mercoledì 25 luglio 2012

No, no e no

Per quanti sforzi faccia adesso, non ci riesce. Non può proprio capire come abbia potuto arrivare a quel punto. Ossessivamente risale con la memoria ad epoche sempre più remote della sua vita, le osserva con attenzione ma poi si accorge che, più la sua mente viaggia a ritroso, più scarsa diventa la sua conoscenza. E più si sente perso.
Quel giovedì pomeriggio, invece, Alberto se lo ricorda alla perfezione: potrebbe segnalare, come in un grafico temporale, i vari momenti di tensione, gli sbalzi dei suoi battiti cardiaci, l’attimo in cui gli parve di svenire o di non esserci più o, meglio, di non esserci mai stato. Il capogiro che lo colse. Il senso di smarrimento. Il roteare degli occhi che cercavano una via di fuga dalla stanza quasi asettica nella quale si trovava. Fuori di qui, fuori!
Una luce bianca, un camice bianco, una porta azzurra. Un computer. Un lettino. Una freccia ritagliata da un foglio di carta e incollata sulla porta con lo scotch segnala la maniglia: a chi diavolo verrebbe in mente di aprirla in un altro modo, quella porta del cazzo? Eppure Alberto l’avrebbe sfondata, pur di fuggire da lì. Con un calcio ben assestato l’avrebbe forse aperta; e fuori? Fuori un bolero, uno di quei ritmi che lo rapisce da quando è nato e lo lascia muto, le mani che battono il ritmo, freneticamente e senza perdere un solo colpo. Potrebbe volare, adesso, con le note di quella canzone sparse nell’aria al di fuori di quella stanza, stupidissimo studio medico nel quale è appena stata emessa la sentenza.
E poi lo psicologo. Come un pugile bastonato, Alberto passa dalle mani del boia a quelle del prete, che lo consola e gli dice che non tutto è finito, che il risultato del test, in fin dei conti, non ha il significato che lui gli attribuisce (come se chiunque potesse sostituirsi alle emozioni tremende che sta provando). Che adesso deve ricostruirsi la vita e vederla sotto un’angolazione differente, integrando ciò che di nuovo si trova ora nel suo corpo, prendendone atto e sapendo che, in fondo, la morte non è a un passo, che la livella non deve far paura finché la percepiamo come distante. “Un giorno verrà, ma probabilmente non è domani”. Si aspettava forse di essere ringraziato, questo pezzo di merda?
Con chi ce l’ha, adesso, Alberto? Annaspa. Non sa dove battere il martello, su quale oggetto o persona scatenare la sua furia. Che cosa deve distruggere? La sua voglia di amare e di essere amato? La sua voglia di essere chiavato, trapanato nella bocca e nel culo dai mille cazzi che ha preso? La sua voglia di godere? Di essere felice? Di vivere in armonia col suo corpo, con quello degli altri? Di andare verso gli altri, di lasciarli entrare? Su che cosa deve piangere ora? Non ha nemmeno un piccolo rimprovero da farsi, un momento di stoltezza per il quale salire in croce (ammesso e non concesso che in qualche caso sia giusto così), perché lui le precauzioni le ha sempre prese e, almeno apparentemente, tutto sembrava essere andato bene. Sempre.
Buona vita, Alberto. Voglio che il tuo bolero suoni per sempre.

mercoledì 11 luglio 2012

Amo (amen)

