mercoledì 30 maggio 2012

Del (non) vedersi

Troppo in fretta Milk, troppo veloce, tira sul freno, forza. Pazza idea, quella di accettare il suo invito ad uscire con i suoi amici. Saper dire di no, ogni tanto, Milk? 
Ci ritroviamo io e lui all’uscita della metro. “Ma sai da che parte dobbiamo andare?”, gli chiedo io, che ci vedo benissimo. “Sì, attraversiamo la strada a qualche metro da qui, prendiamo la via di fronte e poi giriamo alla seconda a destra”. Mi prende sottobraccio. Guida lui. In qualche attimo arriviamo così alla più bella piazza di questo meraviglioso quartiere, quella quadrata con gli alberi, vicino alla quale mi sarebbe piaciuto abitare. Le terrazze dei locali che la circondano sono piene di gente e in mezzo, tutto intorno allo spiazzo sterrato dove corrono cani e adolescenti in bicicletta si esibiscono in ardite acrobazie, decine di ragazzi se ne stanno seduti sulle sporgenze in pietra o in piedi, chi con la sigaretta, chi con la lattina di birra, chi con magiche spezie. Tutti parlano, ridono, si sorridono. 
Mi viene presentata la compagnia di C. Lo salutano e lui mi introduce via via alle varie persone. Il gruppo è vario e sembra ben consolidato: quel ragazzo è del sud, se ne va lontano tra qualche giorno per lavoro e non tornerà prima di un anno; quell’altro è il ragazzo che ha aiutato C. a piantare zucchine e pomodori nell’orticello del cortile di casa sua; quella è la sua ragazza, voce da attrice di pubblicità, monocorde ma entusiasta; del ragazzo greco (no, non è quello alto, quello è un altro) ho già dimenticato la faccia; e questo è il giornalista disoccupato, un ragazzino biondo, capelli lunghi sopra e rasati ai lati, piccolo, magrissimo, glabro, ma con barbetta di due giorni, orecchino al naso, molto carino; e poi altra gente e due tedeschi in coppia, due bei maschietti dall’aspetto gentile, amici di non so più chi e capitati lì non so più bene come.
Girava un’ottima maria in tre canne che facevano la spola da un’estremo all’altro della sporgenza in pietra. “Che bene mi sta facendo”, gli sussurro riferendomi al fumo. Ma dura un attimo. Sono tutt’occhi e non posso fare a meno di chiedermi come mi staranno giudicando; chissà se alcuni di loro pensano di poter sostituire i loro occhi ai suoi. (Sarà adatto a lui? Certo, parla pochino eh. Mi sembrava rigido. Hai visto come teneva stretta a sé la borsettina? Ma dov’è che l’ha beccato questo? Eccone un altro, vediamo quanto gli dura).
Elucubrazioni. Stupide, stoltissime, lo so. Ma si fissano nella mia testa. Ed è il mio errore: gli occhi che si posano a quel modo su di me, sono in realtà i miei, mentre m’inganno e confondo la loro percezione con la mia. E nel frattempo, cosa vede C.? Mi accarezza più volte il braccio, la mano, e mi sembra contento che io sia lì. È seduto alla mia destra. Fletto la gamba sinistra, porto il ginocchio vicino al mio petto poggiando il piede sul bordo della sporgenza. Mi costruisco un séparé umano e autarchico per difendermi un po’. Da che cosa, non so bene. Dagli sguardi, suppongo. Dalla vista. Dal giudizio. Del resto, darci un po’ le spalle (non molto, solo quel poco perché la conversazione non ci lambisca) riesce molto bene anche a loro. Per brevi attimi ci siamo solo noi e le nostre due voci si parlano vicine, formiamo una bolla.
Qualcuno la buca di tanto in tanto. Forse l’imbarazzo è reciproco. Forse è più facile per alcuni di loro rivolgergli la parola, salvo poi dimenticarsi di ascoltare la sua risposta. Ho visto C. parlare al vuoto per due volte e io magari esagero e sono proprio una testa di cazzo, ma mi è sembrata una bella vigliaccata. Alcuni pensano (forse, è solo un’ipotesi) che chi non ti vede non possa accorgersi di cosa loro stanno facendo davvero, un po’ come se questa persona sparisse di colpo (non mi vede, quindi non la vedo; quasi una punizione). Io credo che si sbaglino, perché non vedere non vuol dire non esserci. Io credo che certe cose C. le veda più e meglio di me, di loro. “Ti trovi bene?” mi chiede lui, infatti. Io mento. Poco dopo: “Ti vanno a genio?”. Mento un’altra volta, tuttavia se fossi sincero non direi nessuna cattiveria, ma solo: “Ho bisogno di tempo. Per sapere questa e altre cose”.
(C. è un uomo d’avventura. C. ha deciso di fregarsene, probabilmente già moltissimo tempo fa. Un giorno al mare, spiaggia nudista, si butta in acqua con un amico suo, costretto anch’egli ad aguzzare l’udito, e cercano nuotando l’alto mare finché l’unica cosa che sentono è lo sciabordare dell’acqua tutt’attorno a loro. Dove sarà la riva adesso, che non si sentono più gli schiamazzi, il vociare diffuso, il rumore delle palline da ping pong che battono sulle racchette di legno? Come si torna indietro ora? “In una spiaggia naturista, due ciechi che si perdono in mare...”, e C. si fa una gran risata pensando a quanto si era divertito quella volta).
Alla fine rimaniamo solo C., il ragazzo che parte ed io. Il suo atteggiamento è diverso, sembra più affettuoso di quello degli altri. Scambiamo quattro chiacchiere e la conversazione scorre finalmente fluida, più rilassata. Salutiamo il ragazzo che parte‚ nel corridoio della metropolitana. Rinviamo a un altro giorno un possibile incontro più intimo, perché ormai è tardi e lui domani deve uscire di casa alle otto meno un quarto. “Ma muoio dalla voglia”, mi dice. “Anch’io vorrei farlo”, gli dico. E stavolta non mento.
La sensazione che mi resta mentre già seduto nella carrozza mi sbatto in cuffia a tutto volume la prima cosa che mi capita a tiro, sperando mi riempia il cervello, ha un sapore molto sgradevole: e se la cecità di C. fosse il buon pretesto per nascondergli quell’indegnità e quella mediocrità che sento mie? È un brutto pensiero che adesso per fortuna è già svanito. Paradossalmente è proprio C. che mi sta aiutando ad aprire gli occhi, a capire che tutto si sente e ben poco si vede.

