sabato 22 settembre 2012

Come si chiamava? Ah, sì... strim ov cònsciusnes

adesso me lo dice già lo sapevo che questo momento doveva arrivare come sempre mi faccio fregare dai miei sentimenti non ci sono cazzi è sempre così e sempre sarà non devo mostrarmi teso controllati per favore ci sono tanti modi di dire le cose userà quello giusto però che bella faccia tosta dirmi adesso che mi vede teso no guarda sono proprio contento continua pure è sempre la solita storia ma se sono interessante e attraente per te  perché non ti interesso però ci stiamo conoscendo va già bene così è un passo fiducia mancanza di fiducia adesso si complica adesso faccio un casino ma figurati sta dicendo che non sente quello che senti tu che fastidio la facesse più breve sì così più diretto che pena resisti dove l’ho già sentita questa cosa chi mi ricorda dicono tutti la stessa cosa e anche questo si è raccontato e mi ha dato molto più che ad altri ragazzi grazie al cazzo adesso vuoi che ti ringrazi per questo troppo buono ma quando finisce questa tortura mi alzo e me ne vado sì me ne vado no resto calmati stai seduto qui inspira a fondo senti che aria buona no non distrarti non far vedere le emozioni ma ci chiamiamo sì sì certo come no mamma mia che freddo sento che forte è stato che coglione che sono possibile ci resti sempre così adesso una bella dormita che vada a cagare tutti gli egocentrici a me devono capitare non voglio ricadere nello stesso errore lascia perdere calmati hai cose più importati da fare calmati

giovedì 20 settembre 2012

Il ratto

Il ratto si trova sotto il letto. Fa rumore, sta morsicando qualcosa. Perché è lì? Sta nascosto, ha paura. Fugge dallo sguardo dell’uomo disteso sul letto. Perché teme di essere cacciato. Si è introdotto in una casa che non è sua. È brutto, ma resistente. Fastidioso, ma tenace. Potrebbe essere colpito o persino ucciso dal padrone di quella casa. Eliminato, fatto sparire. Come se non fosse mai esistito. Per paura di essere molesto, ecco perché se ne sta là sotto, il ratto.

