giovedì 10 maggio 2012

Con R. sulle montagne russe

Che ore saranno? Un quarto all’una. Ho sonno, sono stanchissimo, sono già a letto e dovrei dormire ma nella testa i pensieri ribollono. Poi escono due lacrime, due soltanto, quanto basta per segnalarmi che sono al capolinea ed è tempo di scendere dalle montagne russe.
Cos’è accaduto oggi per farmi stare così? Vuoi cercare di razionalizzare un pochino, per favore? D’accordo. C’è che ieri squilla il telefono in piena redazione concentratissima affannosissima di un curriculum per un lavoricchio che potrebbe aiutarmi a sopravvivere fino alla fine dell’estate (la Grazia potrebbe scendere su di me, ma solo temporaneamente) e all’altro capo c’è R. La voce gli esce in un filo, querula e in falsetto: “Ciao, come va? Oddio che voce mi è venuta...”. Ridiamo. Mi chiede se voglio andare a prendere qualcosa con lui. “Il tuo giorno libero è oggi, no?”. No, diocristo, il mio giorno libero non è oggi, era ieri, tu lo sai perché te l’ho detto... qualche mese fa. Una delle tremila cose di me che hai dimenticato. Ma passons. “No, era ieri. In effetti non posso, tra un po’ devo uscire. Eppoi stavo lavorando a una cosa importante...”. Allora decidiamo di vederci oggi. E oggi, come da copione, due o tre messaggi su Whatsapp per fissare “luogo e ora esatti” dell’appuntamento, per usare le sue parole.
C’è però questa novità: che io ho traslocato in un appartamento nuovo, un buchetto dove ho fatto la mia tana e che oggi vorrei mostrargli. Vado a prenderlo all’uscita della metro. “Ho fame”. Esigenze primarie, vanno soddisfatte immediatamente e bando alle ciance. Vuole far merenda. Il bar qui a fianco? Compriamo qualcosa al supermercato? No, andiamo a casa mia, che il pane finto ce l’ho già, in cassetta, imbustato, e ho pure la marmellata di mirtilli. Ci facciamo un tè, tostiamo il pane, spalmiamo la marmellata e parole su parole. Ci raccontiamo tante cose in maniera così amena che comincio ad avere la netta sensazione che oggi non si scoperà. Nel qual caso R. uscirà sì dalla mia tana, ma morto.
“Ci mettiamo sul divano? Che qui sembriamo due...”. Non termina la frase ma non importa, l’invito a sederci sul mio sofà lo accetto volentieri. Mi tolgo pure le scarpe e mi metto comodo, con permesso. Adesso parliamo di cose importanti. E siamo più vicini. Sento il calore delle sue parole. I corpi non si toccano, però io lo annuso. Lo voglio vicino. Più vicino. “Un letto? E come l’hanno messo là sopra? Ci passa?”. È l’occasione buona. “Vieni a vedere se non ci passa”. “Non sarà mica solo un materasso?”. Solo un materasso. “Un tatami, s’il vous plaît”.
Ecco. L’ho portato nell’antro più scuro della mia tana, è caduto nella ragnatela e adesso me lo pappo. È solo questione di minuti. Deve solo provare la consistenza del tatami, dobbiamo solo scherzare un po’ sull’illuminazione sconcertante della “stanza di sopra” e sulla sua essenzialità che fa molto zen; deve solo togliersi le scarpette, distendersi sul letto, permettermi di avvicinarmi e darmi un bacio. 
Ciò che segue è: bacio sul collo, bacio sul collo, bacio sul collo, bacio sulle labbra, bocche schiuse, bacio, bacio, lingua tra le labbra, lingua in bocca, bacio, mia mano tra le sue cosce, su un fianco, su e giù lungo il suo torso peloso, su e giù, su e giù, mio indice su un suo capezzolo, poi sull’altro, suo sussulto, i capezzoli diventano duri, suo sussulto, suo sussulto, si alza la maglietta, suo sussulto. “Se continui così dovrai pagarne le conseguenze”, mi dice e intanto si toglie la maglietta e si slaccia i pantaloni. Non mi viene da ridere. Anch’io rimango in slip. Ci abbracciamo forte, quasi nudi, inspiro forte ed espiro come se tensioni accumulate da secoli nella mia memoria svanissero di colpo e se ne andassero lontano. Il suo corpo è per me così bello da riuscire a commuovermi. Avrei voglia di piangere e lo farei se non sembrassi di colpo stupido o eccessivamente fragile. Vorrei mangiarmelo intero questo R., maledetto R., proprio come ora lui sta facendo con il mio mento: lo morsica, lo sbrana, mentre una mano già cerca il mio buco.
Via gli slip. Il cazzone che ha. Svettante è il termine giusto, una grossa freccia arcuata che punta verso l’alto. “Hai lubrificante?”. “Sì”, gli rispondo, “ma l’ho lasciato di sotto”. “Non importa, ne ho io. Passami i pantaloni”. Dalle sue tasche escono bustine di gel e un preservativo. Oggi ha deciso di lavorarmi il culo per bene, proprio come all’inizio, qualche mese fa. E allora lubrificante, un dito, poi due, poi un massaggio intorno all’orifizio, poi un dito, poi due, poi un massaggio, poi ci passa sopra la mano intera, poi lubrificante,... Il trattamento è efficacissimo. Sono a quattro zampe, come un animale che attende impaziente il momento in cui l’altro lo monterà e sento il buco aprirsi. 
