mercoledì 14 gennaio 2015

Tremila modi di divertirci stanotte

Bellezza. Natura. Quello che chiamiamo civiltà. Un corpo nudo. La scoperta di sé. La strada. Un percorso. Una foto. Avete voglia? Oggi leggetemi qui.

giovedì 8 gennaio 2015

Abbiamo perso la guerra

Ieri ho capito una volta per tutte che la lotta contro l’HIV è persa. Non che non fosse necessaria. Lo era e lo è tuttora. Però una cosa basilare in questa guerra, la prevenzione, non funziona e io non so dire esattamente perché. Non mi voglio riferire a quelle zone del mondo apparentemente così lontane da noi, come l’Africa, dove la prevalenza del virus è a livelli altrove inimmaginabili per le specifiche condizioni socioeconomiche di quel continente. Non parlo nemmeno dei dati che riguardano il mondo occidentale, nel quale già da alcuni anni non si riesce più a far diminuire i nuovi contagi. 
No, io parlo di Ale e di me. Mi scrive lui per chiedermi se ci vediamo e così ci ritroviamo a vagabondare per le strade del centro, intirizziti nei nostri giacconi. Scartiamo un locale alternativo perché troppo pieno e alla fine ci sediamo nella terrazza deserta e gelida di un bar. La scopata dell’altro giorno, con la penetrazione — furtiva e momentanea — senza preservativo, mi ha offerto fin troppo materiale su cui riflettere. È stata la prima volta che ho lasciato che accadesse una cosa del genere dopo la separazione con il mio ex. E così, nell’amena conversazione sulla nostra sessualità, trovo l’occasione per piazzargli un: “Comunque, credo che dovresti fare più attenzione quando scopi. L’altro giorno mi sono lasciato prendere la mano e me l’hai messo dentro senza preservativo. Credo che non dovresti farlo, perché non sai cosa potrei avere e io non so cosa puoi avere tu”. Una roba così. È rimasto a guardarmi ammutolito con un sorriso congelato, e non esattamente per il freddo pungente delle undici di sera.
Un po’ d’imbarazzo. Cerco di spiegarmi, ma le parole escono a fatica, i concetti sono confusi ed è come se calasse della ruggine fra noi. Ciò che mi riferisce (e che a me ferisce, anche se cerco di non farlo trasparire) è che, pur considerando la prevenzione necessaria e cercando di seguirne le poche regole basiche, lui percepisce il preservativo come una gran rottura di coglioni. Un momento che dovrebbe essere di totale abbandono tra due o più corpi che stabiliscono la comunicazione indiscutibilmente più bella che esiste, si trasforma in una specie di corsa a ostacoli: ah, aspetta, adesso devo metterci la gomma; adesso il lubrificante (abbondante, altrimenti poi si rompe); srotolarlo bene; controllare di tanto in tanto che non si sia rotto... E poi le paranoie se qualcosa va storto o se fai una cazzata (anche quando non la fai, mi verrebbe da aggiungere da ipocondriaco quale sono, ma per fortuna taccio). Sì, ovvio, dico io. A chi non piacerebbe poterne fare a meno? Il fatto è che questa scocciatura non si può evitare, per lo meno dal mio punto di vista.
“Siccome mi costa fatica usare il preservativo, evito quelli che dicono che non lo utilizzano, perché so che con loro mi lascio andare facilmente”. Non avevo più abbastanza mani da mettermi nei capelli. Ma, dico io. “Non mi pare una strategia molto efficace, no? Cosa fai quando scopi con qualcuno di cui non conosci le abitudini e la sierologia, con cui non hai mai parlato di questo?”. Con me, per esempio, cazzo. La risposta è un cenno affermativo del capo. Sì, cosa? Lo butti dentro comunque e ci provi, sperando che tutto vada bene?
O che tutto vada male? Perché la tristissima sensazione che mi rimane dopo questo dialogo appena accennato, faticoso e reticente, è che Ale non deve avere una gran stima di sé, se si concede delle “scivolate” — frequenti, per quanto posso aver intuito — che potrebbero finire per mettere a repentaglio la sua salute. E io mi domando come potrebbe amarmi una persona che non vuole bene innanzitutto a se stessa. Ammesso e non concesso che voglia amarmi, ovviamente.
“Sono circondato da persone che militano nella lotta contro l’Aids e questi messaggi, ripetuti mille volte, hanno finito per immunizzarmi”. Proprio così dice, “immunizzarmi”, e io ho un soprassalto. “Nel senso che mi sono abituato e credo che non abbiano più molto effetto su di me”. Venticinque anni, capito? Allora vediamo, 1989... C’era gente che quando Ale è nato era già nell’età della ragione, e che di quell’epoca ricorda soprattutto i funerali degli amici o dei compagni di militanza. Decine di amici e di compagni. Persone che si sono rimboccate le maniche e hanno chiamato omicidio l’inerzia della società e delle istituzioni nei confronti dell’epidemia e hanno deciso che la lotta per fermarla era una questione collettiva e non un affare privato, da vivere nella vergogna.
E adesso vieni tu, che di questa vicenda avrai sentito forse solo l’eco, a dire che il preservativo è scomodo? Ma poi il ragionamento s’ingarbuglia nella mia mente. Sono un sepolcro imbiancato: se lui con me ha potuto fare a meno della prevenzione per qualche secondo, è anche perché io gliel’ho concesso. Mi chiedo se, date le nostre condizioni, è possibile fiorisca qualcosa di più di qualche bella scopata. 
L’unica cosa certa è che il bacio nell’androne di casa sua, prima di separarci, è stato prolungato ma freddo. “Ti ha dato fastidio quello che ho detto?”, gli chiedo. “No, perché avrebbe dovuto?”.