*****
“Se tu fossi il ratto...?”

*****

Apre il pacchetto e me ne porge una. “Grazie”, gli dico. Accendiamo. Poco prima è avvenuto l’incontro fintamente fortuito, nella piazza che sta appena sopra questo piccolo parco verde in mezzo alla città. Un messaggio inviato con studiata nonchalance: “Vado a leggere il giornale nella solita piazza”. Fine della batteria, il telefono si spegne. Scrive, invano: “Quale?”. Poi: “Quale piazza?”. Prova a chiamare tre volte. Bip-bip-bip. Nemmeno la segreteria. Eppure, dopo qualche minuto, è già lì. Col cagnone appresso. Con la maglietta rosa addosso. Le collanine attorno al collo, i braccialetti di cuoio, gli occhiali neri che non lasciano intravedere i suoi occhi profondi, scuri, aguzzi. Con la pelle abbronzata. Con i jeans rotti davanti e perfetti sul culo. Con le sue spalle larghe, pista d’atterraggio per la mia bocca. “Vado nel parco qui vicino, vuoi venire?”. No, Paj, non voglio, figurati. Me ne voglio restare qui solo, in questa piazza di merda, perché voglio godermi lo smog delle macchine che passano e stringere gli occhi fino a chiuderli per il troppo sole che mi sta picchiando contro (no, io non porto occhiali, né neri né a specchio). E tu vai pure, ché il messaggio l’ho scritto così per fare.
Ed eccoci allora nel parco. A parlare di me. Di me. Di lui. Di me. Di me. Di me. “È molto onesto quello che dici”. “Cerco di essere onesto, sì”, rispondo io.
Fermare il movimento, restare intrappolati: impossibile, sarebbe morire. Correre sempre come pazzi, senza mai essere soddisfatti della meta raggiunta: esigenze impossibili, richieste e pagate a caro prezzo. È stato ferito come lo sono io ora. È guarito? Sto guarendo.
“Hai da mangiare a casa?”. Attenzione, domanda indiretta. Non colgo.
“Sì”.
“Intendevo dire: vuoi pranzare a casa mia?”.
L’ombra su di lui è perfetta, la luce intorno pare aumentare. Sorrido di gusto. Assaporo lo sguardo.
“Sì”.
Non hai tagliatelle? Gli spaghetti andranno bene. Prepariamo il pranzo insieme. Un po’ di vino, tutto bene.
Poi dice: “Sono stanco, vorrei dormire un po’. Dormi anche tu?”.
“Potrei leggere il giornale, mentre riposi”.
L’uso diplomatico del verbo “dormire” non è mai stato il mio forte. Dormire per me è chiudere gli occhi e abbandonarsi a Morfeo. A Morfeo, non a me.
“Puoi venire a dormire anche tu e il giornale lo leggi dopo”. Era dunque un dolce eufemismo. Faccio un cenno affermativo con la testa.
“Non ti senti obbligato? Sei libero di scegliere, vero?”, dice Paj, osservandomi dal basso delle mie braccia, dove ha messo la testa, verso i miei occhi.
“Certo”, dico io.
Mi distendo per primo, lasciandomi addosso solo gli slip. Quelli leggeri col bordo viola. Si distende anche lui, completamente nudo. Insinua una mano sotto i miei slip e li fa scivolare via.
“Niente tessili, per favore”. E mi sorride. E mi bacia. Ci abbracciamo e già il nostro respiro diventa affannoso. Perché abbiamo aspettato tanto? A morderci l’incavo del collo, a leccarci la schiena e le orecchie come animali, a mangiarci le bocche e i capezzoli come se dovessimo sbranare i nostri corpi.
L’impossibile sfida di tenere tutto il suo cazzo in bocca, in gola, mi fa girar la testa e per questo mi impegno. Lecco per bene, ma poi succhio, sbocchino, provo delle gole profonde e lo sento mugolare ogni volta che la sua cappella sfrega la mia gola, il mio palato, ogni volta che la mia lingua gli regala piacere.