Uno schiaffo forte sul culo. “Stringilo, mi piace sentire come lo stringi”. Ma amore, ciò che mi chiedi è contrario ad ogni logica: se mi stai eccitando, il mio corpo naturalmente risponderà aprendosi e invitandoti ad entrare; e se tu vuoi davvero infilarti dentro, è inutile che io chiuda la porta. Eppure obbedisco. Ti piace sentirlo stretto? E così sia. Contro venti e maree, concentrandomi non poco, riprendo il controllo del mio sfintere e lo contraggo più che posso, mentre le tue dita continuano il loro lavorio. La mia passività che grazie a te, oggi, si converte in remissività, ti fa gonfiare il cazzo. 
Adesso è pronto. Mi fa mettere disteso a pancia in giù, lo impugna e preme la cappella sul buco. Entra e io gemo. Lo infila fino in fondo, poi un movimento indietro e poi comincia la cavalcata. In quella posizione, e nonostante le buone dimensioni del cazzo che mi sta aprendo, riesco ancora a controllare un po’ l’apertura del buco. Cerco di contrarlo il più possibile e di regalargli le sensazioni che cerca. Ma vuol cambiare e mi mette a pecorina. Con la coda dell’occhio lo vedo nell’immagine tipica, quella che esce dal mio cervello stereotipata ogni volta che penso a lui: io a quattro zampe, lui dietro di me col cazzo ben piantato nel mio culo, la testa un po’ china per osservare la penetrazione, una mano su un mio fianco e l’altra a cercare di stimolarsi un capezzolo con l’indice e l’altro col pollice.
“Distenditi su un fianco”. È la ginnastica di R. Mi metto disteso appoggiando il fianco sinistro, le gambe leggermente piegate e chiuse. Lui si mette in ginocchio e m’incula così. Gli tocco i capezzoli. Ansima. Alza la testa mentre continua a muoversi, dentro e fuori, dentro e fuori. Altro cambio, mi fa mettere di nuovo a pecorina. Questa volta, mentre è già dentro e continua la monta, io mi sorreggo sulle braccia e arcuo la schiena più che posso, in modo da sporgere il culo e dargli quella curvatura che a R. piace così tanto. Vedo la nostra ombra riflessa sulla parete dalla luce cruda: sembriamo un sol corpo, scosso da un movimento ritmato costante e bellissimo. Il mio uccello in tiro sbatte contro la mia pancia a ogni colpo di R. dietro di me. Il suo respiro si fa più rapido, comincia ad ansimare e poi a gemere sempre più forte. Allora io porto una mano al mio cazzo, lo sfioro soltanto e mentre lui svuota i suoi coglioni dentro di me, io sborro sul letto. Pardon, sul tatami.
Un corpo unico: siamo uno solo, due in uno, ti amo, ci sei solo tu, sono tuo, tu sei mio, ci apparteniamo. Quanto sarà durata questa sensazione, anzi, questo svuotamento del pensiero e la presenza totalizzante di R. nella mia testa per cui R. era il mondo intero e tutto il mondo era dentro di me? Dieci secondi? Venti? Non lo so. Dopo, resta la dolcezza di quell’abbraccio: R., con il suo uccello ancora dentro il mio culo, si china su di me, si appoggia alla mia schiena ed è scosso da quei fremiti che, ormai ho imparato, sono tipici del suo post-orgasmo. Ogni scossone è un gemito che emette vicino a un mio orecchio mentre io gli accarezzo un braccio, una spalla e vorrei dirgli: non uscire mai più da me, resta così per sempre.
Ma ecco che già lo sfila, toglie il preservativo, meticolosamente lo avvolge nella carta igienica che io nel frattempo ho portato su, si pulisce il cazzo con cura certosina e si concentra sui piccoli gesti pratici che esegue troppo rapidamente. Slip, calze, pantaloni, maglietta e: “Allora, andiamo in quel posto?”. “Quale posto?”, dico rintronato io, pensando che adesso sarebbe il momento delle carezze, delle lenzuola, dell’ascolto del respiro. “Come quale posto? Quello dove lavora quella mia amica, dove fanno uno spettacolo stasera... ne abbiamo parlato poco fa, ricordi?”. No, non ricordo, sono su un altro pianeta e mi sarebbe pure piaciuto restarci, sorry. “Mi sembra un’ottima idea, andiamo”.
Qualche fermata di metro, cinque minuti di cammino ed eccoci sulla soglia del locale. “C’è il mio ex!”, esclama, “e c’è anche suo marito”. Ho così modo di vedere e di stringere la mano (conoscere sarebbe dire troppo) all’assassino di R. Me l’aspettavo più carino. Ha qualcosa di diabolico o di furbesco. Sensazione a pelle. Ma io so già troppe cose su di lui per poter essere obiettivo. Il marito, l’americano, mi lancia due o tre occhiate interrogative alle quali decido di non rispondere. Birra, noccioline e olive, mentre aspettiamo che il cabaret inizi. Sollievo: i due se ne vanno. “Che casualità, no?”, mi dice allora R. Comincia lo spettacolo. Niente di che, ma un po’ di spensieratezza, dopo tanto tempo, ci voleva.
Allora quand’è che il castello crolla? Ma quando stiamo per pagare e andarcene, diamine. Siccome il conto tarda, non trova di meglio che rispondere ai messaggi dei tremila altri ragazzi col suo cellulare, in una sorta di chat a scoppio ritardato. Le luci della sala girano sopra le nostre teste e io guardo il suo viso e penso: “Non gliene fotte un cazzo di me, ma proprio un cazzo. Com’è bello”. In metropolitana neanche una parola, mentre io penso al mio quasi-ex. Ora sì, sto finalmente male.