lunedì 28 maggio 2012

Amore cieco

Blip. Una finestra che si apre. È un messaggio abbastanza lungo. Sembra scritto da una persona attenta e curiosa. Si sta interessando seriamente a chi sono davvero. Una sola foto, nella quale appare la testa e il busto di un ragazzo giovane, sorridente, barba corta e sguardo basso. Cattura la mia attenzione fin da subito. Non solo mi affascina il suo aspetto, ma anche quello che dice e gli apprezzamenti che fa su di me contribuiscono ad accrescere la mia curiosità: stranamente, infatti, non fa mai riferimento al mio fisico. Al secondo o terzo messaggio emerge, come un inciso, la spiegazione: in un mondo dove apparire è tutto, dove l’immagine che diamo di noi stessi (il corpo per come si offre allo sguardo, innanzitutto) serve a giudicare e a guidare le nostre scelte, a volte in modo definitivo, ecco un ragazzo per il quale potrei farmi ritrarre in mille pose differenti, mostrare il culo, il cazzo, il busto, la faccia... e non servirebbe a niente. Un riproduttore che legge quel che appare sullo schermo del suo computer è l’unico strumento che può utilizzare per decidere se vale la pena o no contattarmi. Per il momento, insomma, non sono un’immagine (non posso esserlo ai suoi occhi), ma solo le parole che scrivo.
Dobbiamo vederci oggi (“vederci”, come suona stonata nella mia testa questa parola adesso), ma c’è il mio lavoro e ci sono i suoi impegni... gli propongo un appuntamento all’una di notte, pensando che mi manderà a quel paese. Ne è entusiasta, “così avremo tutto il tempo di prendercela comoda, se ci va”. Maschile e tenero al tempo stesso, affettuoso fin dal modo che ha di calibrare le parole. 
Durante la giornata ci mandiamo alcuni messaggi via Whatsapp. Predilige le note audio e nella prima mi chiede se posso inviargliene una, “mi piace sentire la voce”. Accedo volentieri alla richiesta e adesso non sono più solo parola scritta ma anche suono. Sto prendendo forma. Nelle sue orecchie.
E così, quasi alle due di mattina, gli vado incontro come avevamo concordato, lungo la via: eccolo lì, in mezzo alla carreggiata, il bastone bianco che tiene ben teso davanti a sé, la camminata sicura mentre scende verso la piazza. Maglietta, pantaloni corti, delle infradito nere e, intorno a una caviglia, una finissima catenina d’argento. “C.?” gli dico toccandogli un braccio, “sono Milk”. Mi sorride e sembra la gioia fatta persona. “Vuoi prendere una birretta?”, propone. “Ma no, è già tardi, la beviamo direttamente a casa mia”. “Va bene”, mi risponde, “ma prima devo comprare delle sigarette”. Dobbiamo avviarci a un locale che sta a due passi e mentre c’incamminiamo, il primo contatto fisico da parte sua: mi prende a braccetto e segue i miei movimenti. Gli spiego quel che vedo, ma mi accorgo presto che il più delle volte non serve: se faccio un gradino, lo sente e lo fa anche lui, se piego a destra o a sinistra, pure, se mi fermo si blocca.
“Tutto è scuro ma a volte vedo degli sprazzi di luce” mi dice quando siamo a casa, seduti sul divano, due birre già aperte e una sigaretta a testa in corso. “Questo mi aiuta a orientarmi meglio”. Appena entrati mi ha toccato il viso e poi il resto del corpo, il torso, le braccia, le gambe, descrivendomi ciò che ha “visto”. Ho preso ancora una volta forma. Nelle sue mani.
È una persona di una vitalità inusuale: abita da solo in un appartamento al piano terra e nel suo cortiletto ha piantato un piccolo orticello di zucchine e pomodori, ha un lavoro che gli permette di avere uno stipendio dignitoso, viaggia molto per passione, suona il pianoforte (“ma non so improvvisare”), va a teatro e ha anche recitato per una piccola compagnia. Ha portato con sé una piccola cassetta metallica dove conserva la maria, le cartine e la macchinetta per rullare.
Anch’io lo tocco, però in silenzio: le mie dita sfiorano le sue sopracciglia, così fine e morbide, la sua barba, accorciata da poco, l’attaccatura dei capelli, cortissimi, sul collo. Lì lo bacio, ripetutamente. “Che pelle morbida che hai”. “Anche tu”. Non smetterà mai di dirmi quanto si sente bene a stare lì con me. La verità è che i suoi abbracci e le sue carezze, così calde, mi rapiscono.
Continuiamo a parlare di noi, rolla una canna e ce la fumiamo. Facciamo salire lentamente la pressione e i baci che ci scambiamo diventano sempre più roventi. Ci leviamo le magliette e le carezze si fanno più ardite. Il suo petto peloso è ora il terreno d’incursione delle mie mani, della mia bocca e della mia lingua. Quando ci togliamo pantaloni e slip mettiamo mano ciascuno al cazzo dell’altro. Il suo è di discrete dimensioni, una cappella grande, larga, i coglioni sono molto grandi, lisci e pendenti. È circonciso. Mi sorprendo più volte ad assaporare le spalle e le braccia, dove la mia bocca passa e ripassa, o il suo petto, le sue gambe e il suo cazzo, dove si posa la mia mano: ad occhi chiusi, come se stessi prendendo esempio, come se ogni gesto non visto si riverberasse dentro di me con più forza. 
Le carezze si moltiplicano all’infinito, finché mi fa mettere disteso a pancia in su e si sdraia su di me: gli piace sentire il suo corpo e il mio che si toccano in quasi tutte le parti. Si strofina contro di me e i nostri cazzi duri e pulsanti, là sotto, sembrano duellare. Sta piacendo anche a me, da morire. Ne approfitto per cingerlo in un abbraccio molto forte e poi scendo con le mani fino al suo culo, morbido e pieno, liscio.
Scivola con il corpo lungo il mio, fino a che la testa arriva all’altezza del mio cazzo. Adesso lo sta succhiando con notevole maestria: lavora bene su e giù lungo l’asta, non trascura la cappella, sulla quale rotea ora la sua lingua, poi se lo ficca fino in fondo alla gola ed è allora che i miei mugolii gli segnalano quanto grande è il bene che mi sta facendo. Lo faccio stendere a sua volta e gli ricambio la cortesia. Con altrettanta avidità gli succhio l’uccello e “Cazzo, che bello!”, mi dice e io continuo, forte di quell’incoraggiamento. 
Passeremo più volte dalla fase orale, reciproca, a quella degli abbracci, delle carezze, delle leccate e dei piccoli morsi in ogni parte di quei nostri corpi che adesso, nell’appartamentino perso in questa grande città ormai inghiottita dal buio, si stanno godendo la loro festa. “Vorrei che mi penetrassi”, gli dico. Mi sorride: “Prima dovrei pisciare, mi sentirei più a mio agio”. “È che non resisto”, gli dico, “non riesco a lasciarti andare”. Ed è davvero così: con le mie gambe, adesso che mi sta di nuovo sopra, gli cingo i fianchi e lo tengo stretto a me. “Ci beviamo un’altra birra? Così mi torna molle e vado a pisciare, ok?”. Ci proviamo, ma io continuo a toccarlo e baciarlo e l’operazione sgonfiamento dura più del previsto. 
Quando finalmente va in bagno, sembra ci debba lasciare un fiume intero. Al suo ritorno lo aspetto in piedi ed è un attimo: basta l’abbraccio, pelle contro pelle, i nostri corpi nuovamente vicini e i due cazzi scattano immediatamente sull’attenti. “Un sessantanove qui per terra, dài”, mi dice eccitato. Non me lo faccio ripetere due volte. Questa volta dovrò bloccarlo più volte per impedirmi di venirgli in bocca. Quando già non ce la faccio più, ci alziamo e mi dice: “Andiamo di sopra”. Lo guido fino nell’antro dove ci aspetta il tatami. Esplora l’ambiente con le mani prima di stendersi. 
Gli succhio di nuovo l’uccello, poi prendo il tubetto che giace abbandonato in terra: “Prendo del lubrificante”, gli dico. “Va bene”. Inizio a lavorarmi il buco e lo stesso fa lui, infilandoci un dito. “Hai un preservativo?”. Glielo porgo e, in un attimo, lo indossa. “Come vuoi che facciamo?”, mi chiede. “All’inizio mi piace così”, gli rispondo, mettendomi a pecorina, “mettiti dietro di me”. Preme il cazzo contro il mio buco e lo infila lentamente. Quando è dentro fino in fondo appoggia il suo corpo contro la mia schiena e inizia a montarmi. Dopo un po’, mi fa stendere su un fianco e mi prende da dietro, con ancor più forza. Spingo la testa indietro, voltandomi verso di lui: cerca la mia bocca, ci baciamo a lungo mentre lui continua ad assestare i suoi colpi. Perdo un po’ di sborra, sono al limite dell’orgasmo, ma lentamente il suo corpo sembra spegnersi, come un lumino la cui fiamma si affievolisce poco a poco. “Sei stanco?” gli chiedo. “Beh, un po’...” mi dice sorridendo.
I movimenti cessano del tutto. Rido tra me e me pensando che è il primo ragazzo che si addormenta scopandomi, per di più col cazzo ben piantato nel mio culo. Lo faccio uscire, lui si sveglia giusto per il tempo necessario a togliersi il preservativo e porgermelo. Scendo di sotto per recuperare il cellulare e portarlo su. Guardo l’ora: sono le cinque e mezza. Una bella dormita non mi nuocerà di sicuro.
Ma ho il sonno troppo leggero questa notte, la prima in cui divido questo nuovo letto con un ragazzo non solo per scoparci insieme. Nella penombra della stanza e poi, quando entra più luce, lo osservo: il suo corpo longilineo se ne sta molle e completamente nudo, adagiato sul tatami. I tratti del viso sono fini e un po’ duri, ma l’espressione è rilassata e sembra quella di un bimbo. Le mani aggraziate sembrano cercare qualcosa anche nel sonno. Si può dormire davvero con una creatura così bella al proprio fianco? “Che fortuna”, penso e ripenso, ed è la stessa cosa che gli ho detto qualche ora fa.
Il risveglio è fatto di un supplemento di carezze e di parole dolci. “Scusami per questa notte, scusa”, mi dice. “Ma di che?”, gli rispondo. E comincio a spompinarlo. Adesso, stando disteso su un fianco, mi prende la testa fra le mani e mi scopa la bocca con foga, fino a togliermi il respiro. Poco dopo, è lui ad afferrare con una mano i nostri due cazzi uniti mentre gli sto sopra. È lui che muove freneticamente la mano in una sega cazzo contro cazzo che mi fa ansimare di piacere. Lo interrompo, gli dico che se continua non riuscirò a trattenermi. Allora è lui a dirmi: “Vieni, non ti preoccupare, vieni, anche a me manca poco”. E io allora mi lascio andare e bagno la sua mano, il suo uccello e la sua pancia con la mia sborra. Quasi contemporaneamente vedo degli schizzi bianchi uscire dalla sua cappella e cadere sul suo petto.
“Quasi quasi ti proporrei di andare a fare colazione fuori”, mi dice C. poco dopo, mentre siamo stesi uno di fianco all’altro. “Dopo passo a casa mia a prendere la torta che ho preparato per salutare un amico che se ne va domani. Andiamo tutti a mangiare al parco. Se hai tempo più tardi, potresti venire anche tu”. “Grazie, ma devo vedere un amico, ho già preso un impegno con lui”. 
Le nostre chiacchiere proseguono nella terrazza del bar vicino alla chiesa del mio quartiere, poi lo accompagno fino alla stazione della metro. È ormai l’una. “Mi piacerebbe rivederti”, mi dice. “Anche a me. Ci chiamiamo, va bene?”, gli rispondo. E gli indico la direzione che deve prendere dopo i tornelli. Riemergo e mi ritrovo di nuovo immerso in un gran sole estivo. Respiro profondamente e mi guardo attorno: tutto è colore, vita, movimento. Fermo vicino all’edicola, mi aspetta il mio amico.

mercoledì 23 maggio 2012

Buongiorno, dottore

E così capita di uscirci insieme e non si fa niente. Non si scopa. Si fanno grandi chiacchiere, si parla del presente e del futuro, dell’idea di coppia, della sua ossessione per qualsiasi maschio gli capiti a tiro, delle mie esperienze. Il clima si distende un po’, poi uno scazzo, il primo, da parte mia, per una minchiata galattica che poteva tranquillamente risparmiarsi. Lui capisce, si scusa, mi abbraccia in mezzo alla strada, e poi ancora scuse. Poi si torna a vedersi. È affettuoso, mi è vicino, ma non fa niente per lasciarmi credere che ci possa essere qualcosa di più. È più aperto, disposto ad ascoltare. E io mi curo. È la prima volta che m’invaghisco di qualcuno a questo modo da moltissimo tempo a questa parte e adesso, come terapia contro la delusione, uso l’omeopatia: R. a piccole dosi, senza sesso e pacificamente.  Scopamici per i quali la prima parte della parola composta sta andando lentamente a farsi benedire. “Ma se ti va, a me va bene anche scopare, eh”. Se mi va? La carità no, grazie. Preferisco partecipare ad “eventi”. Dopo i quali smangiucchiamo qualcosa in giro. E facciamo tappa in vari locali a sgollarci qualche birra. Ci sorridiamo e lui mi appare bello, ancor più bello di sempre. That’s all? Sì, e mi va benissimo così. Relax, take it easy.
Anche perché avevo la mente (sarebbe più corretto dire il culo) altrove. Aspettavo infatti la visita del dottore. No, non stavo male, si tratta di J. Questa specie di manzetto andante, dalla pelle scura e cazzo teso e giocoso, aveva appuntamento con me proprio stamattina. Non sono di buon umore, sono stanco perché ho dormito poco. Appena arriva, ci sediamo sul divano e io comincio a fargli mille domande. Mi racconta molte cose di sé, si apre in modo insperato. Penetro, almeno virtualmente, nella sua vita. Lui un po’ meno nella mia ma, ad essere sinceri, erano altre le sue mire.
Ride un po’ imbarazzato, voglio baciarlo. Stiamo così per un bel po’, assaporando le nostre labbra, le lingue che si scontrano e scivolano nelle nostre bocche dieci, cento volte, l’abbraccio che si fa via via più stretto e sensuale, la sua mano che scivola sotto i pantaloni e la mia ad accarezzare quelle spalle larghe e le cosce dure, di marmo. Sospira e sento un “mmmh” quando alla fine un dito sfiora il mio buco. Questa volta è un attimo: maglietta e pantaloni corti vengono sfilati in un nanosecondo e ci ritroviamo immediatamente nudi.
Con una mano sfioro appena il suo uccello duro e la pelle finissima che ricopre la cappella scivola giù, lasciandola scoperta e umida... i baci hanno sortito effetto. Resistendo all’impulso di cacciarmelo in bocca e tirare forte come fosse l’ultimo cazzo che vedo in vita mia, mi concentro sulle palle. Lecco quei coglioni morbidi e lisci e poi metto in bocca prima uno e poi l’altro, succhiandoli e lavorandoli con le labbra e la lingua. Mugola e, quando il mio sguardo incrocia il suo, annuisce e m’invita a continuare. Ma è già tempo di passare la lingua sull’asta, prima sotto, dalle palle alla punta, poi sopra, dalla cappella alla base. Poi gioco con la cappella, le labbra appoggiate sopra come se la stessero baciando. Sono in terra a quattro zampe e sporgo il culo perché lui, seduto sul divano davanti a me, lo veda, quel culo che sarà suo un’altra volta. Comincio ad andare sue e giù con la bocca sulla nerchia e la sento tendersi ancora di più. Comincia un movimento di bacino per scoparmi la bocca, tenendomi la testa ferma con una mano. Ma il richiamo del culo deve risultargli irresistibile se ora si china su di me, s’insaliva un dito e me lo ficca nel culo, trovandolo discretamente aperto. Il suo cazzo, quasi appoggiato contro il divano, viene leccato avidamente.
La voglia di averlo dentro mi assale ed è come se tutto quel preliminare, così gradevole per lui, risultasse quasi una tortura per me. Si rimette contro lo schienale del divano ed io, senza fare uscire il cazzo dalla mia bocca, prendo il tubetto di lubrificante, lo apro, ne prelevo un poco e mi ficco un dito e, in rapida successione, due dita nel culo. Osserva la scena guardando lo specchio, capisce la mia voglia, ma non si decide.
Allora mi alzo, mi metto sul divano a quattro zampe. Lui si alza e si mette dietro di me. Armeggia col preservativo, lo indossa e lo cosparge di lubrificante. I due animali sono pronti per la monta: io a pecorina col culo ben alto, la schiena reclinata e la testa contro il divano, lui dietro col cazzo duro, pronto a infilarlo.
E così è stato: una monta selvaggia, senza pause stavolta, puro godimento. Ne vengo stordito e il ricordo si concentra su sensazioni specifiche, quasi delle fotografie: i suoi coglioni molli che sbattono contro il mio culo, la mia mano che corre ad accarezzarli mentre sono scossi dai movimenti ritmati del suo bacino; il suo sudore che scorre quasi a rivoli, che cade goccia a goccia sulla mia schiena, sul mio viso; le mie gambe che sembrano quasi staccarsi dal corpo tanto ondeggiano sotto i colpi frenetici di quel toro; le sue mani che mi afferrano i fianchi e fanno sì che quel cazzo mi trivelli ancora più a fondo; il cigolio del divano che sembra debba aprirsi in due, proprio come il mio culo, il cui buco adesso è dilatato al massimo e bagnato.
Mi fa mettere il piedi e in quella posizione il piacere che sento diventa ancora più forte. Adesso mi sta chiavando in maniera eccessivamente violenta. “Ah, vengo!” e ansima, e stantuffa forte, e mugula, e scarica tutto nel mio culo. Schizzo tutta la sborra che ho sul pavimento e tra sudore e seme, tra i nostri piedi si forma un lago.
Ho la netta impressione, mentre si fa la doccia e io passo e ripasso lo Scottex in terra, che gli sia piaciuto meno dell’altra volta. Che i nostri pianeti, pur avendo goduto, non si siano sfiorati davvero. Non ne parliamo, ma me ne dolgo un po’, perché le intenzioni c’erano tutte. Ci promettiamo di rivederci, ma ho la netta sensazione che questa possa essere stata l’ultima volta o che passerà molto tempo prima di un nuovo incontro. Vedremo. Oggi mi sento tranquillo e niente sembra turbarmi davvero. Finalmente.