“Come ti piace far bocchini...”, mi dice guardandomi con occhi colmi di lascivia.
Rispondo gemendo, la bocca piena del gran pezzo di carne che si ritrova fra le gambe il bel Paj.
È disteso, allunga le braccia verso di me, mi mette due mani sulla testa e muove il bacino per scoparmi la bocca. Ce l’ha così grande che quasi soffoco, trattenendo il respiro perché possa mettermelo più in fondo che può. Quando si stanca, ricomincio io, impugnando l’asta alla base e muovendo la testa su e giù, facendo scorrere la bocca sul suo cazzo con ancor più impeto, finché con uno scatto si mette seduto e allontana la mia testa.
“Mi piace come me lo succhi, Milk”.
Gli sorrido: “E a me piace succhiartelo. Un casino”.
Mi fa mettere a pecora e comincia a dare grandi leccate al buco, alle natiche, fino a che il mio culo non mostra chiari i segni della mia eccitazione, dilatandosi. Allora ci infila un dito, spingendo più in fondo che può. Lo estrae, se lo lecca e poi lo rituffa dentro di me. E poi lo estrae di nuovo, s’impugna il cazzo, grande e durissimo, e con quello schiaffeggia le mie natiche, poi passa e ripassa la cappella in mezzo, sfregandola più volte contro il mio buco.
“Non ti preoccupare, non ti fotto senza preservativo... sto solo giocando”.
“Gioca, Paj, gioca che mi piace...”.
Ma gli eventi prendono un’altra piega per un colpo di testa mio. Se ti piace come succhio, questa volta potrebbe andare diversamente. Allora mi sfilo dalle sue grinfie, mi metto sotto di lui a pancia in su, e mi rimetto in bocca il suo cazzo. Ho di nuovo voglia di spompinarlo.
Lui allora si distende di nuovo e io, accovacciato fra le sue gambe, ricomincio il servizietto, mentre con entrambe le mani gli tormento i capezzoli.
Ad un certo punto, mi lascio scivolare oltre il bordo del letto, mi metto in ginocchio sul pavimento e lo invito a mettersi in piedi davanti a me. Gli lecco i coglioni, mentre lui si mena il cazzo. Poi lo punta sulle mie labbra, io le schiudo e lo succhio. Più di una volta lo estrae e, impugnandolo, lo passa sulle mia labbra o lo sbatte contro il mio viso e poi me lo rimette in bocca.
Finché: “Se continuiamo così io vengo, mi manca pochissimo”.
Allora cerco di riprendere in mano la situazione, gli afferro il cazzo e lo sbocchino, però  molto lentamente, fermandomi a giocare con la lingua sulla cappella.
Si distende di nuovo, con le gambe piegate oltre il bordo del letto e i piedi che toccano il pavimento. Io rimango inginocchiato davanti a lui e lo spompino. Lo sento gemere sempre più forte e lo vedo strizzarsi i capezzoli con forza. Con la sua nerchia in bocca, scivolando su e giù, cerco di contemplare il suo bellissimo corpo. Sono eccitato, ce l’ho duro.
Quando faccio scorrere la lingua lungo tutto il suo cazzo, scendo a leccare i coglioni e poi comincio a succhiarli alternativamente, lo sento incoraggiarmi, ansimando: “Le palle, sì, così...”. Comincia a masturbarsi mentre io continuo, finché lo sento tremare, i muscoli contratti, e gemere forte. Lo vedo schizzare la sborra a pochi centimetri da me. Ne percepisco l’odore e non resisto più. Leccandogli le palle, mi tocco il cazzo, me lo meno e in breve tempo anch’io vengo, macchiando i suoi pantaloni corti, incautamente gettati in terra.
Gli porgo dei fazzolettini perché si asciughi. Dopo, ci addormentiamo nudi, abbracciati l’un l’altro. È la nostra siesta.

