mercoledì 25 luglio 2012

No, no e no

Per quanti sforzi faccia adesso, non ci riesce. Non può proprio capire come abbia potuto arrivare a quel punto. Ossessivamente risale con la memoria ad epoche sempre più remote della sua vita, le osserva con attenzione ma poi si accorge che, più la sua mente viaggia a ritroso, più scarsa diventa la sua conoscenza. E più si sente perso.
Quel giovedì pomeriggio, invece, Alberto se lo ricorda alla perfezione: potrebbe segnalare, come in un grafico temporale, i vari momenti di tensione, gli sbalzi dei suoi battiti cardiaci, l’attimo in cui gli parve di svenire o di non esserci più o, meglio, di non esserci mai stato. Il capogiro che lo colse. Il senso di smarrimento. Il roteare degli occhi che cercavano una via di fuga dalla stanza quasi asettica nella quale si trovava. Fuori di qui, fuori!
Una luce bianca, un camice bianco, una porta azzurra. Un computer. Un lettino. Una freccia ritagliata da un foglio di carta e incollata sulla porta con lo scotch segnala la maniglia: a chi diavolo verrebbe in mente di aprirla in un altro modo, quella porta del cazzo? Eppure Alberto l’avrebbe sfondata, pur di fuggire da lì. Con un calcio ben assestato l’avrebbe forse aperta; e fuori? Fuori un bolero, uno di quei ritmi che lo rapisce da quando è nato e lo lascia muto, le mani che battono il ritmo, freneticamente e senza perdere un solo colpo. Potrebbe volare, adesso, con le note di quella canzone sparse nell’aria al di fuori di quella stanza, stupidissimo studio medico nel quale è appena stata emessa la sentenza.
E poi lo psicologo. Come un pugile bastonato, Alberto passa dalle mani del boia a quelle del prete, che lo consola e gli dice che non tutto è finito, che il risultato del test, in fin dei conti, non ha il significato che lui gli attribuisce (come se chiunque potesse sostituirsi alle emozioni tremende che sta provando). Che adesso deve ricostruirsi la vita e vederla sotto un’angolazione differente, integrando ciò che di nuovo si trova ora nel suo corpo, prendendone atto e sapendo che, in fondo, la morte non è a un passo, che la livella non deve far paura finché la percepiamo come distante. “Un giorno verrà, ma probabilmente non è domani”. Si aspettava forse di essere ringraziato, questo pezzo di merda?
Con chi ce l’ha, adesso, Alberto? Annaspa. Non sa dove battere il martello, su quale oggetto o persona scatenare la sua furia. Che cosa deve distruggere? La sua voglia di amare e di essere amato? La sua voglia di essere chiavato, trapanato nella bocca e nel culo dai mille cazzi che ha preso? La sua voglia di godere? Di essere felice? Di vivere in armonia col suo corpo, con quello degli altri? Di andare verso gli altri, di lasciarli entrare? Su che cosa deve piangere ora? Non ha nemmeno un piccolo rimprovero da farsi, un momento di stoltezza per il quale salire in croce (ammesso e non concesso che in qualche caso sia giusto così), perché lui le precauzioni le ha sempre prese e, almeno apparentemente, tutto sembrava essere andato bene. Sempre.
Buona vita, Alberto. Voglio che il tuo bolero suoni per sempre.

16 commenti:

  1. Ogni commento è superfluo e, forse, fuori luogo. Non resta che augurarmi che si tratti solo di un racconto di fantasia (anche se rispecchia una realtà ormai quotidiana)

    Buongiorno

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    1. Ci sono appunto fantasie che sono state o che diventeranno realtà. Ci sono incubi.

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  2. Il mio Alberto è un combattente.
    Dopo anni e anni, entrate e uscite dall'ospedale, infezioni per ogni cosa, ancora lotta.
    Quando sembra spacciato riemerge dalle tenebre.
    Fino a quando non lo sa, ma non si arrende.
    Chissà che tanta tenacia non venga premiata.

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    1. Per questi combattenti sento un senso di rispetto e di ammirazione senza limiti. Voglia disperata che le cose cambino.

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  3. Un abbraccio, non so che dire...

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    1. L'abbraccio, benché virtuale, è ben accetto, ottimo e abbondante. A presto! ;-)

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  4. Mi spiace tanto, spero che il tuo Alberto possa farcela...

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  5. Smetto una volta tanto di lurcare, per chiederti di dare una strizzata al tuo Alberto anche da parte mia. Ciao.

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    1. Alberto sono tante persone. Come abbiamo detto, sono incubi e sono realtà. Però persone, soprattutto.

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  6. Non so cosa dire. Ti lascio un saluto.

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    1. Che io ricambio volentieri. ;-)

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  7. purtroppo ne ho visti parecchi di amici miei gay lasciare questo mondo....
    ma erano gli anni ottanta e l'aids era ancora sconosciuto......dici veramente che prendere precauzioni non basta?
    proprio oggi ho letto questo articolo...
    http://www.liquidarea.com/2012/07/aids-impressionante-la-resistenza-ai-farmaci-che-in-10-anni-ha-sviluppato-il-virus/
    Ciao

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    1. Generalmente basta e avanza, però a volte qualcosa può andare storto e non necessariamente ce ne accorgiamo. Ci sono persone (seppur poche) che non sanno come si sono contagiate.
      Ho difficoltà a leggere l'articolo che hai linkato, a causa della pubblicità, comunque quello è un altro fenomeno, cioè la resistenza del virus ai farmaci in persone già in terapia. È un fenomeno noto da tempo, purtroppo questa schifezza di virus è davvero un osso duro.

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    2. sì...è una brutta bestia....
      e ha influenzato molto la sessualità....
      c'è stato un sesso prima e uno dopo hiv....

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  8. in culo al lupo Alberto,e crepi il cacciatore..

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