Amo svegliarmi alle sette e mezza di mattina dopo aver dormito a malapena due ore. Amo ascoltare i cinguettii dei passeri che a quest’ora volano ancora indisturbati sopra vie deserte. Amo l’aria fresca del mattino non ancora iniziato. Amo questa mia bocca secca, impastata di tabacco e montagne di birra. Amo la pelle bruciante che circonda i miei occhi che hanno pianto. Amo stare così male perché solo vomitando l’anima è possibile che tra un po’ io stia meglio. Per quanto possa sembrarti incredibile, amo e dunque vivo.
Invece tu, nottetempo, come un ladro ti sei infilato nelle mie viscere e hai calpestato senza nessuna pietà (non è termine del tuo vocabolario) le poche cose belle che ho. Portatore di morte, anima imputridita che sei, al filo che disperatamente (caparbiamente) cercavo di tessere, toglievi fibra. Svilivi. Lasciandomi senza fiato, senza parole, hai liquidato la questione in pochi minuti. Un taglio chirurgico, complimenti. Ed io ti ho indicato la porta.
Sei uscito dalla mia vita, finalmente. Non mi vergogno di averci provato perché ciò che serbavo era bello ed era davvero il meglio di me. Ti ringrazio infinitamente, con tutto il cuore, per la tua meschinità e il tuo cinismo, così spudorati da sembrare grotteschi, perché confermano le infauste previsioni e mi sussurrano che buttarti fuori di casa è stato l’episodio più glorioso di questi sette mesi.
Rancore, immaginerai forse tu. Sbaglieresti, e sarebbe solo l’ennesimo errore tuo: nemmeno quello ti meriti adesso. Ah, addio.

martedì 10 luglio 2012

Purtroppo son desto



È tornato. Prima d’andare aveva scritto. Che voleva vedermi per non continuare nella spirale di frasi che, secondo lui, scrivo per dispetto. Che però intanto voleva chiarire un paio di cose. Ma lo fa solo a metà e questo m’infastidisce. Che non è arrabbiato. Solo che non può rispondere punto per punto dal suo cellulare, dal lavoro. E allora ne avremmo parlato di persona, lasciando fluire gli argomenti in modo naturale. 

Sono su una pedana rotonda di cemento che avrà forse due o tre metri di diametro. È altissima, sostenuta solo da un pilone. Non ci sono balaustre e dal bordo posso vedere di sotto: una grande pista per fare pattinaggio a rotelle da una parte, una piscina dall’altra. La vertigine mi terrorizza al punto che non posso stare in piedi, ma devo distendermi a pancia in giù, appiattirmi il più possibile a quella pastiglia bianca sospesa nell’aria e sforzarmi di non pensare all’altezza a cui si trova.

Che diavolo voglia dire “naturale”, per il momento lo sa solo lui. Infatti risulta essere in città da domenica sera, ma è già passato un lunedì intero nel quale ha mostrato tutta l’ansia che ha di vedermi: non un rigo, non dico una chiamata ma nemmeno un cenno di saluto. Avrà deciso (per il mio bene, suppongo), che era meglio così. Come sempre, sto al rimorchio. 

Con me c’è V. Mi sprona a saltare. “Se l’hai fatto anche ieri, scusa?”. “Sì, ma ieri dovevo nuotare e ho saltato nella piscina. Oggi dovrei pattinare!”. “Vedi tu”, mi fa V. sorridendo, e poi la vedo sparire. Resto solo, immobile, più angosciato che mai. Se voglio pattinare non posso buttarmi da qui, mi schianterei. Non posso nemmeno scendere per le scalette piantate nel pilone, non sopporterei la vertigine. Dovrei quindi tuffarmi in piscina ma ho una paura tremenda di sbagliare lato, di avere la mente troppo occupata a sopprimere il panico che sta crescendo dentro di me e quindi di non poter prendere correttamente la mira.

Tutto l’essenziale, tutto ciò che di veramente importante avevo da dirgli, l’ho scritto. Non mi nascondo dietro a un dito: la scrittura è l’unica risorsa utile che ho trovato nella mia vita per dare una forma decente al pensiero e non intendo rinunciarvi. Perciò ora, se vuole rispondere - dal vivo o su carta da bollo, cantando o declamando da un palco - per me è lo stesso, purché lo faccia.

Mi sveglio d’improvviso, ma la sensazione di vertigine non mi abbandona subito.