lunedì 21 maggio 2012

Desiderio, fedeltà, lealtà: il trio impossibile

Traduco e riporto, dal blog Eros del quotidiano spagnolo El País, una parte del post di oggi, che mi pare interessante e che mi permette di abbordare con voi l’eterno e irrisolto tema della fedeltà, abbinato però ad altri due pilastri della coppia: desiderio e lealtà. Vediamo che ne pensa Venus O’Hara* e poi che cominci il dibattito.

(...) Ovviamente l’ideale sarebbe innamorarsi della tua metà e vivere felici per sempre come in una favola, però la realtà è spesso diversa. La fedeltà sembra basarsi sull’idea che è possibile desiderare la stessa persona non solo per una notte ma per il resto della vita. Però è davvero possibile? (...)
La pressione per mantenere la propria relazione sessuale si moltiplica quando esistono responsabilità finanziarie e familiari. Quando l’entusiasmo sessuale si è raffreddato e l’ipoteca e l’educazione dei figli cominciano a far da padroni nei pensieri di ogni giorno, sembra che la relazione si converta in un’attività di cui il partner è socio. In questo caso, è possibile continuare ad essere leale all’impegno preso se ti capita di condividere un momento di passione con un’altra persona?
Una mia conoscente, che mantiene un livello di vita invidiabile con suo marito, casa con piscina e due figli piccoli, viaggia per lavoro, mentre suo marito lavora in casa, occupandosi così dei figli mentre lei è fuori. Ogni volta che viaggia è infedele e, secondo lei, lo fa per liberarsi di tutte le responsabilità di madre, sposa e lavoratrice. Ha stabilito una rete di amanti nelle città che frequenta di più e a volte ammette di provare sensi di colpa. Le ho chiesto se aveva mai preso in considerazione la possibilità che anche suo marito fosse infedele. Era convinta che lui non farebbe mai una cosa simile. Nonostante ciò, poco tempo fa, si è accorta che aveva preso soldi dal conto comune per pagare una escort. Dopo una piccola crisi matrimoniale, hanno deciso che disfarsi del matrimonio non aveva senso, giacché l’attività di genitori e la loro convivenza funzionavano.
Fortunatamente, conosco anche casi - per quanto pochi - di coppie che sono riuscite a mantenere nelle loro relazioni desiderio, fedeltà e lealtà. Mi ricordo di un cliente tedesco - era l’epoca in cui lavoravo per un’agenzia immobiliare - che aveva 50 anni ed era felicemente sposato. Durante un pranzo chiamò sua moglie e, parlando con lei, sembrava un quindicenne innamorato. Non potei evitare di farglielo notare e lui mi raccontò che continuava a desiderare la moglie come il primo giorno e si augurava che i figli se ne andassero di casa dopo qualche mese per studiare fuori così da avere sua moglie tutta per lui. Sognava di poter fare l’amore in ogni parte della casa e vedere film porno con lei in soggiorno senza aver paura di essere scoperti dai figli.
È ovvio che l’infedeltà fa male, però ancora non so se è davvero possibile mantenere desiderio, fedeltà e lealtà in una relazione. Il desiderio ci fa sentire vivi, mentre la fedeltà ci offre una vita tranquilla. La lealtà è qualcosa che si può mantenere anche quando la nostra testa è in un altro posto. È tuttavia possibile far durare nel tempo tutte e tre le cose in una relazione?
Sembra che, per non farci del male, preferiamo non sapere...

[* Venus O’Hara, è un’inglese d’origine irlandese. Modella fetish, attrice e scrittrice. Laureata in Scienze Politiche e in Francese, vive a Barcellona, è stata collaboratrice su tematiche sessuali per varie riviste, ha un blog sul feticismo e ha creato “No sabes con quien duermes” (Non sai con chi dormi), un confessionale per persone che conducono una doppia vita.]


Ecco il mio punto di vista. Il caso del cinquantenne tedesco è, per lo meno secondo la mia esperienza, molto raro. Dubito fortemente che esistano molti esempi come il suo, dove sembra che i tre pilastri della coppia stiano perfettamente in piedi anche dopo che è passato molto tempo dall’inizio della relazione.
Il desiderio è, per me, qualcosa di multiforme, mutevole nel tempo, e il suo oggetto costantemente variabile. Così come accende la passione per una persona e per il suo corpo, allo stesso modo può spegnerla. Può risvegliarsi per più persone allo stesso tempo o può celarsi dietro altre manifestazioni non necessariamente sessuali (o che dissimulano la sessualità, come in certi casi l’amicizia, la vicinanza, l’affetto). In ogni caso, mi pare davvero difficile che il desiderio possa essere coltivato nella routine che si installa in una coppia di stampo classico, nella quale entrambi concedono l’“esclusiva” della propria sessualità al partner. Perché il desiderio è voglia di scoprire, di esplorare qualcosa di nuovo, di apprendere e crescere sessualmente grazie ad un’altra persona, un altro corpo che non sia il nostro. Quando sembra che questa persona ci abbia già dato tutto quello che poteva, e noi a lei, cosa rimane del desiderio che provavamo all’inizio?
La fedeltà, poi, semplicemente non esiste. È una di quelle chimere che ci siamo inventati per il terrore che ci assale ogni volta che pensiamo che in questo mondo siamo, fondamentalmente, soli. Il poter controllare un’altra persona, assicurarci che dedica le sue cure più amorevoli solo a noi, ci dà una forza e una stabilità altrimenti difficili da conquistare. Ed è così che per paura, l’uomo, animale dotato di ragione, è riuscito a dimenticarsi la sua vera natura. Con la ragione possiamo autoimporci la fedeltà ed essere effettivamente fedeli, così da esigere a nostra volta la fedeltà dell’altro. Ma con il corpo siamo potenzialmente sempre infedeli. “Quello me lo scoperei”: questa idea anche solo pensata osservando un bel ragazzo passarci a fianco per strada, è il segno evidente che l’essere umano non è fatto per essere fedele. Perché, pur rinnegando il suo lato istintivo, rimane pur sempre un animale. Insomma, se per fedeltà intendiamo l’esclusività sessuale, questa mi pare pura ipocrisia. Ripeto, possiamo imporla (possibilmente dopo essercela imposta, e non prima), ma resta una norma astratta che si rispetta (almeno apparentemente) solo perché così fanno (o dicono di fare) tutti. Quando un ragazzo mi dice: “Io credo in determinati valori come la fedeltà,...”, tendo a fuggire a gambe levate.
La lealtà, invece, è per me probabilmente l’unico fattore che davvero si può preservare sempre in una coppia, e ciò persino quando due persone si lasciano. Lealtà per me è soprattutto essere onesti e sinceri, rispettare la persona che amiamo e che ci ama ed evitare a tutti i costi di fargli del male. Se scopare fuori dalla coppia non è di per sé una mancanza di lealtà (molto dipende da come lo si vive), le cose cambiano se quest’avventura implica un coinvolgimento anche sentimentale ed affettivo di un certo peso. Se, insomma, stiamo togliendo qualcosa d’importante e di centrale alla nostra coppia (l’affettività, l’amore) e corriamo il rischio di danneggiare concretamente la persona con cui stiamo, il patto di lealtà (non di fedeltà) che abbiamo con lei, dovrebbe portarci a chiarire la situazione e a stabilire in che punto della nostra storia ci troviamo. Lo stesso si dovrebbe fare (idealmente, lo so; poi è difficile da mettere in pratica) quando viene a mancare il desiderio: la lealtà (non la fedeltà) dovrebbe guidarci e aiutarci a chiarire.
Per concludere, direi che dei tre pilastri della coppia, solo uno mi sembra poter sopravvivere all’usura del tempo, alle tempeste ormonali, ai terremoti sentimentali a cui siamo, per natura, costantemente sottoposti. Ed è per questo che, alla fine, se pretendiamo di fondare una coppia su queste basi, stiamo in realtà ragionando su un equivoco: una coppia siffatta, dove il desiderio rimane vivo e uguale a sé stesso nel tempo (“l’amo come fosse il primo giorno”), la fedeltà è incrollabile (“non toccherei mai nessun altro e sono certo che anche il mio compagno si comporta così”) e la lealtà a prova di bomba (“non gli farei mai del male, per nessun motivo”) è (quasi) impossibile. Smentitemi, se potete, ma sono fortemente convinto che la stragrande maggioranza delle coppie funziona (o non funziona) proprio così. La mia è da poco naufragata per il venir meno del desiderio, mentre la fedeltà non si praticava (ma era argomento quasi tabù) e la lealtà era fuori discussione.
Non sarebbe meglio allora inventarsi qualcos’altro?

venerdì 18 maggio 2012

Latte arrosto

Adesso che mi hai infilato lo spiedo dal culo su su per le viscere, fino a farlo uscire dalla bocca, gira la manovella e che le fiamme mi arrostiscano per bene. Se si sparge sangue, non importa a nessuno. Solleva i calici insieme ai tuoi amici ed osserva come giaccio, inerme e trafitto. Dentro quel calore dolciastro, desiderato fino a morirne, sento la solitudine delle vostre mancanze, delle cose non dette non fatte, della metà del guado. 
Le Tre Marie se ne stanno in disparte, una medita, l’altra fa il tifo, la terza si annoia. Il Padre sta seduto e la Madre piange. Attorno al fuoco saltella il Gatto. Penombra con bagliori giallastri, sguardi velati di vino.
(Ce l’hai grosso e ce n’è per tutti. “Io sono piccolo”, ho detto sempre, e adesso non ce n’è più per nessuno).

giovedì 17 maggio 2012

L’omosessualità non è una malattia, l’omofobia sì

Non c’è molto da dire. C’è tutto da dire.
Derisi, umiliati, violentati, ignorati, usati, rifiutati, uccisi.
Invece gaudenti, liberi, sereni, coscienti, forti, felici, positivi, amanti.
Oggi è la giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia. Se conoscete qualche omofobo, ditegli che è ora di curarsi.