martedì 11 settembre 2012

Nell'anima

Il giorno dopo è un whatsappear discreto, very light and sex free. Tutto bene? Sì, tu? Che fai? Un po’ di questo e un po’ di quello. Poi questo e quell’altro. Ah, sì? E io questo e quest’altro... E l’interruttore si spegne. La fiamma si è stemperata con quel frettoloso saluto alle due del mattino sulla sua porta, poi s’è spenta nella notte fresca. Il lumicino frega niente a nessuno: qui si vuole l’incendio.
Paj resta sotto traccia. Dalla superficie sembra essere scivolato via, la distanza appare incolmabile dopo il banchetto. E allora s’acquatta dentro di me, sotto la mia pelle. Riposa e intanto germina. E cresce, cresce, finché il mio tarlo, per manifestarmi pietà, gli scrive: “Ti va di vederci oggi?”. La risposta è immediata. Sua. “Sì”. E, dopo il silenzio mio che ha già imparato a conoscere (“Compromettiti!”): “Che proponi?”. Di uscire. Alle nove di sera. Di andare in un posto non lontano, di rimanere nel quartiere. Non allontaniamoci troppo dai rifugi.
È il massimo che posso fare, il locale preciso lo scelga pure lui. Sia chiaro, Milk - mi dico: lo faccio perché mi piace starlo ad ascoltare, raccontarci le nostre storie e stuzzicare i nostri cervelli alla ricerca di un’anima. Lo faccio perché con lui, proprio con lui, questo è un gioco che riesce molto bene. La realtà, però, almeno per me, parrebbe essere meno metafisica: salterei i preamboli e me ne starei in camera con lui ore ed ore. Un giorno intero, o due. Non solo scopando, no: facendo anche un po’ di filosofia da boudoir, terapia sul lettone. Ci si addice, gli si addice, non c’è che dire: un colpo all’anima e un altro al...
Eppure, stanotte si è deciso così, un’altra volta. Ci troviamo davanti al teatro e dopo pochi passi intuisco che immancabilmente si cambierà quartiere. 
“Ho deciso di portarti in un posto dove fanno degli spaghetti alla bolognese da leccarsi i baffi!”, spara. 
“Molto coraggioso da parte tua”, dico io. 
“Era una battuta”. 
Tiro un sospiro di sollievo. Ha una piccola sorpresa per me: una vecchia taverna nel cuore della città, avventori che gridano, cucina modesta però tipica di una regione che - sorpresa numero due - adoriamo entrambi. Ecco sì, parliamo molto. La birra va bene per rinfrescarci un po’ all’inizio, ma poi è meglio provare il vino bianco di laggiù. Mangiamo dagli stessi piatti. Mi dice che cosa ha scoperto di me e, attraverso l’incontro dell’altroieri, cosa ha scoperto di sé. Gioco lo stesso gioco e si finisce a baciarci. Ad abbracciarci. E a baciarci nuovamente. La sincerità reciproca che credo d’intuire, e che non risparmia nulla, ci rende sempre più complici. Dice che quando mi vede emozionato, gli viene il cazzo duro.
Alla fine un liquore preso sulla porta del locale, avvolti dagli schiamazzi che vengono da dentro. Sigaretta. Un’altra. 
“Davvero conosci questa canzone?”. 
“Sì”, gli dico io. 
“Cantala!”. 
“Tu sei matto”. 
“Perché? Dài, cantala!... Niente ti devo, niente ti chiedo... dài!”. 
“Me ne vado da te, dimenticami adesso”. 
“Sìiii...” e ride, “sì, continua... Ho pagato in soldoni...”. 
“... il tuo corpo dalla pelle scura. Non maledirmi contadina, che siamo pari”. 
Ride di gusto. E allora insieme: “Non ti amo, non mi amare...”.
Migriamo un po’ alticci verso il bar dove il suo più caro amico, quello col quale ha sempre condiviso tutto fin dai tempi delle elementari, ha lavorato. Se n’è andato via, a cercar fortuna in un’altra città, sicché Paj soffre, sente chiudersi letteralmente un’intera fase della sua vita. Per finire di comporre la geografia di un tassello della sua storia, ci fiondiamo in un altro locale, molto più vecchio, dove dice di aver passato “anni”.