Sabato sera, invece, appuntamento con C. sul tardi nel quartiere gay. Il locale è popolato di una fauna giovane e mediamente carina. Un tipo con barba si agita vicino al bancone al ritmo della musica e mima un playback per il compagno che gli sta a fianco. Il primo bicchiere scorre giù bello fresco, benché alcolico, il secondo invece mi viene a noia. Cannetta sul marciapiede. Non c’è più la metro, allora via a prendere un bus notturno fino a casa di C., dove ci aspetta una coppia di amici, ospiti suoi per questo fine settimana. Una volta chiusa la porta della camera dove i due si apprestano probabilmente a dormire, ci abbracciamo distesi nel divano letto aperto nel salone. E scopiamo. Le sensazioni che provo sono di nuovo molto belle. Mi lascio andare, mi sento a mio agio, sento il suo desiderio mescolarsi al mio. Gli piace come glielo succhio e m’incoraggia a farlo. Mi scopa la bocca. I nostri corpi si avvinghiano più volte. C. è un appassionato del sessantanove ed è in questa posizione che rischio di venirgli in bocca, come durante il nostro primo incontro. Invece poi strofiniamo i cazzi l’uno contro l’altro, li impugniamo e, unendoli, ci masturbiamo. “Vengo”, mi dice C., allora io mi stendo al suo fianco e mi faccio schizzare addosso. Poco dopo, con la mano che ritmicamente agita il mio cazzo, godo anch’io.
Domenica, gita fuori porta con gli amici. Torniamo in città che è quasi notte, stanchi ma contenti. Ci sediamo in una terrazza per cenare. Lì ci raggiunge D., un amico di C.  Quando ormai è già tardi, decido di far ritorno a casa. “Se vuoi puoi fermarti da me anche stanotte”, mi dice C. Ma domani è lunedì e io ho già la testa inutilmente riposta altrove.

venerdì 6 luglio 2012

Ho letto con molta attenzione,...

... com’è ovvio, quello che hai scritto e, siccome sono contento che tu lo abbia fatto, non voglio aspettare che ritorni in città per risponderti e dirti quel che sento. In ogni caso, mi piacerebbe poterti parlare con tranquillità, e spero che possiamo farlo presto.

Lo so perfettamente che il tuo cuore continua ad essere durissimo, lo sperimento quasi ogni volta che sto con te. Capisco che ciò ti fa soffrire, a causa di tutto quello che mi hai raccontato il giorno in cui comincai a chiederti della tua lunga storia passata (faceva ancora freddo e camminavamo per strada, dopo l’amore) e poi il giorno che tutto cambió nella mia vita (eravamo seduti in quel ristorante). Come io mi sforzo di capire ciò che ti ha fatto soffrire e forse ti fa ancora soffrire tanto, mi piacerebbe che tu provassi a immaginare (meglio, che me lo chiedessi) ciò che sta succedendo a me. E ciò che mi provoca dolore, vedere il tuo cuore gelido e sentire che l’affetto che mi concedi ha i suoi propri limiti. E aver pensato (ti chiedo sinceramente di perdonarmi se mi sbaglio) che a volte mi fai l’elemosina.

A volte mi sembri così concentrato su te stesso, intento a impedire che chiunque ti faccia del male, che ti perdi ciò che di meglio uno può regalarti, ciò che io potrei offrirti. Al tempo stesso, a questa persona stai togliendo il meglio di te, qualcosa che io ho potuto solo intravedere, sfiorare, ma non avere.  So che questa circostanza probabilmente non la posso cambiare io (non che non ci abbia provato, so di che parlo), è qualcosa che non sta nelle mie mani ma nelle tue. Tuttavia, ci sono parole che aspettano di essere pronunciate da troppo tempo perché io continui a tenermele dentro. Da ormai sette mesi, non solo ti dedico il mio tempo, faccio l’amore con te, condivido cose importanti, ho delle conversazioni interessanti o m’intrattengo con te divertendomi, come tu dici riferendoti a me, ma sento qualcosa di molto forte per te. Di fatto, se faccio ciò che faccio con te, questo è il motivo. Sto parlando di un sentimento (“una certa sensibilità”, mi scrivesti un giorno in un messaggio che mi lasciò un po’ sorpreso) che non ammette calcoli di nessun tipo, nè misure, nè confronti. In tanti anni, se mettiamo da parte l’esperienza con il mio ex, sei la prima persona con la quale mi è successo questo, e non sei precisamente il primo ragazzo che è passato per il mio letto, nè l’ultimo. Avevo paura di dirtelo tanto chiaramente, adesso guarda: non ho nessun timore. Non solo perché mi sembra qualcosa di bello del quale non ci si deve vergognare, ma anche perché non ho niente da perdere. In questo modo dimostro che tra noi il più debole sono io? Il ragazzo che ama cuorediferro? Che m’importa?