mercoledì 16 maggio 2012

Gradevole sorpresa

“Esco dal lavoro alle 10”. Dunque, ricapitolando: è nero, attivo, bisessuale in coppia, giovane, bel cazzo, va in moto (una foto lo ritrae a cavallo del suo bolide) e lavora di notte. L’appuntamento, preso in pochi minuti con una rapidità che, come sempre accade in questi casi, mi sconcerta e mi preoccupa, è vago: “Appena esco vengo dalle tue parti e ti chiamo per dirti che sono arrivato, dammi il tuo numero”. Altro elemento d’inquietudine: gli do il mio numero, ma lui non mi dà il suo. Dai pochi scambi avuti in chat, sembra fin troppo diretto e duro. Mi alzo presto e mi preparo per l’incontro, ma più volte mi ritrovo a pensare che probabilmente non verrà, che potrebbe essere un pacco.
Le prime impressioni negative vengono smentite appena fa la sua comparsa sul pianerottolo di casa mia. È più alto di me, un fisico ben piazzato, spalle larghe, braccia e gambe appaiono forti. Porta una maglietta azzurra e leggerissima, dei jeans dal taglio molto giovane, scarpe da ginnastica. Mi sorride d’un sorriso bellissimo, le labbra sono carnose e i denti bianchi. Entra nell’appartamento e ogni secondo che passa mi sembra più bello e attraente. Eccone un altro che si ambienta facilmente: “Scusa, posso andare in bagno? Mi sto pisciando addosso...”. Che accento ha? Non è di questa città, viene da fuori, ma non riesco a capire da dove, confuso anche dal colore della sua pelle. Senza aspettare la mia risposta, si dirige già verso il bagno, come se fosse stato qui mille volte e sapesse dove si trova.
Ci sediamo, vuole solo un bicchiere d’acqua. Mi parla di sé con il volto disteso, il sorriso sulle labbra. J. è medico, lavora per uno degli ospedali della città e ieri notte era di guardia all’unità di terapia intensiva. È originario di una regione molto distante da qui, ma si trova in questa città da ormai alcuni anni, da quando studiava medicina. Cosa trasmettono i suoi gesti, il timbro della sua voce, il suo sorriso? Fiducia, apertura, calore, vicinanza. Virtualmente, è come se stessimo già scopando. O come se quello fosse un antipasto, non scontato, di qualcosa che accadrà e che stiamo già assaporando: parlando, osservandoci l’un l’altro, fiutando testosterone.
Ci sistemiamo uno accanto all’altro sul divano, senza scarpe. È lui a prendere l’iniziativa. Con uno scatto, come se stesse superando un piccolo ostacolo mentale, si avvicina di più a me e mi bacia. Sono baci lunghi e riflessivi, ad occhi chiusi. Io ci metto la passione, cerco in quei baci qualcosa di ardente, mentre lui raffredda e lavora con pazienza mordendo le mie labbra, cercando con la lingua la mia lingua, respirando piano, quasi impercettibilmente. Sembra suggerire: non c’è fretta, prendiamocela con calma. Allora mi abbandono, i muscoli del mio corpo sembrano rilassarsi, mi lascio facilmente comprimere contro di lui da quelle braccia forti, muscolose, che adesso accarezzo scoprendo, sotto la mezza manica della maglietta, un tatuaggio a forma di cuore trafitto dalla classica freccia. Nessun nome. 
Ci togliamo le magliette e torniamo ai nostri giochi. Il suo petto largo è ricoperto di peli che però lui accorcia radendoli quasi a zero. I capezzoli, grandi e duri, richiedono la cura delle mie mani, delle carezze delle mie dita e poi delle mie labbra. Passo una mano su quel viso esplorando le sopracciglia e poi la testa rasata. La virilità che comunica accelera i battiti del mio cuore e il ritmo del mio respiro. Adesso, mentre lui rimane seduto sul divano, io mi metto davanti, in ginocchio. Si china verso di me e fa scivolare una mano in basso, dentro i miei pantaloni, sotto gli slip. Sta cercando il buco. Lo trova. “Mmmm”, mentre si ferma lì e ci gioca un po’ con un dito. Non sono ancora nudo del tutto, eppure lo sento aprirsi leggermente. Troppo presto.
Metto una mano su una sua coscia mentre l’altra accarezza il pacco. Lo guardo dritto negli occhi, le parole non servono. Si alza, slaccia la cintura, sbottona i pantaloni e con un gesto solo li sfila insieme ai boxer. Eccolo lì, nudo come un verme eppure potente, per niente indifeso. Ha il cazzo lungo, dello stesso spessore dalla base lungo tutta l’asta, mentre la cappella è più grossa, ricoperta quasi completamente dalla pelle, più scura che nel resto del corpo, e finissima. Mi spoglio anch’io. Si siede nuovamente sul divano, le gambe leggermente divaricate, in modo che io possa inginocchiarmi di nuovo comodamente davanti a lui. Questo uccello me lo voglio proprio godere. 
Con una mano lo accarezzo delicatamente, sfiorandolo dalla base alla punta. È estremamente sensibile, perché a ogni passaggio delle mie dita si tende ancora di più, si muove, scoprendo di qualche millimetro in più la cappella. Allora lo impugno e faccio scivolare la pelle verso il basso. Contemplo il risultato e sono tutt’occhi. Io non sono più né corpo né mente, ma eccitazione pura, adorazione per quello strumento del piacere duro, grosso, pulsante. Vivo e vitale. E così comincio a leccargli le palle, grandi, lisce e morbide, e poi risalgo, solo con la lingua, lungo l’asta e, prima di arrivare alla cappella, ridiscendo. Mugola e pronuncia un “sì”, che suona come un incoraggiamento alla ripetizione. Eseguo e lo lascio osservare l’unione del suo cazzo col mio viso, con la mia lingua. Quanta forza deve sentire in sé un uomo che vede tanta irresistibile attrazione e adorazione per il suo cazzo in tiro?
Lo afferro stringendo il pollice e l’indice alla base e dirigendolo verso la mia bocca. Non la apro del tutto ma solo un po’, in modo che entri solo la cappella. La succhio, la lecco, la bacio quasi. Il suo sguardo è fisso su di me e so perfettamente cosa desidera. Eppure non usa le mani, aspetta di vedere quali sono le mie mosse, lo eccita constatare che l’iniziativa, per il momento, è mia. Allora apro la bocca e, con le labbra ben strette contro il suo cazzo, lo faccio entrare. Sta mugolando di nuovo. È uno di quelli che non teme di esprimere ciò che sente, che non reprime le manifestazioni di godimento. Ed è un eco che si riverbera in me, dandomi ancora più voglia, moltiplicando al quadrato la mia eccitazione.
Vado su e giù, cominciando il pompino vero e proprio. Un po’ mi aiuto con la mano e un po’ no. Ad un certo punto, dalla traccia di saliva lasciata dalla mia bocca sul suo uccello mi accorgo che sto arrivando a mettermelo in bocca solo fino a metà. Provo una gola profonda: trattengo il respiro, lo faccio scivolare più in fondo... sta passando; cerco di aprire la gola il più possibile, mentre sento la sua cappella insinuarsi proprio lì. “Oh, sì, sì!”,  dice mentre, facendo forza sulle gambe, solleva il bacino per offrirmi meglio il cazzone duro. Il mio obiettivo è almeno sfiorare con il labbro inferiore le sue palle, ma sono giunto ormai al massimo delle possibilità e allora risalgo e ricomincio a spompinarlo, lavorandolo solo con la bocca. Mi metto a fargli di nuovo una gola profonda, allora mugola, tende nuovamente il bacino e, questa volta, mi mette le due mani sulla testa perché vuole trattenermi lì, immobile col suo cazzo in fondo alla gola. Quando lascia leggermente la presa, comincio il movimento di risalita, allora lui spinge di nuovo la mia testa verso di sé, gemendo. Comincio allora dei piccoli movimenti di bocca su e giù, in modo che la cappella possa sfregarsi contro la mia gola e dargli quel piacere che, a giudicare da come ansima, gli sto effettivamente procurando. 
Il preliminare ci sta scaldando non poco e continuiamo a giocarlo tutto su queste varianti: pompino senza mano, con mano, gole profonde, leccate interlocutorie a cappella, asta e coglioni. “Voglio mettertelo in culo”, mi dice infine, sufficientemente riscaldato perché la monta possa avere luogo. Che io sia in calore e pronto all’uso è altrettanto evidente, ma J. vuole sincerarsene insalivandosi un dito per poi farlo roteare sfiorando il bordo del mio buco. Sono ancora in ginocchio e lui, seduto sul divano, è adesso chino sopra di me. Quel contatto umido eccita a dismisura uno come me, che sembra avere concentrata tutta la sensibilità nel culo. Quindi mi scappa un “oh” e ansimo mentre lo abbraccio e mi aggrappo a quel maschio forte. Il suo dito s’infila in un attimo nella mia parte più intima, sicché adesso è facile la constatazione: “Ce l’hai aperto”. Ben sapendolo, “Voglio che m’inculi”, gli dico io di rimando. Piccolo minuetto verbale per lubrificarci la mente mentre metto una goccia di gel nel mio buco e ne spalmo un’altra su quel cazzo duro che J. ha già provveduto a inguainare in un preservativo.