Una famiglia umile, povera, numerosa. I sacrifici, gli studi, la testardaggine e le vittorie, le conquiste. Il senso di colpa: non puoi essere contento di aver fatto qualcosa per te, perché il tuo bene l’ha voluto Dio. Non è merito tuo. La tua presunzione va punita. Sii infelice. Oppure pentiti, ma soprattutto, liberati delle tue responsabilità. Ci pensa Lui. Sai cosa? La più grande ideologia terrorista mai apparsa nella storia dell’umanità, per me, è senza dubbio il cattolicesimo. Concordo. Sì. Ma il secondo gin tonic comincia a sembrare eccessivo pure a me. E così lo abbandoniamo sul tavolino e ce ne andiamo abbracciati, l’uomo alto ed io, avviati alla conclusione che stiamo desiderando.
Il divano del suo saloncino non è male, soprattutto quando toglie i cuscini verticali e ci stiamo sopra in due. Abbracciati, avvinghiati, bacianti, mordenti, leccanti. Esploranti participi rari. “Perché non andiamo nel letto? Si sta più comodi...”. Sì Paj. Stenditi su di me, rotolati con me fra le lenzuola, fammi sentire come mi lecchi il buco, come la tua barba si sfrega contro il mio culo. Come risali bene con la lingua fino alle palle e che sguardo da ragazzo cattivo hai mentre mi guardi succhiandomi il cazzo. Continua. Continua. Vuoi vedere che si apre così tanto che me lo sbatti dentro in un sol colpo?
Ma no. Paj risale verso la mia testa e mi sbatte in faccia il suo uccello. I suoi coglioni. Meglio che posso, lo impugno e lo porto in bocca. Comincio un lavoretto che lo fa star bene, che lo fa sussurrare: “Come spompini...”. Dopo un bel po’, si distende a pancia in su perché vuole leccarmi il buco mentre io, disteso sopra di lui in senso contrario, gioco con la sua nerchia, così lunga e grossa che posso metterci due mani o tenerla alla base e farla ondeggiare sfregando la cappella sulle mie labbra. Spinge il bacino verso l’alto e questo vuol dire: fammi un bocchino. Mano ben stretta alla base, comincio a pompare. Sempre più forte.
Stiamo gemendo entrambi. “Fermati, fermati!”, mi dice. Io, falso ingenuo: “Perché?”. “Perché altrimenti vengo”. Sì, voglio proprio sentirmelo dire. Quindi gioco ancora col suo cazzo e ricomincio a spompinarlo. Lo sento gemere di nuovo e voglio portarlo al limite, che puntualmente, poco dopo, arriva: “Fermati. Vuoi che venga?”. E io, maligno: “No”. “E allora fermati”.
Non ti ho forse detto, poche ore fa, che sono goloso? Di tutto sì, anche del tuo gran cazzo, che adesso pompo con forza. Paj geme, adesso sempre più forte, e poi comincia a contrarre i muscoli. Tolgo la bocca appena in tempo per vedere zampillare dalla sua nerchia, ora grossissima, tutta la sborra che ha. Sta ancora ansimando mentre tocco con la sinistra il liquido bianco che si è depositato sulla sua pancia, e con la destra mi masturbo e poi vengo sopra di lui.
Mi sorride. Rimaniamo distesi vicini, abbracciati, nudi e bagnati. “Non riesco a tenere gli occhi aperti, Milk. Ti fermi a dormire?”. “No”, gli rispondo. Senza aggiungere spiegazioni, mi alzo, mi asciugo, piscio, mi lavo le mani e mi rivesto. “Buon viaggio”, mi dice accompagnandomi alla porta, con l’aria di chi compatisce il ragazzo che rientra alle cinque di mattina con una leggera sbornia e una pesante ubriacatura di sesso. E con anima.