Se, da parte tua, tutto “continua come l’ultima volta che abbiamo affrontato il tema”, ebbene per me decisamente no. Ho capito di me alcune cose che prima non sapevo e questo anche grazie a te (anche per questo, succeda quel che succeda e malgrado tutto, tu sarai sempre una persona importante nella mia vita). Come già sai, nemmeno io sto cercando un compagno, però questo non vuol dire che io non sia capace di amare qualcuno in modo speciale. Non parlo solo di scopare, dedicare tempo, condividere passioni, amici... ma anche provare amore, qualcosa di più profondo. Altra cosa è voler costruire, con la persona che ami, tutta la sovrastruttura della coppia classica dei miei coglioni, quella dalla quale sono appena uscito: una casa insieme, tutti gli amici in comune, i viaggi sempre insieme,... insomma, due vite differenti che diventano una sola. Da questo sto fuggendo io. Ma non dall’amore. Se capita, voglio viverlo pienamente, e voglio farlo in un modo nuovo: partecipando della vita degli altri e lasciando che gli altri partecipino della mia, certamente, ma senza costrizioni, senza che i cammini si confondano, a partire dalla libertà e per la libertà. “Se ami qualcuno, lascialo libero”, no?

Perché sia chiaro una volta di più, con tutto il sentimento che provo per te, posso ammettere senza problemi che tu scopi con chi ti pare e quanto ti pare. Non pretenderò nè concederò mai più l’esclusività sessuale a nessuno. Che tu me lo possa raccontare, mi sembra fantastico. Fa parte del tuo essere libero e io ne ho rispetto, e faccio le stesse cose. Ciò che mi fa male e mi ferisce, come già sai, è l’impressione (a volte è più che un’impressione) che tutto il discorso sugli altri ragazzi, quando si fa molto insistente, ripetuto e quasi esclusivo, mi toglie qualcosa. Vedere te che ci provi con un altro mentre stai con me, mi ferisce. Constatare che, nonostante abbia deciso di vedere me, hai la testa persa a pensare ad altri, questo mi ferisce. Dirmi che devi vedermi perché è il mio turno nella tua lista d’attesa, questo, benché detto scherzosamente, mi ferisce. Vedere che lasci cadere nel vuoto una proposta per me più che emblematica (quella cosa che ben sai), che poi sarebbe un modo per farti entrare nella mia vita, mi ferisce. E potrei continuare.

Ti ricordi? L’altro giorno ti scrissi che avevo bisogno di scopare, che tu venissi a casa perché la mia dilatazione necessitava un cazzo e non resistevo più. Ebbene, nei cinque giorni precedenti avevo scopato sei volte con cinque tipi diversi, tra le quali un trio. Dico, più soddisfatto di così, dal punto di vista sessuale, non potevo essere. Tuttavia, l’amore con te quel giorno è stato per me bellissimo e il ricordo del tuo orgasmo, che mi ha fatto impazzire e ha duplicato il mio, mi dà ancora i brividi. La verità, R., è che se ti scrivo che voglio scopare con te, è perché voglio vedere te e non un altro, che gli altri non m'interessano se penso a te, che non è uguale passare il mio tempo con te o con un altro, che non è un fatto di cazzo, che non sei intercambiabile, che non è la stessa cosa, mai, che tu ci sia o no. Desidero che lo capisca e lo rispetti perché è ciò che provo. Invece, se tu non senti la stessa cosa per me, dovresti almeno avere più tatto nel dirmelo. Perché non sono una macchina e non mi vergogno affatto a dire che sono sensibile. Che ci sono cose che fanno male.

