un gemito gutturale profondo mi fa capire quanto gli sta piacendo. Poi allenta la presa per un attimo e appena mi allontano uno o due centimetri, torna a spingere il mio viso contro di sé, in rapida successione, una decina di volte.
Finché lo sfila e: “Prendo un preservativo, che adesso te lo apro”. Mentre cerca in una tasca della giacca, appoggiata sul divano, io lubrifico il buco: due dita mi entrano già senza nessuno sforzo. Mentre JJ. indossa il preservativo, io mi sditalino, osservandolo. Dopo aver sparso un po’ di gel sul suo cazzo inguainato, mi metto sul letto a quattro zampe. Dietro di me, il torello preme contro il buco ed entra. Scivola pianissimo, quasi impercettibilmente, ma non si ferma. Al primo impatto sento crescere già uno stimolo molto piacevole. Ma cedo immediatamente del tutto, il buco mi si allarga da solo e lui può già cominciare a muoversi avanti e indietro e a dare dei colpi violenti. Mentre mi fotte mi accarezza i capezzoli, stringendoli con due dita delicatamente. A seconda della posizione della mia schiena, che alzo o abbasso alternativamente, l’angolatura del mio culo varia leggermente. E mentre JJ. cambia ritmo e profondità e sbatte, sbatte forte il suo bacino contro i miei fianchi, io gemo. 
Animale. Aperto. Inculato. La bocca è aperta. Ansimo. Un bastone durissimo dentro, vuole arrivare più in fondo. JJ. mi spinge più avanti. Vuole che io non cambi posizione, alla pecorina gli piace, però sale sul letto e appoggia le ginocchia dietro di me. Continua a spingere la sua carne dentro la mia. Quando mi volto, con la coda dell’occhio lo vedo intento a osservare come il suo cazzo entra ed esce dal mio culo ormai più che accessibile. Il toro è molto resistente, ma adesso lo sento gemere forte, senza ritegno. Ed è, questo, uno degli atteggiamenti di un maschio che più mi fanno uscire di testa: percepire chiaramente che sta perdendo il controllo, che si sta lasciando andare.
Comincio a cedere. Dopo aver perso liquido prespermatico, due o tre schizzi di sborra escono adesso dal mio cazzo. Bagno un po’ il lenzuolo e lui se ne accorge. Aumenta il ritmo e soprattutto la violenza con cui mi sta penetrando e capisco che siamo vicini alla fine. Non ce la faccio più e, all’inizio senza nemmeno toccarmi l’uccello, vengo. Dai suoi gemiti capisco che dentro il mio culo il preservativo si sta gonfiando dello stesso liquido bianco. Bianco come questa mattina bianca e splendente di gioiosa ed energica vita.

“Puttanella”, mi dice, tra le altre cose, alla fine. E non si scusa per il diminutivo.