domenica 9 settembre 2012

Una persona - 2ª parte

“Mi piaci, Paj. Sei bellissimo”.
“Ci sono anche cose brutte qui dentro, sai?”, mi dice stringendomi ancor più forte a sé.
“Me lo immagino. Come in tutti, del resto”.
“Già. Avevo bisogno dei tuoi abbracci, Milk. Sì, ne avevo proprio bisogno”.
Ancora lacrime. E sorrisi. E mi sorride. E ci tocchiamo di nuovo, baciandoci con furia. Dobbiamo bruciarla tutta questa passione eppure sembra enorme, incombustibile.
Tenendomi sempre sopra di lui, mette un po’ di saliva sull’indice destro, lo porta al mio culo e comincia un ditalino. Gemo e lui continua, umidificando il dito un’altra volta e poi di nuovo. All’inizio esplora, poi sditalina con sempre maggior forza. 
“Voglio che me lo metti dietro”.
“Dopo t’inculo”, mi risponde Paj. “Non ho fretta. Tu hai fretta?”.
“Nessuna”, gli dico, e mi rimetto a spompinarlo. Questa volta mi tiene la testa ferma con due mani e muove il bacino per scoparmi la bocca. “Oooh... oooh... oooh”, accompagna ogni movimento con un gemito, finché toglie la nerchia e “Cazzo!”, esclama, sentendo forse che si stava avvicinando pericolosamente all’orgasmo. Allora adesso fa stendere me a pancia in su, lui si alza e lo vedo in piedi, alto, forte e con questo grosso palo che oscilla in mezzo alle sue gambe. S’inginocchia sul divano, mi fa portare le gambe, piegate, al petto. Passa una, due, decine di volte la lingua sul mio culo, le mie palle, il mio cazzo. Il buco si dilata e allora lui ci ficca due dita, avanti e indietro, dentro e fuori, poi con le due mani lo tiene aperto, allargato.
“Il tuo culo pulsa”, mi dice serio, “come fosse un cuore”.
“Forse ha paura”.
“E di che?”, mi chiede sinceramente sorpreso.
“Ma delle dimensioni, no?”, gli rispondo io. E scoppia a ridere.
Poi si impugna il cazzo e comincia a batterlo con forza sulle mie palle.
“Paura di questo?”, chiede retoricamente, e poi sfrega la cappella contro il mio buco.
Mi sembra che una parte della cappella riesca a entrare nella mia apertura, ormai dilatata, sicché: “Hai un preservativo?” gli chiedo.
“Sì, tranquillo, stavo solo giocando”.
Quindi si alza, si mette vicino alla mia testa e, prendendola di nuovo fra le sue mani, comincia a scoparmi ancora una volta la bocca, questa volta in maniera più violenta e decisa. I suoi coglioni sbattono ritmicamente contro il mio mento, mentre cerca, invano, di farsi fare una gola profonda. Dopo un po’ fa alzare me, si stende nuovamente sul divano e mi fa sedere sulla sua faccia, dandogli le spalle.
“Allarga il culo”, mi chiede, così porto le mani alle natiche e lui può raggiungere senza problemi con la lingua il buco. Mi sento schiudere dietro, mentre con le sue dita stringe i miei capezzoli. Non resisto: mi chino in avanti, senza spostare il bacino e le gambe, in modo che lui possa continuare il suo lavoro ed io possa rimettermi in bocca il suo uccello. Questa stimolazione reciproca e simultanea è meravigliosa e pare autoalimentarsi: quanto più lui mi fa godere leccandomi fra le cosce, più vigorosamente e profondamente io lo spompino; e più gli piace sentire la mia bocca avvolgergli il cazzo, con più voglia insinua la sua lingua nel mio culo.
È di nuovo lui a bloccarmi, a scansarmi dal suo palo e a farmi stendere di nuovo sopra di lui. Con una mano dirige la mia testa sul suo capezzolo destro. Comincio a leccarlo e a morderlo delicatamente, ma lui mi preme la mia testa contro il suo petto.
“Mordi... mordi... mordi... mordi... mordi...”. Lo ripete infinite volte, sempre con la stessa intonazione, come un ordine dato pacatamente, mentre io uso i miei denti con sempre maggior forza, temendo di fargli male. “Mordi... mordi... oh, sì, così, cazzo... mordi”. Lo stesso trattamento, forse ancor più brutale, lo richiede per l’altro capezzolo. Finché:
“Voglio chiavarti”, mi dice. “Vieni, andiamo in camera”.
Mi stendo sul letto, mentre lui chiude le finestre, spegne le luci e poi entra in camera, accende la luce del comodino e comincia a srotolare un preservativo sul cazzo. L’erezione, prima possente, comincia a svanire per l’evidente difficoltà che ha a indossarlo. “È che mi sono rimasti solo quelli piccoli, merda! Mi stringe troppo”.
“Tranquillo”, gli dico, “con calma”, mentre lubrifico con molto gel il mio buco.
Dopo molto armeggiare riesce finalmente a metterselo, sparge un po’ di gel sul cazzo e con quello si masturba un po’ per ritrovare il vigore perduto. Io mi metto a pecorina e aspetto. Dopo poco tempo lo impugna e sento che punta la cappella contro il mio culo. Non sta centrando il buco, ma preme il cazzo con forza, sicché quando poi lo trova, l’ingresso è immediato e violento. Grido forte.
“Ti sto facendo male?”, mi chiede.
“No”, dico io, mentendo, ma solo un po’. Non voglio che sia costretto a fermarsi e, al tempo stesso, so che quel po’ di dolore che sto provando, presto svanirà e lascerà il posto al piacere che già sta invadendo le mie viscere. 
Cominciano i colpi. Sono molto lenti e profondi, al punto che posso chiaramente sentire i suoi coglioni schiacciarsi contro di me. Paj, questo romanticissimo stallone, mi sta montando. Un paio di volte mi prende per i fianchi e dà dei colpi più violenti e rapidi, poi però torna subito a un ritmo più leggero.
“Devo andare piano, altrimenti vengo”, mi sussurra nell’orecchio.
Io, che a ogni colpo gemo, visto anche il notevole diametro, riesco a dire: “Tranquillo, vai piano, mi piace”.
Dopo qualche minuto, un fremito sembra scuotere Paj: “Sto per venire, Milk”.
“Vieni, Paj”.
“Sto per venire... Sborro!”.
E così, con cinque o sei colpi bene assestati, si scarica dentro di me, mentre io mi svuoto sulle sue lenzuola. Quando lo estrae, osservo il preservativo pieno e gli sorrido.
“Vuoi fermarti a dormire qui?”, mi chiede. Sono le due meno un quarto.
“No, domani ho molto da fare, preferisco svegliarmi e fare colazione direttamente a casa mia”.
“Ci sentiamo, allora”.
“Certo”.
Per strada respiro un’altra aria. Si direbbe che l’estate sia finita. Mi pare che cominci qualcos’altro. Cosa, non so bene.
(2 - Fine - Vai alla prima parte)