Orbene, tralasciando i primi mesi (ormai trascorsi, nel frattempo sono cambiate molte cose), io adesso mi sono fatto una certa idea della maniera in cui mi sarebbe piaciuto stare con te e non è esattamente “essere amici con poco sesso”, situazione nella quale mi trovo, a differenza tua, ogni giorno peggio (se ami una persona, la vorresti più vicina e non più lontana). Per farti un esempio, se devo uscire con te un pomeriggio perché tu possa riferirmi la tua esperienza con un attivo quasi etero, sapendo che la tua testa è ancora concentrata lì e che potresti raccontarlo tranquillamente a qualsiasi altro amico tuo, preferisco fare altro (quella notte, precisamente, ho goduto molto facendo un altro trio).

Per finire, lasciami fare un chiarimento su questa tua frase: “Quando lasciasti il tuo ex, decidemmo che non era un buon momento per fare sesso con te, piuttosto per apoggiarti come amico”. Decidemmo? Io non decisi. Fosti tu a decidere di non scrivermi per un bel po’. Dopo sì, mi inviasti un messaggio in chat, dicendo che ti sembrava più opportuno lasciar passare altro tempo prima di vedermi. Poi ci trovammo, senza fare sesso, mentre era passato già un mese da quando cercavo un appartamento, senza riuscire a trovarlo. Ma ti posso assicurare che io non decisi né che era meglio non vederti, né che era meglio non scopare con te. E ricordo che tutto si fece mio malgrado. Di fatto, interpretare la situazione che vivo senza chiedermi niente e prendere decisioni basate su queste interpretazioni, mi lascia perplesso, sia detto senza acrimonia. Lasciami libero di stabilire, nella mia relazione con te, ciò che penso sia meglio per me, sia pure farmi del male o fare cose “non necessarie” (me lo scrivesti in un whatsapp quando mi presi cura di te), se così mi garba.

Voglio essere sincero con te ed è sulla base di ciò che sento che ti ho scritto tutto questo e so che lo capirai. Avrei potuto scrivere di più, ma adesso davvero devo andare a dormire. Lo esige il mio corpo, da troppo tempo.

Ancora, fai buon viaggio e ti giunga il mio abbraccio più caldo.

giovedì 5 luglio 2012

Quel che è troppo è troppo

E io stanotte potrei anche non andare a dormire. Se ne vada pure a casina sua, il povero mentecatto. Cuor di ghiaccio dei miei coglioni.
Interrompe le comunicazioni quando intuisce la mal parata? Ma che vada ancor più nel profondo. Idiota io, stupido io, diecimila volte coglione io.
Vattene.

lunedì 2 luglio 2012

Alé-o-oooooooooooooooh! (Mi piace il ca...lcio)