Non ha bisogno di dirmi niente perché io voglio offrirmi veramente a questo ragazzo, mostrargli tutta la voglia che ho di tenerlo dentro di me, qui, adesso. E così mi metto a pecorina sul divano, cercando di sporgere il culo il più possibile, in modo da eccitarlo ancora di più e da lasciare il buco bene in vista, raggiungibile, offerto, appunto. Non mi penetra subito ma, in piedi dentro di me, lo osserva. Le parti si sono, in un certo senso, invertite: adesso è lui che adora il mio culo, adesso è il mio buco che, immancabilmente, lo attrae a me. Finalmente si impugna il cazzo, lo avvicina al mio culo e con un colpetto ci infila dentro la cappella. Mugolo. Lui toglie la mano dal cazzo ed esegue un movimento in avanti a velocità costante. “Mmmm”, emetto di nuovo, ma è solo piacere, senza nemmeno un filo di dolore. Si blocca a metà, guardo dietro di me e lo vedo intento a osservare attentamente la penetrazione. Sporgo una mano dietro, afferrandolo per una coscia, quasi all’attaccatura del suo culo, e lo spingo verso di me. Alza lo sguardo, lo posa sul mio viso e improvvisamente, dando un colpo violento, infila tutto il cazzo nel mio culo. Grido e gli dico di sì, dieci, mille volte, un miliardo di volte. Si sta già scatenando e i suoi movimenti avanti e indietro dentro di me sono rapidi e non molto profondi. In questa prima fase è la parte esterna dell’ano, la più coinvolta: non ancora completamente dilatata, esercita una certa pressione sull’uccello di J. che spinge, spinge e sbatte più che può, ora con i piedi appoggiati in terra, ora con una gamba flessa e poggiata sul divano.
La seconda fase inizia quando il buco raggiunge la sua massima apertura (massima per lo spessore del cazzo che lo penetra, beninteso): allora chino il busto fino ad appoggiare la testa sul divano, il culo bene in alto, facendo sì che quella e solo quella parte del corpo resti facilmente raggiungibile da J. che sta dietro di me. Non a caso, la monta è adesso molto più profonda e la punta del suo cazzo sbatte dentro di me e a ogni colpo sento un piacere enorme, anarchico: dal punto più profondo del mio culo, stilettate di godimento creano onde concentriche che si propagano per il mio corpo toccando e travolgendo tutto, finché giungono al cervello e lo fanno scoppiare, inondandolo di una sensazione lancinante. Per questo sto gridando, J., per questo mi afferro al divano e mordo il cuscino. Mentre tu stai montando questo animale in calore rompendogli il culo, io sto cavalcando quelle onde e sono senza freni, senza limiti, senza redini. Grido la mia libertà. Anche questo è orgasmo, e dei più deliziosi.
Si blocca, forse si stava spingendo troppo in là, forse voleva riprendere il controllo su se stesso, forse era già al bordo di quel limite oltre il quale, per un maschio, non c’è ritorno. Sporgo nuovamente la mano, ma la metto direttamente sul suo culo, già ricoperto da un velo di sudore: “Non ti fermare, ti prego”, lo imploro ansimando. Allora ricomincia a sbattermi e, dopo un po’, sento che pianta bene il cazzo in fondo al mio culo e lì si muove con movimenti cortissimi e molto rapidi. Mi piace e glielo faccio sapere, meglio che posso. Poi ricomincia con movimenti più ampi, dentro e fuori, però ogni volta che arriva in fondo, dà un colpo secco e molto forte, che mi fa sussultare.
“Distenditi”, mi dice allora. Io mi allungo sul divano e J. mi sistema il culo in modo che stia aperto quanto basta perché lo possa penetrare nuovamente stando sopra di me. È una cavalcata leggera ma costante, mentre mi sussurra dolcissime oscenità all’orecchio: “Deve averne presi di cazzi questo culo... È questo che ti piace, prenderlo dietro, no? Allora ti do quello che piace a te, prendi!”. Nelle mie risposte, sussurrate o meglio, rantolate, non sono da meno: “Mi piace farmi inculare, mi piace il tuo cazzo. Dammi il tuo cazzo, dài, ancora”. Dopo un po’, sfila l’uccello e io mi alzo. Lui si siede sul divano, si prende il cazzo in mano, lo muove e, guardandomi negli occhi, mi dice: “Vieni, mettitelo dentro”. Io allora mi giro e, dandogli le spalle, fletto le gambe divaricate e me lo faccio entrare. Adesso sono io che cavalco lui, agitandomi sopra quel palo che cerco di piantarmi più in fondo possibile. Dopo un po’ comincio a sentire tutta la fatica nelle gambe. Mi alzo facendo uscire il cazzo. Noto che dal buco esce un liquido vischioso che cola lungo le gambe, un miscuglio di lubrificante artificiale e di quello naturale prodotto dall’ano quando è sottoposto a sollecitazioni forti e prolungate. Mi chiede se possiamo fare una pausa. Gli sorrido: “Certo”. Si toglie il preservativo e va in bagno. Dopo ci vado anch’io e ne approfitto per lavarmi il culo e le mani.
Quando torno nel saloncino, noto che non ha perso l’erezione. È seduto sul divano e mi sorride. Io mi sistemo a quattro zampe a fianco a lui in modo da tenere la testa sopra il suo cazzo e il culo a portata della sua mano. In effetti, è proprio così che procedono poi le cose: gli afferro il cazzo con una mano e comincio a spompinarlo piano, poi a un ritmo sempre più forte. Lui ansima, mi mette una mano sul culo e gioca col mio buco, infilandoci prima un dito, poi due, infine masturbandolo freneticamente. Anch’io mi diverto col suo uccello: con le labbra tiro sulla pelle del prepuzio finché non riesco a ricoprire interamente la cappella. “Resta così, a pecorina”, mi dice allora, “ti voglio scopare di nuovo”. Prende un altro preservativo, se lo infila, poi si mette dietro di me e questa volta entra in un colpo solo, forte, violento, ben assestato. Grido e, siccome l’intuizione non gli fa difetto, mi dice: “Ti piace il cazzo, eh?”. La monta adesso è quasi violenta, i colpi sono profondi, forti e frequenti e io stringo un cuscino nelle mani mentre sporgo il mio culo ancor più verso di lui, e mi pare quasi di sentire tutto il mio corpo svuotarsi, come se tutta l’energia che ho dentro potesse passare attraverso il buco, uscire e avvolgere quel maschio che, dietro di me, sembra quasi voler percorrere il cammino inverso: entrare tutto dentro. La sensazione è talmente forte e gradevole che gocce di sborra fuoriescono dal mio uccello in tiro e cadono sul divano. Probabilmente se ne accorge e decide allora di provare una stimolazione meno profonda ma non meno intensa: lo sfila dal culo completamente e lo rimette, poi lo sfila di nuovo e subito lo ributta dentro. A volte si ferma fuori e con la cappella gioca con il bordo del buco, solleticandolo, aprendolo leggermente o penetrandolo solo un poco. Una goccia del suo sudore, poi un’altra - tic, tic - cadono sulla mia schiena. Mi giro e vedo il suo volto bagnato, il suo petto grondante. È bellissimo.
La varietà delle sensazioni che provo è così ampia che è quasi inevitabile chiudere gli occhi e perdermi in quel mare. È la prima volta che mi chiava, eppure sa fare esattamente quel che a me piace, ciò che mi manda in visibilio. La nostra intesa, che spero duratura, si salda, almeno per quanto mi riguarda, in questo momento. A lui però non basta. Lo intuisco quando mi dice: “Ti voglio prendere in piedi”. Allora volentieri mi alzo, appoggio le braccia contro la parete piegando leggermente il busto in avanti e divaricando le gambe. Non faccio in tempo a guardare dietro di me che è già dentro e riprende a fottermi: “Che buon passivo che sei”, mi dice, “hai un culo fantastico”. Poi mi sistema in modo che l’immagine dei nostri corpi si rifletta nello specchio appoggiato in terra. “Guarda”, mi ingiunge, “guarda come entra il cazzo, guarda!”. Aumenta la rapidità dei movimenti. “Questo cazzo è tutto per te, guarda!”. I colpi si fanno più violenti. Nello specchio vedo il suo bacino ondeggiare dietro di me, il suo culo sodo contrarsi ritmicamente, i suoi muscoli tendersi. Sta ansimando e gemendo, ma riesce a dirmi: “Voglio tornare a darti cazzo, voglio tornare qua e scoparti ancora di più”. Capisco che siamo vicinissimi alla fine. “Oh, sì, voglio ancora il tuo cazzo!”, riesco a dire io, ma lui già grida: “Ah, vengo! Sto venendo!”. Come sempre in questi casi, è sufficiente che io mi sfiori l’uccello con una mano, per provocarmi l’ultimo orgasmo (quello dovuto alla stimolazione del cazzo). Veniamo all’unisono, gemendo entrambi. Rimaniamo in piedi per un po’, con i corpi incastrati e ancora ansimanti, poi lui, con l’uccello ancora nel mio culo, mi abbraccia da dietro sollevandomi il busto, accarezzandomi i capezzoli e baciandomi il collo. Sento il suo respiro affannoso nel mio orecchio. Sporgo le braccia all’indietro per poter toccare il suo corpo a mia volta.
Quando si ritira dal mio culo osserva il suo uccello, poi mi guarda e, sfilandosi il preservativo, mi fa: “L’ho riempito bene, eh?”. Effettivamente, la quantità di liquido biancastro è notevole. Lo mette in un po’ di carta igienica che gli ho passato e me lo consegna. Io lo appoggio distrattamente sul tavolino vicino al divano, senza accorgermi che non ci ha fatto il nodo e spandendo così una buona quantità di sborra che ritroverò tra qualche ora, piacevolmente stupito.
Siamo entrambi seduti sul divano, taciturni e rilassati. Rompe il silenzio chiedendomi se sento anch’io l’effetto delle endorfine liberate nei nostri corpi dall’orgasmo. Sì che lo sento, dottore, è la mia droga preferita.
Prima di andarsene mi darà un abbraccio davvero caloroso e, un’ora dopo, mi invierà un messaggio: “Che bello che è stato e che sorpresa piacevole. Un abbraccio. J.”. 
Rosee prospettive.