martedì 6 gennaio 2015

Il piccolo Ale

Non è stata la prima volta a casa mia. È stata la seconda, per la precisione. Gli avevo promesso pillole e carezze, contro i postumi della sbornia che si era preso a Capodanno. Aveva declinato i medicinali, ma aveva scritto: “Guarda che vengo a prendermi le coccole, eh”. “Esiste un modo migliore per cominciare l’anno?”, mi ero chiesto, fra me e me.
E così ecco Ale salire le scale sorridendomi, minuto e infreddolito, nei suoi pantaloni troppo stretti, il giubbottone e i guanti. Il primo di un miliardo di abbracci. Ma allora siamo contenti di vederci?
E parliamo e ci prepariamo un tè in cucina, poi lo sorseggiamo, seduti sul mio letto. E parliamo. E parliamo. Finché la vicinanza non fa il suo dovere. Mi prende all’improvviso la bocca con la sua. Ci stringiamo in un abbraccio che mi dà l’acquolina, che lubrifica le nostre labbra che si sfregano le une contro le altre, mentre il respiro si agita e il cuore vorrebbe uscire dal petto e gridare: “Esisto”. Se riuscissi a pensare, ne uscirebbe qualcosa come: “Che non smetta mai”.
Ci spogliamo poco a poco, pezzo dopo pezzo. Le mie dita trovano subito i suoi capezzoli, già così duri e circondati da peli corti e biondi. La sua lingua è sul mio collo e scivola verso l’orecchio. Ho i brividi. Poi è una confusione di mani che carezzano, palpano, stringono e di bocche che cercano affannate qualcosa da baciare. Quando i cazzi si liberano, si mette a succhiare il mio. Lo fa lentamente, con dedizione e molta saliva. Poi è il mio turno. Lui è in piedi vicino al letto e io me lo ficco in gola più che posso, perché è molto lungo. Non si accontenta dei miei movimenti rapidi, ma mi prende la testa fra le mani e si agita muovendosi avanti e indietro per scoparmi la bocca. 
Sono solo le prove generali, interrotte da un suo gemito. Lo estrae, forse al limite dell’orgasmo, e mi fa mettere a quattro zampe. Mi schiaffeggia il culo con forza e a ogni colpo che ricevo, inarco di più il bacino. Ecco Ale, lo vedi come sono disponibile? Puoi farlo tuo. E allora lui s’inginocchia davanti al letto, appoggia la faccia sul mio culo e comincia una delle migliori leccate che abbia mai ricevuto. Non solo la sua lingua passa sul buco, adesso così ben esposto, ma lo penetra e lo morde e insiste, finché la porta si apre. Arrivano altri schiaffi, poi lui si inginocchia davanti a me, sul letto, perché io possa spompinarlo di nuovo. A un certo punto mi mette un dito in bocca, me lo fa succhiare come fosse un cazzo, mentre mi guarda. Poi mi porge nuovamente l’uccello, si china su di me, e mentre io gli faccio una pompa, lui esplora il mio culo.
Ho il buco aperto e il suo dito insalivato affonda facilmente, quindi ne inserisce un altro e un altro ancora e poi tira, strattona, come se cercasse la conferma della sua flessibilità. Data la situazione, e con il suo serpente ancora in bocca, non posso far altro che mugolare e attendere, paziente, ciò che desidero di più al mondo. Quando si sposta e si mette dietro di me, io mi adagio a pancia in giù mentre lui sfrega il cazzo tra le mie natiche. Ci sputa sopra, perché scivoli meglio, ma io allungo una mano dietro di me, lo impugno e punto la sua cappella sul mio buco. Voglio che mi faccia sentire com’è duro e che giochi con la mia apertura più recondita.
Così fa Ale per un po’ e io mi eccito e vengo sopraffatto, una volta di più, dalla voglia di tenerlo dentro, di sentire un contatto più intimo. Ehi, non così intimo, però. Ale fa scivolare dentro la cappella e poi, trovando la via completamente sgombra, mi sfonda il culo così, senza nessun complimento. Non ci stiamo dimenticando qualcosa, accidenti? Lo faccio uscire rapidamente, mi alzo e prendo un preservativo dal cassetto. Se lo mette, lo lubrifica e ricomincia il lavoro.
Mi fotte alla pecorina, prima lentamente, ma poi selvaggiamente, quasi con rabbia. I suoi movimenti sono molto rapidi, mentre con le mani mi afferra i fianchi e mi tiene fermo. Vuole che appoggi la testa e il busto sul letto, completamente offerto e sottomesso. Il mio buco si arrende presto alle martellate e si dilata completamente mentre gemo e Ale affonda dentro di me fino ai coglioni in una danza dannata. Un colpo particolarmente forte e mi ritrovo disteso a pancia in giù sul letto, con il suo bastone conficcato dietro. Che meraviglia questa melodia fatta del suo corpo che spinge nel mio con sempre maggior furia, il suo ansimare forte vicino al mio orecchio e il mio gemere per quel cazzo che invade la mia carne. “Mi manca poco... Vengo, io vengo”, mi avverte. E lo sento godere. Qualche istante più tardi, dopo aver gettato in terra il preservativo colmo di sborra, mi prende il cazzo e comincia a menarmelo, mentre mi masturba il buco. “No, non importa”, gli dico. “Non vuoi venire? Ti faccio un pompino”, mi propone. “No, davvero”. Per stavolta, va benissimo così.