17 commenti:

  1. Per una donna come me tu saresti la grazia di dio fatta persona e cazzo, milk. Scusami ma è esattamente quello che penso ogni volta che ti leggo..:-))

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    1. No, perché scusarsi... immagino sia un complimento! :-) Per cui grazie.

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    2. Oh, Estrella... ma hai visto come ero ispirato? Mi sto rileggendo e trovo che quando penso a lui sono sempre più ispirato che in altre occasioni. Io sono malato.

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    1. No, no, non censurarti proprio qui!

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    2. no è che a me viene l'incazzo cosmico quando le persone decidono autonomamente di farsi del male.
      Anche perchè il presupposto dal quale parto è che se fa star male, non è amore.
      L'amore deve farti star bene e questo lesionismo autoinflitto, questo non voler bene a sè stessi, mi crea moti d'intolleranza endemica.

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    3. Che dura che sei con la mia debolezza. Doveva essere solo uno scopamico e invece me ne sono invaghito. Ci sono delle cose di lui che adoro ed altre le detesto. Mi porta al sublime e poi mi getta nel fango. Lesionismo autoinflitto? Sì, è vero. Devo trovare il modo di non starci male.

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    4. Milk, non è durezza è chiamare le cose col proprio nome.
      Se non ci stessi male, andrebbe benissimo.
      Non confondiamo l'amore con il bisogno.
      Oppure, appunto, trova il modo di non starci male.

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  3. No, decisamente non ci siamo... Non ne hai avute abbastanza, forse devi ancora toccare il fondo con lui...
    Non è giusto stare così male per un uomo che manco ti vuole. E sai che posso capire cosa si prova.
    In ogni caso, bellissimo racconto, come sempre.

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    1. Già, ma ricado sempre in questo contrasto enorme tra lo stare infinitamente bene per pochi attimi e lo stare male poi. Con lui mi succede sempre, a colpo sicuro. Imparerò un giorno?

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  4. Questo è decisamente il mio preferito fra i tuoi ultimi racconti. È un lesionismo autoinflitto ma posso immaginare che quel piacere effimero, quando ci sei immerso, sia irresistibile.

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    1. È proprio così, è la parola giusta: irresistibile.

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  5. Se stai male devi chiudere, se trovi il modo di gestirla eliminando ogni aspettativa allora forse.. credo che sia molto difficile però quando c'è del trasporto.

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    1. Eliminare ogni aspettativa: impresa titanica. Poco a poco ci sto riuscendo, forse.

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  6. Non c'e' niente di piu' brutto quando qualcuno che ti piace si riveste in fretta dopo aver fatto l'amore...oppure messaggia davanti a te senza curarsi della tua sensibilita'...sono cose che ho passato anche io, tempo fa con un ex (ormai molto ex)e recentemente con un cliente che mi piaceva piu' degli altri...si resti feriti e delusi, ci si sente anche un po' usati alla fine...mi astengo dal darti consigli...ti lascio qui solo tutta mia comprensione. Y.

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