giovedì 10 maggio 2012

Con R. sulle montagne russe

Che ore saranno? Un quarto all’una. Ho sonno, sono stanchissimo, sono già a letto e dovrei dormire ma nella testa i pensieri ribollono. Poi escono due lacrime, due soltanto, quanto basta per segnalarmi che sono al capolinea ed è tempo di scendere dalle montagne russe.
Cos’è accaduto oggi per farmi stare così? Vuoi cercare di razionalizzare un pochino, per favore? D’accordo. C’è che ieri squilla il telefono in piena redazione concentratissima affannosissima di un curriculum per un lavoricchio che potrebbe aiutarmi a sopravvivere fino alla fine dell’estate (la Grazia potrebbe scendere su di me, ma solo temporaneamente) e all’altro capo c’è R. La voce gli esce in un filo, querula e in falsetto: “Ciao, come va? Oddio che voce mi è venuta...”. Ridiamo. Mi chiede se voglio andare a prendere qualcosa con lui. “Il tuo giorno libero è oggi, no?”. No, diocristo, il mio giorno libero non è oggi, era ieri, tu lo sai perché te l’ho detto... qualche mese fa. Una delle tremila cose di me che hai dimenticato. Ma passons. “No, era ieri. In effetti non posso, tra un po’ devo uscire. Eppoi stavo lavorando a una cosa importante...”. Allora decidiamo di vederci oggi. E oggi, come da copione, due o tre messaggi su Whatsapp per fissare “luogo e ora esatti” dell’appuntamento, per usare le sue parole.
C’è però questa novità: che io ho traslocato in un appartamento nuovo, un buchetto dove ho fatto la mia tana e che oggi vorrei mostrargli. Vado a prenderlo all’uscita della metro. “Ho fame”. Esigenze primarie, vanno soddisfatte immediatamente e bando alle ciance. Vuole far merenda. Il bar qui a fianco? Compriamo qualcosa al supermercato? No, andiamo a casa mia, che il pane finto ce l’ho già, in cassetta, imbustato, e ho pure la marmellata di mirtilli. Ci facciamo un tè, tostiamo il pane, spalmiamo la marmellata e parole su parole. Ci raccontiamo tante cose in maniera così amena che comincio ad avere la netta sensazione che oggi non si scoperà. Nel qual caso R. uscirà sì dalla mia tana, ma morto.
“Ci mettiamo sul divano? Che qui sembriamo due...”. Non termina la frase ma non importa, l’invito a sederci sul mio sofà lo accetto volentieri. Mi tolgo pure le scarpe e mi metto comodo, con permesso. Adesso parliamo di cose importanti. E siamo più vicini. Sento il calore delle sue parole. I corpi non si toccano, però io lo annuso. Lo voglio vicino. Più vicino. “Un letto? E come l’hanno messo là sopra? Ci passa?”. È l’occasione buona. “Vieni a vedere se non ci passa”. “Non sarà mica solo un materasso?”. Solo un materasso. “Un tatami, s’il vous plaît”.
Ecco. L’ho portato nell’antro più scuro della mia tana, è caduto nella ragnatela e adesso me lo pappo. È solo questione di minuti. Deve solo provare la consistenza del tatami, dobbiamo solo scherzare un po’ sull’illuminazione sconcertante della “stanza di sopra” e sulla sua essenzialità che fa molto zen; deve solo togliersi le scarpette, distendersi sul letto, permettermi di avvicinarmi e darmi un bacio. 
Ciò che segue è: bacio sul collo, bacio sul collo, bacio sul collo, bacio sulle labbra, bocche schiuse, bacio, bacio, lingua tra le labbra, lingua in bocca, bacio, mia mano tra le sue cosce, su un fianco, su e giù lungo il suo torso peloso, su e giù, su e giù, mio indice su un suo capezzolo, poi sull’altro, suo sussulto, i capezzoli diventano duri, suo sussulto, suo sussulto, si alza la maglietta, suo sussulto. “Se continui così dovrai pagarne le conseguenze”, mi dice e intanto si toglie la maglietta e si slaccia i pantaloni. Non mi viene da ridere. Anch’io rimango in slip. Ci abbracciamo forte, quasi nudi, inspiro forte ed espiro come se tensioni accumulate da secoli nella mia memoria svanissero di colpo e se ne andassero lontano. Il suo corpo è per me così bello da riuscire a commuovermi. Avrei voglia di piangere e lo farei se non sembrassi di colpo stupido o eccessivamente fragile. Vorrei mangiarmelo intero questo R., maledetto R., proprio come ora lui sta facendo con il mio mento: lo morsica, lo sbrana, mentre una mano già cerca il mio buco.
Via gli slip. Il cazzone che ha. Svettante è il termine giusto, una grossa freccia arcuata che punta verso l’alto. “Hai lubrificante?”. “Sì”, gli rispondo, “ma l’ho lasciato di sotto”. “Non importa, ne ho io. Passami i pantaloni”. Dalle sue tasche escono bustine di gel e un preservativo. Oggi ha deciso di lavorarmi il culo per bene, proprio come all’inizio, qualche mese fa. E allora lubrificante, un dito, poi due, poi un massaggio intorno all’orifizio, poi un dito, poi due, poi un massaggio, poi ci passa sopra la mano intera, poi lubrificante,... Il trattamento è efficacissimo. Sono a quattro zampe, come un animale che attende impaziente il momento in cui l’altro lo monterà e sento il buco aprirsi. 
Uno schiaffo forte sul culo. “Stringilo, mi piace sentire come lo stringi”. Ma amore, ciò che mi chiedi è contrario ad ogni logica: se mi stai eccitando, il mio corpo naturalmente risponderà aprendosi e invitandoti ad entrare; e se tu vuoi davvero infilarti dentro, è inutile che io chiuda la porta. Eppure obbedisco. Ti piace sentirlo stretto? E così sia. Contro venti e maree, concentrandomi non poco, riprendo il controllo del mio sfintere e lo contraggo più che posso, mentre le tue dita continuano il loro lavorio. La mia passività che grazie a te, oggi, si converte in remissività, ti fa gonfiare il cazzo. 
Adesso è pronto. Mi fa mettere disteso a pancia in giù, lo impugna e preme la cappella sul buco. Entra e io gemo. Lo infila fino in fondo, poi un movimento indietro e poi comincia la cavalcata. In quella posizione, e nonostante le buone dimensioni del cazzo che mi sta aprendo, riesco ancora a controllare un po’ l’apertura del buco. Cerco di contrarlo il più possibile e di regalargli le sensazioni che cerca. Ma vuol cambiare e mi mette a pecorina. Con la coda dell’occhio lo vedo nell’immagine tipica, quella che esce dal mio cervello stereotipata ogni volta che penso a lui: io a quattro zampe, lui dietro di me col cazzo ben piantato nel mio culo, la testa un po’ china per osservare la penetrazione, una mano su un mio fianco e l’altra a cercare di stimolarsi un capezzolo con l’indice e l’altro col pollice.
“Distenditi su un fianco”. È la ginnastica di R. Mi metto disteso appoggiando il fianco sinistro, le gambe leggermente piegate e chiuse. Lui si mette in ginocchio e m’incula così. Gli tocco i capezzoli. Ansima. Alza la testa mentre continua a muoversi, dentro e fuori, dentro e fuori. Altro cambio, mi fa mettere di nuovo a pecorina. Questa volta, mentre è già dentro e continua la monta, io mi sorreggo sulle braccia e arcuo la schiena più che posso, in modo da sporgere il culo e dargli quella curvatura che a R. piace così tanto. Vedo la nostra ombra riflessa sulla parete dalla luce cruda: sembriamo un sol corpo, scosso da un movimento ritmato costante e bellissimo. Il mio uccello in tiro sbatte contro la mia pancia a ogni colpo di R. dietro di me. Il suo respiro si fa più rapido, comincia ad ansimare e poi a gemere sempre più forte. Allora io porto una mano al mio cazzo, lo sfioro soltanto e mentre lui svuota i suoi coglioni dentro di me, io sborro sul letto. Pardon, sul tatami.
Un corpo unico: siamo uno solo, due in uno, ti amo, ci sei solo tu, sono tuo, tu sei mio, ci apparteniamo. Quanto sarà durata questa sensazione, anzi, questo svuotamento del pensiero e la presenza totalizzante di R. nella mia testa per cui R. era il mondo intero e tutto il mondo era dentro di me? Dieci secondi? Venti? Non lo so. Dopo, resta la dolcezza di quell’abbraccio: R., con il suo uccello ancora dentro il mio culo, si china su di me, si appoggia alla mia schiena ed è scosso da quei fremiti che, ormai ho imparato, sono tipici del suo post-orgasmo. Ogni scossone è un gemito che emette vicino a un mio orecchio mentre io gli accarezzo un braccio, una spalla e vorrei dirgli: non uscire mai più da me, resta così per sempre.
Ma ecco che già lo sfila, toglie il preservativo, meticolosamente lo avvolge nella carta igienica che io nel frattempo ho portato su, si pulisce il cazzo con cura certosina e si concentra sui piccoli gesti pratici che esegue troppo rapidamente. Slip, calze, pantaloni, maglietta e: “Allora, andiamo in quel posto?”. “Quale posto?”, dico rintronato io, pensando che adesso sarebbe il momento delle carezze, delle lenzuola, dell’ascolto del respiro. “Come quale posto? Quello dove lavora quella mia amica, dove fanno uno spettacolo stasera... ne abbiamo parlato poco fa, ricordi?”. No, non ricordo, sono su un altro pianeta e mi sarebbe pure piaciuto restarci, sorry. “Mi sembra un’ottima idea, andiamo”.
Qualche fermata di metro, cinque minuti di cammino ed eccoci sulla soglia del locale. “C’è il mio ex!”, esclama, “e c’è anche suo marito”. Ho così modo di vedere e di stringere la mano (conoscere sarebbe dire troppo) all’assassino di R. Me l’aspettavo più carino. Ha qualcosa di diabolico o di furbesco. Sensazione a pelle. Ma io so già troppe cose su di lui per poter essere obiettivo. Il marito, l’americano, mi lancia due o tre occhiate interrogative alle quali decido di non rispondere. Birra, noccioline e olive, mentre aspettiamo che il cabaret inizi. Sollievo: i due se ne vanno. “Che casualità, no?”, mi dice allora R. Comincia lo spettacolo. Niente di che, ma un po’ di spensieratezza, dopo tanto tempo, ci voleva.
Allora quand’è che il castello crolla? Ma quando stiamo per pagare e andarcene, diamine. Siccome il conto tarda, non trova di meglio che rispondere ai messaggi dei tremila altri ragazzi col suo cellulare, in una sorta di chat a scoppio ritardato. Le luci della sala girano sopra le nostre teste e io guardo il suo viso e penso: “Non gliene fotte un cazzo di me, ma proprio un cazzo. Com’è bello”. In metropolitana neanche una parola, mentre io penso al mio quasi-ex. Ora sì, sto finalmente male.