Ha vinto la Spagna, non lo sapevate? 
Ebbene, erano giorni che io studiavo la maniera di evitare la partita di pallone dell’anno. Che poi, per un italiano in terra iberica, rifiutarsi di vedere la finale Italia-Spagna significa essere due volte traditori: dell’odiata patria per i compaesani, del cliché dell’italiano tifoso fin nel midollo e fin dal primo vagito dopo la nascita, per gli spagnoli. Siccome detesto il calcio come poche cose al mondo, mi preparavo alla tormenta.
La prima proposta è venuta, manco a dirlo, da R.: vorrebbe organizzare una serata etero-gay-italo-spagnola-tifosa-antitifosa. Cioè lavorare, come puntigliosamente spiega a me e al suo amico E., su “tre assi di conflitto e riunirli nella stessa stanza”. Io nel frattempo penso: “Qualsiasi cosa ti dica domenica, Milk, tu avrai molto da fare!”. 
La seconda piomba dalla mia amica V.: “Ehi, un gruppo d’italiani si riunisce al ristorante Tale per vedere la finale, vieni anche tu!”. “Mh... non so, ho proposte più interessanti” (questa sì che è una risposta furba). “Tipo?”. “Mah, una roba tipo mettere insieme etero e gay, tifosi e non, italiani e spagnoli, una roba così”. “Figo! Vengo anch’io!”. E mo’? “Era solo un’idea buttata lì, probabile che non se ne faccia niente. Siccome non mi piace il calcio, penso che farò altro”. Uff.
La terza viene da C.: “Ehi, bello, come va? Se domenica rientro presto da casa dei miei, potremmo vedere insieme la finale dell’Eurocoppa, Italia-Spagna!!! Che ne dici?”. Il messaggio, purtroppo, gronda entusiasmo. Decido di freddarlo con un: “Preferirei un viaggio sulla luna. Mi spiace, ma il calcio proprio non mi piace”. “Ah”, e pare deluso, “ma possiamo chiamarci durante il fine settimana?”. “Vabbè”, rispondo io. E mi congeda con un semplice: “Perfetto”.
Giunta finalmente domenica, e dopo essere sparito per un giorno e mezzo, a un’ora dall'inizio  della partita, ricompare R. attraverso i consueti mezzi telematici: “Ti farebbe piacere vedere la finale bevendo birra e mangiando gelato all’aperto?”. Un mix micidiale al quale dubito di poter sopravvivere. Però me lo propone R. e io corro il serio rischio di cedere alla tentazione. Decido allora una contromisura drastica: non rispondere nemmeno un rigo, nemmeno un semplice “no” e ricorrere immediatamente alle cure di AeM. Sono giorni che ci scambiamo messaggi di reciproca stima, e come siamo stati bene, e sì, dobbiamo proprio rivederci, e dài un giorno cuciniamo insieme... È il momento di prendere i torelli per le corna: “Allora, ci vediamo oggi?”. “Se hai voglia, sì”. “Quando?”. “Dovrebbe essere adesso, perché domattina ci alziamo presto”. “Posso essere lì alle nove e mezza”. “Perfetto”. Ecco due ragazzi svegli. Abitano lontano da casa mia, è vero, ma sanno darsi le giuste priorità.
Otto e quarantacinque, fischio d’inizio: mi fiondo nella doccia, devo fare in fretta. Odo delle grida belluine venire dal cortile: è il vicino che sembra quasi essersi messo in casa mia ad esprimere - ma direttamente nelle mie orecchie - tutto il suo entusiasmo per la Rossa. Poi, mentre mi vesto, scoppia un “eeeeeeeeeh” prolungato e immenso e poi le trombette “peeee-peeee”, da ogni parte. Scrivo un whatsapp ad AeM: “Quello che ho sentito non era precisamente un gol dell’Italia, vero?”. “Temo proprio di no”, mi risponde A. Cazzo, sono le nove. “Ho appena finito di farmi la doccia, esco adesso”. “Va bene, ti aspettiamo”.
Per le strade si respira aria... d’Italia. Echi della stessa telecronaca si riverberano ovunque, mentre ogni attività sembra sospesa, la gente riempie i bar, le teste tutte rivolte al televisore fissato in alto su una parete, la metro è quasi vuota e sono poche le macchine in giro. Quando arrivo a casa dell’amata coppia, mi apre il biondo, quello alto e forte, A. insomma: “Mi spiace dirtelo, ma proprio poco fa la Spagna ha segnato un altro gol, due a zero per noi”. “Ma dài! Bene, direi. E poi, me ne fregasse qualcosa”. “Già sì, anche a me non interessa”. Però insomma, maxischermo anche loro, coca-coletta e sigarettina, occhi di A. ben puntati sui maschi in campo. Devo ammettere che tra i rossi ci sono esemplari molto interessanti e comincio a nutrire, infine, un effimero interesse per il triste spettacolo.
Siamo ormai all’intervallo, M. scende in campo (o meglio, ci raggiunge dal piano di sopra). Smack, smack, e com’è andato il fine settimana? Dopo qualche amenità, mi ritorna alla mente lo scopo della mia visita: e bacio A. “Se vuoi spegniamo”, si affretta a dire M. Colgo la palla al balzo: “Oh, sì, meglio. Tanto, per la cronaca, anche voi avete i vicini”.