venerdì 7 settembre 2012

Una persona - 1ª parte

“Io non funziono così”. La frase, appena apparsa sullo schermo, mi lascia perplesso. La rileggo. Le parole sono proprio quelle. Sono di una chiarezza cristallina. Eppure non riesco a capirle subito. È che nei minuti precedenti abbiamo chattato pesante. È ben vero che abbiamo evitato le solite domande sul ruolo sessuale dell’altro (del resto, che io sia passivo, lo dichiaro apertamente) o su quanto è grande il suo cazzo. Mi sono lasciato guidare piuttosto dai suoi modi gentili, che lasciano intravedere la sua discreta fiducia in sé. Tuttavia, sulle motivazioni contingenti (immediate ed urgenti, mi vien da dire) che ci hanno portati entrambi in questa chat, che hanno indotto lui a contattarmi per primo e me a rispondergli volentieri, non mi sembrava esserci dubbio alcuno. Almeno, fino a poco fa. Le foto che ci siamo scambiati potrebbero testimoniarlo: il suo torso, il suo uccello, il mio culo...
No, ha bisogno di vedermi prima. In un luogo neutro. Bere qualcosa, parlare. Ci penso un attimo e poi accetto. È sgradevole la sensazione di sottostare una volta di più a quella che spesso mi è sembrata solo un’ipocrita manfrina o la replica di un colloquio di lavoro, con il tutto il carico di ansia connesso. Ma gli dico di sì, perché questo ragazzo mi piace da morire e perché emana un’attrazione indefinibile. Sfuggendo al luogo comune che vuole che qui si esca “a prendere una birra” (come dire, in Italia, “bere un bicchiere”), suggerisce di andare a farci un vinello. 
Quando arriva nel locale, quello con molto legno vicino alla piazza, io sono già seduto al bancone con il mio bel calice di rosso. È alto, molto alto. Ha le spalle abbastanza larghe e una maglietta aperta sul davanti, dove noto un bel torso con il pelo accorciato. Un paio di jeans scuri, aderenti su gambe forti. Scarpe da ginnastica. Barba corta, scura. Capelli nerissimi e fitti fitti, corti, a incorniciare un viso un po’ squadrato. Gli occhi sono castani, molto scuri. Il naso grosso, invece di stonare, aggiunge semmai virilità all’aspetto di Paj. Con mio grande stupore, sono tranquillo e a mio agio: per quello che mi sta raccontando sento lo stesso interesse che mostra di provare lui per me. M’incuriosisce, per esempio, questo suo passare agilmente, nel corso della sua vita, da eterosessuale a gay e poi di nuovo a etero per terminare, ora, in uno spiccato (però chissà, magari non definitivo) orientamento omosessuale. Parliamo fittamente e sembra che riusciamo a stabilire una connessione e che, in fondo, questo passaggio per lui obbligato, non spiaccia nemmeno a me.  
Tutte le volte che mi osserva fissamente, abbasso lo sguardo. Ride e mi prende bonariamente in giro. Ci stiamo seducendo con la parola e con lo sguardo. Calice dopo calice, gli sgabelli si avvicinano e cominciamo a toccarci. Ci baciamo, accarezzandoci la nuca e poi abbracciandoci. Riprendiamo a parlare e a bere, ma è sempre più difficile trattenerci e così continuiamo a baciarci, dominati ormai dall’attrazione reciproca. Sentirmi avvolto fra quelle braccia e assaporare il suo odore, mi commuove e mi scuote tutto intero, al punto che ho le lacrime agli occhi: è una specie di gioia incontenibile che deborda. 
Gli altri avventori intorno al bancone lanciano adesso commenti più che benevoli nei nostri confronti. Paj bacia meravigliosamente bene eppure dice a me: “Che labbra delicate hai”. Prende una mia mano e la porta sul rigonfiamento dei pantaloni per farmi capire, senza equivoci, l’effetto che gli sto facendo. Delicatezza e durezza, un contrasto che mi ha sempre eccitato.
“Il fatto di essere qui, in mezzo ad altra gente, mi inibisce un po’”, mi dice. 
E meno male, penso io. “Allora che ne pensi di cercare per noi un po’ d’intimità?”.
“Mi sembra un’ottima idea. Un’ottima idea, sì”.
I pochi passi che separano quel locale da casa sua, una decina di minuti al massimo, sono sufficienti per far mutare repentinamente il mio stato d’animo. Forse mi distraggo perché Paj si ferma a parlare un minuto con due amici suoi che passavano casualmente di lì. O forse, adesso che la meta è chiara e l’obiettivo condiviso, tornano inibizioni e paure che nel bar ero riuscito a dimenticare. Il fatto è che quando salgo le scale del condominio dove abita, due o tre scalini davanti a lui, mi guarda voglioso il culo ed io sono un po’ nervoso.
“Mettiti comodo”, mi dice mentre, seduto con me sul divano, serve due calici di rosso. Mi abbraccia e di nuovo i suoi baci, lunghi, profondi, appassionati, mi rapiscono. I miei timori svaniscono improvvisamente. E allora è quasi una lotta di mani per esplorare ogni centimetro del nostro corpo, per gettare via in fretta, quasi scottassero, le poche cose che abbiamo addosso. Ed è proprio in quel momento che - sorpresa! - dai suoi slip bianchi sbuca l’uccello. Glieli levo e ci resto quasi male: ha uno dei cazzi più grandi che abbia mai “toccato con mano”. Ventidue centimetri. Così, a occhio. Giuro. Quasi mi prende un colpo. Quanto alle dimensioni dei coglioni, di questo sì, sono sicuro: sono talmente enormi che di così grossi non ne avevo visti proprio mai. Uno stallone? Un toro? Entrambi? Qualcosa non torna: le foto. Dalle foto che mi ha mandato sembrava un bel cazzo, sì, ma di dimensioni medie. Solo più tardi rifletterò sulla frase che le accompagnava, e che io avevo inconsapevolmente ignorato: “Si sta risvegliando”. Ovvero: attenzione, bimbo, è ancora molle.
Adesso è un’altra cosa. Ora che può dispiegare tutta la sua forza e la sua durezza, e che quel corpo grande e armonioso mi si offre disteso su quel divano, chinarmi e mettere la testa tra le sue gambe è un attimo. Mi sento incredibilmente impacciato cercando di maneggiare il tutto. Me lo metto in bocca e vorrei riuscire a cacciarmelo dentro completamente, ma è davvero impossibile. “Oooh... oooh... oooh”: il lavoretto gli piace e di tanto in tanto il mio sguardo incrocia i suoi occhi scuri che osservano attentamente il suo cazzo sparire nella mia bocca. Ma appena lo faccio uscire per prendere un po’ di fiato e masturbarlo un po’, mi prende e mi fa stendere sopra di lui. È forse più affamato di baci lui di me, che pure non ne ricevevo di così sinceri da un bel po’.
(1 - Continua)