mercoledì 9 maggio 2012

Amorevole Santi

Tornare a casa di Santi dopo tanto tempo ha un sapore strano, è come rientrare in un porto sicuro dove già sai che ti aspetta qualcosa di gradevole e magari qualche bella sorpresa. Santi ha qualcosa di paterno. Non mi riferisco solo alla differenza d’età tra di noi, ma anche al suo atteggiamento, affettuoso ma deciso, caloroso ma forte, a volte addirittura pedagogico. A parte R., è stato l’unico dei miei scopamici ad essersi interessato un po’ a me in questo brutto momento e devo dire che ricevere i suoi messaggi, privi di doppi fini, all’inizio mi aveva stupito non poco. Poco a poco, seppur a distanza, il dialogo fra noi, fatto di brevi momenti di sintetica lucidità, alternato ad altri, più silenziosi e, almeno per me, raccolti, è proseguito. Finché qualche giorno fa, non ancora rimessomi del tutto dai postumi del passaggio di T. nella mia bocca e nel mio ano (e nel mio cervello, sicuro), rispondo a un suo messaggio dicendogli che mi piacerebbe giocare un po’ col suo uccello.
“A tua disposizione, quando vuoi”, mi risponde. E così ci diamo appuntamento nel tardo pomeriggio, per far merenda coi nostri corpi. Mentre percorro la via di casa sua e sto per mandargli un messaggio per annunciargli il mio arrivo, lo scorgo appoggiato alla balaustra del suo terrazzino. È in accappatoio, mi sta osservando e adesso sorride. Rientra, mi apre il portone e in un attimo sono già nel salottino del suo appartamento. I convenevoli si consumano in fretta, in piedi, tra un bacio e l’altro, tra una mano sul mio culo e un’altra sulla sua schiena, sulle sue spalle.
Si toglie l’accappatoio e vedo che è già in tiro (a volte mi chiedo se, durante una giornata intera, sono di più i momenti in cui è duro o quelli in cui, forse per momentanea e rimediabile distrazione, si ammoscia). Un cockring in pelle nera, piuttosto fino, gli comprime la base del cazzo e le palle. Cammina verso il divano letto con le gambe leggermente divaricate, come se il peso dell’uccello, che ondeggia al ritmo dei suoi passi, gli impedisse di farlo normalmente. Si gira verso di me e mi chiede di raggiungerlo. Forse mi vuole completamente vestito e spogliarmi lui poco a poco; forse lo eccita essere già nudo ed pronto al mio cospetto, in una situazione di evidente disparità. Se una proposta di questo tipo c’è, io non la colgo appieno, invece cerco di spogliarmi il più in fretta possibile. Rimango però con gli slip, quelli sottili che mi piacciono tanto e che, nelle mie intenzioni, servono a offrire un’ultima barriera prima di mostrarmi vulnerabile, un piccolo ostacolo che potrebbe servire a far alzare la temperatura, comunque già abbastanza alta.
Mi avvicino, m’inginocchio sul letto, mi chino verso il suo uccello. “Succhiami il cazzo”, mi dice Santi e io obbedisco volentieri, spompinandolo senza usare le mani. Prova a chinarsi su di me stando attento a non far uscire il cazzo dalla mia bocca. S’insaliva un dito, scosta le mutande e tenta di afferrarmi il culo per portarlo sopra il mio buco e, quando lo raggiunge, so perfettamente ciò che dirà: “Guarda come si apre!”. Perché lo sento anch’io che si sta dilatando praticamente da solo. Lo chiamerò d’ora in poi effetto-Santi o sodomia facile: con pochi gesti, poche parole, un gran bel cazzo e un’ottima sintonia tra noi, si ottiene lo spontaneo e praticamente incontrollabile via libera del mio corpo.
Tuttavia Santi non è un uomo impaziente. Al contrario, avido di preliminari, e avendomi detto più volte quanto gli piace scoparmi la bocca, mi fa togliere gli slip e distendere completamente sul letto, lui si siede davanti a me col busto eretto, le gambe divaricate e le ginocchia piegate. Il suo uccello è di nuovo nella mia bocca e adesso lui muove il bacino avanti e indietro, tenendo ferma la mia testa con le sue mani. “Prendi ‘sto cazzo, prendilo tutto, prendi prendi... oh, sì”. Non trattengo i mugolii, unica risposta possibile alle sue domande: “Ti piace il mio cazzo? Ti piace prenderlo in bocca?”. Sento un tale desiderio di essere posseduto da lui, aperto in due e sbattuto, che ad ogni colpo di cazzo che ricevo in bocca, mi sembra che la testa si gonfi e possa scoppiare, tanto grande è il piacere che provo. Ad un certo punto, senza sfilarlo, lo impugna e me lo mette di traverso rispetto alla bocca, in modo che prema contro una guancia e formi un rigonfiamento. Mi osserva mentre mi tiene fermo in quella posizione e sorride: “Ecco, bravo, col cazzo in bocca, bravo...” e poi mi schiaffeggia proprio la guancia che il suo uccellone deforma. E poi di nuovo giù in gola, a spingerlo di nuovo dentro, ansimando forte.
Adesso lo toglie, prende un flacone di gel e si cosparge l’uccello di lubrificante. “Ma che cazzo fa?”, penso. “Tranquillo, ancora non t’inculo”, mi dice avendo probabilmente notato la mia preoccupazione. Da chissà quale cassetto di chissà quale mobiletto appare improvvisamente un arnese che non avevo mai visto prima e di cui non conosco nemmeno il nome: è un copricazzo in gomma morbida e trasparente, una sorta di preservativo gigante e molto spesso che, se fuori è perfettamente liscio, presenta una superficie interna irregolare e pensata proprio per stimolare al meglio l’uccello che ci si infila. Un laccio inferiore serve per ancorarlo alla base dei coglioni. Io sono tutt’occhi e sorrido divertito. “Fammi una sega con questo”, mi dice mostrandomi come impugna il copricazzo facendolo scivolare dolcemente su e giù lungo il suo uccello. Mi metto d’impegno e andiamo avanti così per un po’: con una mano io lo masturbo, aiutandomi con lo strano attrezzo e con l’altra gli solletico un capezzolo. Santi osserva la scena, ansima e gode. Quando sente l’eccitazione toccare una certa soglia, Santi si sfila il copricazzo, impugna l’uccello e, mostrandomelo, mi chiede: “Lo vuoi nel culo, vero?”. Come una sorta di tacito assenso, mi chino per spompinarlo ancora un po’, ma il sapore del lubrificante è molto amaro e smetto subito. Lui capisce, mi sorride e: “Qui, a pecora”, mi ordina. 
Un attimo dopo sento l’umido della sua bocca contro il mio buco già sbocciato, la sua lingua passarci sopra una, due, dieci volte e poi un dito e poi due e poi ancora la lingua. Io mi apro sempre più e spero che arrivi presto il momento in cui quel buco sarà finalmente riempito. Il mio corpo è pronto, è molle; rossa, elastica e morbida la parte di me in cui Santi presto s’infilerà. Armeggia dietro di me con gli attrezzi del mestiere, il preservativo, il lubrificante, poi sento la sua cappella scivolare rapida dentro e in un colpo solo tutta l’asta viene risucchiata in quella voragine di desiderio. Santi ormai ha imparato a conoscere le reazioni del mio corpo e sa che non mi può far male. Così spinge forte, colpi decisi e rapidi, tenendo le mani sui miei fianchi, scuotendomi il corpo intero, facendomi gridare. Nel mio “Sì” è condensato tutto il piacere che sto provando. “Oh sì, Santi, così, aprimi”. Quel bastone che va avanti e indietro dentro di me con forza, mi sta in realtà fottendo il cervello. I miei organi vibrano all’unisono e da quel buco là dietro che adesso potrebbe contenere tutti i cazzi del mondo, si irradia un godimento senza nome. “Guarda che puttanella che sei, eh? Puttana, eh? Sei una puttana”. 
La toglie, si stende su un fianco e vuole che io faccia lo stesso. Mi accomodo vicino a lui e di nuovo mi sento invadere dal suo uccello, di nuovo quei movimenti rapidi. Sollevo una gamba e la sorreggo con un braccio, in modo da offrire la massima apertura a Santi, il quale ne approfitta con grande piacere. “Rimettiti alla pecorina”, mi dice e in un attimo è ancora una volta dentro di me. Questa volta, però, non mi prende per i fianchi ma si sistema in modo da piegare le sue ginocchia, portarle ai miei fianchi e incularmi reggendosi solo sui piedi e appoggiando le mani sulle mie spalle. È molto agile, i movimenti del suo bacino sono rapidi e trovo che in quella posizione m’inculi ancor più profondamente. Il piacere si fa sempre più intenso, tanto che riesco a pronunciare solo frasi spezzate che quasi muoiono in gola: “Mi piace il tuo cazzo, Santi, mi piace come mi chiavi”.
“Mettiti a pancia in su”, mi ordina, ed io obbedisco. Si accomoda davanti a me, prende le mie gambe sollevandole e tenendole divaricate e appoggiate sulle sue braccia, mi penetra nuovamente. “Sborra, dai, voglio vedere come sborri!”. “Ti manca molto per venire?”, gli chiedo, scosso dai suoi colpi. “No, però prima tu...”. Va bene, Santi, guarda che non c’è nessun problema, io sto già scoppiando. Guarda la mia mano che sfiora il cazzo, lo impugna, fa scendere la pelle fin quasi a strappare il filetto dalla cappella. Lo vedi com’è duro e gonfio? Non devi fare altro che continuare a muoverti così, bravo Santi, e in un paio di secondi ecco come schizzo, ecco come mi inondo il petto e la pancia di sborra. E tu ti scarichi dentro di me ripetendo “Sì, sì, sì” una decina di volte, e ti svuoti le palle e ansimi e poi ti fermi, mi guardi, sembri riprendere fiato e, tenendo una mano su un tuo fianco, mi sorridi. Adesso afferri la base e lo sfili. La punta del preservativo, rigonfia di liquido bianco, penzola dal tuo uccello che si sta ammosciando.
“Se hai bisogno di parlare o qualsiasi cosa, conta su di me” è una delle frasi con cui si congeda. Com’è amorevole Santi. Cazzo e gentiluomo. Un signore, come sempre.

domenica 6 maggio 2012

Analità, ultima frontiera?

Da qualche tempo seguo Blog Eros, il sexy corner del quotidiano spagnolo El País. A volte capita di trovarci qualche spunto interessante. Ho tradotto e vi passo questo post sul sesso anale, che mi pare sollevi alcune questioni importanti intorno al tema: la paura di questa pratica, il dolore, il rifiuto dell'analità passiva da parte degli uomini eterosessuali,... 
Mi piacerebbe sentire la vostra opinione al riguardo. Buona lettura.


di Tatiana Escobar Casares*

Non importa cuando e dove siete nati: se siete terricoli, sicuramente avrete sentito dire almeno una volta che “il sesso anale interessa solo agli uomini”. Oppure, in termini più polemici: Perché agli uomini interessa TANTO il sesso anale?

Il cliché cela in sé stesso alcuni dei miti più frequenti che si trasmettono, di generazione in generazione e da un paese all’altro, intorno a questo tema. Così lo enuncia Tristan Taormino in The Ultimate Guide to Anal Sex for Women:

"- Solo le prostitute, i prevertiti e i freak praticano sesso anale
- Solo gli uomini praticano sesso anale
- Gli uomini eterosessuali ai quali piace, sono in realtà gay
- Alle donne non piace".


Il piacere e la pratica del sesso anale non conoscono distinzioni di sesso, orientamento sessuale, età, professione, classe sociale o religione. I guardiani della morale si sono incaricati di convertirlo in un tabù, di perseguirlo legalmente, di fomentare la disinformazione o di stigmatizzare moralmente coloro che lo praticano. Lo stesso fecero con la masturbazione, con il sesso orale o con l’omosessualità, perché i guardiani della morale adorano legiferare nelle “camere della nazione”, come affermava Pierre Elliot Trudeau.

Se è vero che ci troviamo davanti all’ultimo tabù della vecchia guardia, è ormai tempo di passare alle armi. Per parte mia, non perdo nessuna opportunità di dire forte e chiaro che si tratta di una pratica tanto comune quanto la masturbazione o il sesso orale. E per molte e molti, è perfino migliore.

Torniamo ai miti. Il sesso anale non è patrimonio esclusivo dei gay. Nonostante ciò che generalmente si pensa, si stima che solo la metà degli uomini gay lo hanno provato e meno del 30 per cento lo praticano regolarmente, secondo i dati del dottor Jack Morin, uno dei più rispettati esperti in materia - il suo libro, Anal Pleasure & Health fu un autentico apripista ed è considerato “la bibbia del sesso anale” - e del Kinsey Institute New Report on Sex di June Reinisich e Ruth Beasley. In effetti, non ci sono prove o indizi che dimostrino che un gruppo sociale particolare, definito secondo il genere o l’orientamento sessuale, pratichi più sesso anale di un altro. 
Il fatto che a un uomo eterosessuale piaccia il sesso anale (tanto penetrare quanto essere penetrato) non rivela la repressione di un orientamento sessuale celato, né desideri occulti. Milioni di uomini adorano ricevere una stimolazione anale attraverso baci, carezze, leccate, dita o giocattoli erotici.

Il sesso anale “ben fatto”, non solo non provoca dolore ma anzi, è bello. Bello no, bellissimo. Inoltre, scatena fantasie e sensazioni meravigliose di vicinanza, sottomissione o dominazione. Tuttavia, nonostante produca orgasmi straordinari, non è capace di cambiare l’orientamento sessuale di una persona.

Questo mito, alimentato dall’omofobia e dalle false credenze sul sesso anale, continua a impedire che molti uomini eterosessuali esplorino la loro sessualità anale da soli o con una partner. Così come il sesso anale “fatto male” alimenta il mito che deve per forza dolere e serve come scusa a molte persone per rifiutarsi di provarlo.

Non so più quante volte mi è capitato di ascoltare, da parte di clienti donne o amiche, una storia che si ripete sempre con queste varianti: sto aspettando che arrivi la persona che se lo meriti... lo farò solo perché smetta d’insistere... lo farò se si sposa con me... so che mi farà male, però lo farò per lui: è così che principianti, nervosi e asfissiati dal proprio partner, accedono alla pratica del sesso anale.

Il risultato raramente è buono e quando te lo raccontano sembra di sentire, in sottofondo, la colonna sonora di un film dell’orrore: il compagno ha goduto un sacco mentre a loro ha fatto male. Lo dicono oppure stanno zitti, però sicuramente rifiutano di farlo di nuovo. E, se provano ancora, sarà solo per effetto dell’insistenza del compagno di turno e con una paura del dolore che non favorisce per niente la dilatazione.

La comparsa sulla scena sociale della donna cui piace il sesso anale - curiosa e desiderosa di provare, attenta nella scoperta di nuove tecniche e giocattoli, quella che lo richiede apertamente e con frequenza, quella cui piace addirittura più della penetrazione vaginale - è un fenomeno piuttosto recente, che non sembra sufficientemente pubblico e la cui visibilità merita tutti i nostri sforzi.
 Curiosamente, quelle che invece stanno acquisendo maggior visibilità da alcuni anni a questa parte sono le donne che praticano il “girati, Ciccio, che te lo metto io”. In inglese questa pratica è conosciuta come Bend Over Boyfriend o Pegging, la parola vincitrice del concorso proposto dal consigliere sessuale Dan Savage per trovare il nome della cosa.

Fa piacere vederli arrivare in coppia alla boutique erotica: allegri, decisi e già emozionati all’idea di comprare una cintura e un dildo perché lei possa usarlo con lui. Lo vedo già da anni ma continua sempre a rallegrarmi la giornata. In una coppia siffatta, né lei si sente violentata usando un pene amovibile, né lui si sente vulnerabile o improvvisamente frocio per il fatto di desiderare di essere penetrato con un dildo... in fin dei conti, dall’altra parte del silicone c’è la donna che lui desidera e che è complice dei suoi desideri.
Questo scambio di ruoli, che implica la cessione del potere e la condivisione dell’intimità con l’altro, è un’autentica bomba d’eccitazione. E quando viene vissuto senza paura e senza pregiudizi, ci regala esperienze sessuali importanti. Di quelle che non solo rendono felice una giornata, ma che ci trasformano anche, semplicemente, in amanti migliori.