E ci baciamo tutti e tre insieme, le lingue che si toccano, le loro mani su di me, sotto la maglietta, sotto i pantaloni, a cercarmi il culo e il cazzo. Così, bravi, così. “Andiamo di sopra? Non ci sei ancora stato, no?”, mi chiede A. Mi metto a ridere: “Così completiamo la visita della casa”. Saliamo tutti e tre già belli caldi. Nella camera da letto mansardata, con l’immancabile lucernario aperto, M. accende una lampada che diffonde una luce soffusa, accogliente come i miei due ospiti. Io in mezzo e loro due sopra di me. Non trascuro la bocca di nessuno e le loro mani non si distraggono: mi tolgono la maglietta e continuano a strapazzarmi, mentre io tento di abbracciarli entrambi e ansimo. Voglio fare e lasciarmi fare. Mi tolgono tutto e resto in mezzo al letto col cazzo in tiro mentre si spogliano anche loro del poco rimastogli addosso. Io allora mi accovaccio tra le gambe di A. e comincio a succhiare. M., in piedi, porge l’uccello ad A. che esegue la stessa operazione. Nella stanza s’odono rumori di bocche che spompinano e i gemiti di M., cui il lavoretto, evidentemente, piace. A. comincia a muovere il bacino affinché, ad ogni colpo, la mia bocca possa scendere più vicina alla base del suo cazzo. Lo sento mugolare ogni volta che mi fermo con il suo uccello in fondo alla gola.
Quando A. lascia la presa, M. si sposta un po’ e mi offre il suo cazzo. Adesso sono disteso sopra A. Il battacchio di M., durissimo e scuro, è più facile da succhiare rispetto a quello di A. Muovo la testa avanti e indietro, sfioro le palle di M. e lo sento godere. Sostenendosi con i gomiti, A. erge il busto e, con un gesto di cameratismo, mi aiuta nel gioco con M.: lo succhiamo entrambi per un po’, alternandoci tra la cappella, l’asta e i coglioni.
Poi torno ad occuparmi di A., che rimane disteso, e ricomincio un pompino che non sembra avere più fine. Nel frattempo mi metto a pecorina, allargo le gambe e cerco di sporgere il culo più che posso. Non resistendo al richiamo, masturbandosi forsennatamente, M. inizia a leccare il mio buco. Lo fa talmente bene, spingendo dentro la sua lingua, e talmente a lungo, che posso percepire la dilatazione crescente della mia parte più nascosta - oh, non certo la meno frequentata! 
Adesso si muove verso il comodino. M. prende un preservativo, lo indossa, lo umidifica con un po’ di lubrificante e si posiziona dietro di me. A. si mette in ginocchio sul letto davanti a me, il cazzo all’altezza della mia testa. Osserva il compagno che me lo sta infilando in culo e che in un attimo è già dentro. Allora A. mi mette in bocca il suo cazzo ed io grido e ansimo, mentre sono scosso dai colpi di M. che monta rapido, animale. Sono trafitto da due spade, mi stanno scopando la bocca e il culo, contemporaneamente. A. mi tiene ferma la testa fra le mani e mi riserva per via orale lo stesso trattamento che M. mi sta dando per via anale. I due aumentano il ritmo e, quando il piacere si fa più intenso, A. mi toglie di colpo il cazzo dalla bocca e ride: “È troppo, aspetta”. Io lo cerco di nuovo con la mano, lui allora me lo porge di nuovo, ma riesco a dargli forse tre o quattro colpi di lingua: “No, aspetta, altrimenti vengo”. E si distende un po’ più in là, a godersi lo spettacolo del suo ragazzo che non smette di cavalcarmi e adesso gioca, abile, con il mio buco: toglie la nerchia, poi la rimette, poi rimane sulla soglia, poi la ributta dentro. Va avanti così per un po’, finché io poggio una mano sul suo culo premendolo verso di me. M. capisce al volo e comincia a darmi dei colpi secchi, profondi, ripetuti, che si fanno sempre più rapidi e violenti.
A tratti riesco a succhiare un po’ il cazzo di A., ma ad un certo punto M. gli chiede: “Vuoi incularlo tu?”. In qualche secondo, il tempo d’indossare a sua volta un preservativo, A. è dietro di me. Esattamente come l’altra volta, all’inizio brucia. Poi i colpi che dà, secchi ma molto meno rapidi di quelli di M., diventano piacevolissimi. Nel frattempo M., che è andato a gettare il preservativo in bagno, torna e si distende davanti a me. “Hai già sborrato?” gli chiedo io. E lui: “No, no”. E allora gli prendo il cazzo in bocca e lo spompino di nuovo.
Di tanto in tanto, senza smettere di muovere il bacino avanti e indietro per penetrarmi, A. si china su di me, cerca la mia bocca e infine mi bacia. Lo sento ansimare e rallentare i movimenti. Intuisco che mi sta osservando mentre cerco di farmi entrare in bocca tutto il cazzo del suo ragazzo che, a sua volta, mi guarda. Dopo un po’ il ritmo della monta si fa intenso e frenetico, finché sento A. gemere forte e venire. Poi, stringendo il bordo del preservativo affinché non scivoli, estrae il cazzo e se ne va in bagno.