giovedì 6 settembre 2012

Riannodando fili

Ho scoperto che ci sono persone che non conoscono Alexanderplatz. La canzone, dico. Per esempio I. (trattasi di un giovane virgulto, nonché promettente bloggista, di cui tacerò il nome perché mi sta estremamente simpatico). Quelli che invece la conoscono e magari l’hanno cantata mille volte, forse ne ignorano l’origine. 
La prima persona ad inciderla, infatti, non fu Milva ma, con un testo proprio, Alfredo Cohen. Uomo di spettacolo, tra i fondatori del F.U.O.R.I. (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), Alfredo Cohen pubblicò nel 1979 un 45 giri che conteneva la primissima versione di Alexanderplatz, con il titolo di Valery (musica di Franco Battiato, arrangiamento di Giusto Pio).



Ecco il testo della canzone, che copio da qui.

Dolce amore, chi ti offende? Chi non sa il mio baciare il nastro
chiaro della tua bocca, limpido, quando ci conoscemmo sotto l'albero
bianco di Natale.
Piazza colma delle arance: il tuo sorridere nella vetrina dei regali,
il tuo mangiare un pezzo d'aria per darmene un poco, il tuo fissarti
sulle labbra e restarci appiccicato...

Chi ti punge porta lo spino acre e freddo dell'invidia:
non ha giornate, non ha pensieri,
non ha inverno, non ha stagioni.
Per te estate è come dire "in autunno sono andato con i grappoli,
con le uve, con le foglie, con la vendemmia...": non sono preparato!
Mi fermo più volte a guardarti coi miei occhi di ragazzo invecchiato.
Valery... Valery!
Valery, i tuoi occhiali alla Minnelli... il rimmel t'è riuscito sui
tuoi occhi di quindicenne.
Sei un tipo molto allegro! Sai che d'inverno si vive bene come di
primavera?

La bidella ti fa ripetere una lezione troppo antica:
mi piace di più lavare i piatti, spolverare, fare i letti,
poi starmene in disparte come vera principessa prigioniera del suo
film
che aspetta all'angolo con Marleen...
Hai le borse sotto gli occhi tuoi di Liz Taylor e suoni Schubert.

Valery, la solitudine ha le ore troppo corte:
noi saremo catturati, tra poco, dal dio crudele
che alza i cieli per sapere se i ragazzi
hanno scippato la 'femme' nella salumeria
o sognano di arricchirsi sfuggendo alla loro età da quattro soldi.
Sì, sì, proprio così!
Valery, la tua giornata a Napoli, la tua sega,
Valery, il tuo playback,
Valery, la tua vittoria,
Valery...
Sei un ragazzo molto in gamba! Sai che d'inverno si vive bene...
Valery... Valery!

E chi è questa Valery? È lei, Valérie Taccarelli: 



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