Quando torna, annuncia la notizia: “Credo che abbiamo segnato il terzo gol!”. Siamo all’ottantaquattresimo minuto e io sono ancora impegnato con M., il quale chiede ad A.: “Hai già scaricato?”. “Sì”, gli risponde il biondo. Io mi metto disteso a pancia in su e inizio a far entrare due dita nel mio buco, sollevando contemporaneamente le gambe piegate verso il mio petto. La palla passa ora a M.: l’invito, inequivocabile, viene prontamente raccolto. M. si alza, si srotola sul cazzo un altro preservativo, si inginocchia tra le mie gambe e mi penetra. Ricomincia a chiavarmi e lo fa dannatamente bene. Ci guardiamo in faccia mentre io lo abbraccio, poi gli metto le mani sul culo per spingerlo verso di me. “Mi manca pochissimo...”, mi dice M. “Sìiiii, sìiiiiiii, vieni!”, gli dico io, portando una mano al mio cazzo e cominciando ad accarezzarlo. Lo sento gemere forte, vedo il suo viso contrarsi in una smorfia, mentre mi dà dei colpi di bacino fortissimi. Mentre lui sborra dentro di me, io schizzo tutto sulla mia pancia. A. ci osserva gridare il nostro godimento. Fuori, nel frattempo, l’intero quartiere sembra venire giù, come se centinaia di persone si fossero riversate di colpo nelle strade e avessero cominciato a gridare: “Eeeeeeeeeeh! Sìiiiiiiiiiiiiii!”. Come se gioissero con noi di quell’attimo di piacere così intenso. Tanto giubilo per il nostro orgasmo? Possibile?
Poco dopo esserci lavati sommariamente e asciugati, siamo di nuovo di sotto, davanti al grande televisore. “Viva la Spagna!”, gridano entusiasti i giornalisti mentre scorrono i replay del quarto gol. “Viva. E complimenti”, dico io ad AeM. Senza nessun riferimento al calcio, beninteso.