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*Tatiana Escobar Casares (1976) ha scritto saggi e poesie in spagnolo. Traduttrice ed editrice, nel 2004 ha aperto a Madrid, insieme ai suoi soci, la prima boutique erotica spagnola, La Juguetería Erotic Toys, per non dover vivere di letteratura. Da allora vive del sesso. E scrive, a volte, per i suoi amici.

sabato 5 maggio 2012

La new entry

Mentre cammino per le vie della città dal tempo incerto — ho preso la giacchetta col cappuccio per ripararmi dalla pioggia, ma ecco che già sta rispuntando il sole — , penso all’epoca che ci è dato di vivere e a come l’insopprimibile desiderio per la carne, la ricerca dell’incontro sessuale, si sia adattato alle nuove tecnologie. Che hanno i loro pregi e i loro difetti, come tutti i metodi di seduzione sperimentati dal genere umano fino adesso. Internet e le varie chat per incontri più o meno amorosi non sono un mondo a parte, sono popolate dalle stesse persone che potremmo incontrare in un bar, in una discoteca o in una sauna. Tuttavia il mezzo, probabilmente, si presta a un maggior cinismo, a una durezza che magari in altri contesti non si manifesterebbe, a una selezione che Darwin gli fa una pippa (“cerco un ragazzo uguale a me”; segue una lista infinita di caratteristiche personali che, com’è ovvio, rendono l’autore della frase un esemplare assolutamente unico). Con un po’ di fortuna, però, ti capita un ragazzo carino, che ha voglia di scopare proprio in quel momento e a cui piaci quanto basta perché ti dica “Ok, tra un’ora sono da te”, indossi le sue scarpette, esca, prenda la metro e si presenti effettivamente alla tua porta. Così, ho avuto giusto il tempo di scambiare due frasi (per verificare un minimo di compatibilità), di rendermi conto che sarebbe venuto senza il materiale necessario, di constatare che avevo terminato il lubrificante e di uscire per comprarlo.
Poco dopo essere rientrato, mi arriva un messaggio di R.: “Ci vediamo all’uscita della metro tra mezz’ora?”. L’avevo invitato un’ora prima a vedere l’appartamento in cui mi sono trasferito da pochissimo. Mi avrebbe fatto piacere e m’immaginavo di poter passare un po’ di tempo con lui chiacchierando e ovviamente scopando, però con calma, in maniera tranquilla (romantica?), se anche lui ne avesse avuto voglia. Invece mi aveva risposto: “Aspetta un po’, vediamo se smette di piovere e vengo a vederlo”. Che strategia del cazzo questa della variabile meteorologica, avevo pensato, poteva dirmelo chiaramente che non ha voglia. Dato che conosce le mie abitudini, R. sapeva benissimo che sarei dovuto uscire più tardi e che quindi non disponevo di tutto quel tempo. Ed è così che avevo deciso di non aspettare proprio un bel niente ed anzi, avevo dato via libera a questa new entry che mi sembrava davvero promettente: H.
“Mi spiace”, rispondo a R., “devo uscire tra poco. Facciamo un altro giorno?”. A scusa idiota, menzogna idiota. “Ok, un altro giorno, non ti preoccupare”. Ah, ma io non mi preoccupo affatto. Perché H., questo ragazzo più o meno della mia età, è già qui, jeans, maglietta, giacca leggerina ma con cappuccio, un sorriso fantastico: “Sono un po’ bagnato” (nel frattempo, sulla città è ripiombata la pioggia). È di quelli che ci mettono un attimo a sentirsi a proprio agio in qualsiasi ambiente. È appena arrivato in un posto che non conosce, a casa di un ragazzo mai visto prima, eppure eccolo muoversi con grazia per il saloncino, posare il suo zainetto, sedersi sul divano e togliersi le scarpe. “Mettiti comodo” è una frase che non deve aver sentito pronunciare molte volte. Cominciamo ad accarezzarci. Che bel corpo che ha: spalle forti, braccia muscolose, testa rapata. Ha la pelle nera e opaca, liscia — da quanto tempo non mi faccio scopare da un nero? Non lo ricordo più, anni sicuramente — . 
Bacia in maniera impeccabile e sento salire la temperatura. Il cuore batte più forte, le carezze si fanno più frenetiche, il respiro più frequente. Le mie mani palpano le sue cosce mentre la sua lingua s’intrufola nella mia bocca e il suo abbraccio forte mi avvolge ed io quasi ci sparisco dentro. Si toglie la maglietta e mi sembra di morire osservando i suoi bei pettorali, i suoi capezzoli grandi che accarezzo con gioia mentre penso “che bello stare qui insieme a questo pezzo d’uomo, che fortuna davvero!”. E così mi toglie la maglietta e restiamo seduti a toccarci e baciarci ancora un po’, finché H. si alza in piedi, slaccia la cintura e fa scendere i pantaloni ai suoi piedi. Il solo osservare i suoi gesti mi procura un supplemento d’eccitazione, davvero superfluo. Adesso è in jockstrap e ha il cazzo così duro che se ne può apprezzare una piccola porzione che fuoriesce dal pacco. Mi tolgo i pantaloni anch’io, gli palpo l’uccello però senza farlo uscire dalla parte anteriore del jockstrap. Poi tocco il suo culo. Siamo in piedi, ci stiamo baciando e ci tocchiamo il culo reciprocamente. Il suo è pieno, rotondo, molto liscio. 
Adesso la sua mano mi sfiora un capezzolo, lo solletica e lo pizzica piano, poi sempre più forte. Capisce che mi piace e prova a tirarlo, a stringerlo di più. Inarco la schiena mettendomi quasi inconsapevolmente in punta di piedi. In questo modo l’altra sua mano può scivolare sotto gli slip, afferrare il mio culo, insinuarsi fra le natiche, cercare con un dito il buco e, dopo averlo trovato, giocarci. Voglio vedere il suo cazzo, allora porto la mano al pacco e con un gesto rapido lo faccio uscire. È circonciso, molto lungo e grosso.
Mi mette una mano sulla testa e la spinge con forza verso il basso, costringendomi ad inginocchiarmi. Mi chiedo se questa sua attitudine al dominio sia solo un gesto estemporaneo, o se invece caratterizzerà da qui in avanti il nostro incontro. I dubbi si dissipano poco a poco quando apro la bocca e la faccio scivolare sulla cappella, poi sull’asta, avanti e indietro. Azione-reazione-azione, chissà se anche lui la percepisce così (“lo spingo giù... non offre resistenza, è già in ginocchio... docile... adesso me lo succhia...”). Posso solo intuire i suoi pensieri e le sensazioni, dal modo in cui ansima, facendomi capire che il lavoretto gli piace. Dopo un po’ si toglie il jockstrap, ultimo baluardo che, ormai, ricopriva solo i coglioni, piccoli, nerissimi e morbidi.
Mi tolgo anch’io gli slip e rimango in ginocchio; alle mie parti basse ormai non s’interessa più e torna anzi alla carica riavvicinando il cazzo al mio viso. Adesso però mi prende la testa fra le mani, infila il cazzo nella mia bocca e comincia a muovere il bacino avanti e indietro. Mi sta scopando la bocca e ansima. Alzo lo sguardo e lo vedo concentrato a osservare il suo uccello entrare e uscire. Improvvisamente, con un gesto brusco, preme la mia testa contro il suo ventre, facendo entrare il cazzo quasi fino in fondo e fermandosi per godere del momento. Ce l’ho dentro quasi tutto, sento che mi riempie. Ma vuole di più. Mentre con una mano tiene ferma la mia testa, porta l’altra mano alla base del cazzo e lo sposta in modo che scenda ancora più in fondo. Quello che vuole è una gola profonda. Trattengo il respiro e cerco di controllare il più possibile l’apertura della gola per farlo passare e per evitare di avere un conato. Sono sorpreso ed eccitato al tempo stesso, mi sta cacciando in gola quel cazzo enorme praticamente intero. 
Lascia la presa, riprendo fiato, ansimo in posa adorante. Osservo dal basso il suo corpo possente, il suo colore scuro e quel pezzo di carne così grande piantato in mezzo alle gambe che adesso lui impugna e agita davanti a me. Mi dà dei colpi di cazzo sulla bocca. L’apro e lui continua. “Ti piace?”. Adoro queste domande retoriche quando sono sincere e quando, in realtà, parlano di ciò che prova chi le formula: intuisco, insomma, che sta godendo anche lui. Dopo la mia risposta, aggiunge un (allora)“prendi!” e me lo infila di nuovo in bocca. Stessa sequenza: dentro e fuori per un po’ e poi testa bloccata, cazzo fino in fondo, gola profonda. Rilascia la testa, mi permette di spompinarlo per un po’, poi ripete ancora la sequenza: dentro e fuori per un po’ e poi testa bloccata, cazzo fino in fondo, gola profonda. Gocce di saliva cadono sul pavimento, siamo entrambi molto eccitati.
Ce l’ho ancora in bocca quando, a un certo punto, sento che si china verso di me. Il cazzo esce, lui mette le mani tra le mie ascelle e mi fa alzare e, contemporaneamente, girare su me stesso. Con un gesto deciso spinge la mia schiena in avanti, allora mi metto a quattro zampe sul divano e sporgo il culo verso di lui. Mugolo. È ciò che voglio, è ciò che vuole. Si inumidisce un dito e comincia a lavorarmi il buco. Mugolo. Si sta aprendo. Lo vede, lo sa. Se lo inumidisce di nuovo. Continua. Io non lo vedo ma so che è pronto: il suo cazzo durissimo mi sfora il corpo, vuole entrare.
Mi alzo e gli dico: “Aspetta un attimo”.
“Sì”, mi risponde, con l’aria di chi ritorna bruscamente alla realtà dopo un piacevole viaggio mentale.
Vado in bagno, prendo un preservativo e il lubrificante, torno nel saloncino e li poso sul tavolino vicino al divano. È ancora perfettamente in tiro. Mi sistemo di nuovo sul divano a quattro zampe, allora lui si inginocchia e comincia a leccarmi il buco. Lo lecca poi ci mette un dito, poi lecca di nuovo e ne mette due. Mi scoppia la testa. Ha capito che è la tortura perfetta per chiedergli: “Inculami, dài”. Allora prende il lubrificante, me ne mette un po’ sul buco, ci fa entrare un dito, poi due. Se lui si prende cura del mio culo, io non esito a occuparmi del suo cazzo. Afferro un preservativo, lo apro e glielo passo perché lo indossi. Ci metto del lubrificante e poi mi rimetto in posizione: pecorina, gambe divaricate, busto a novanta gradi e braccia appoggiate al margine superiore del divano. Lo ha impugnato, lo ha appoggiato. Adesso entra. Solo la punta, solo la cappella. Si ferma. È grosso. Niente dolore, lui lo sa, lui lo vede. Allora spinge. Entra un altro po’. Smorfia di dolore, brucia. Si ferma. È molto grosso. “Piano, piano”, dice lui a me, come se fossi io a penetrarlo. Il dolore sta passando ma lui lo sfila. Mi mette una mano sulla spalla e spinge verso il basso, poi, siccome non reagisco, la mette sulla testa e spinge forte. Allora sposto le ginocchia verso il bordo, reclino la schiena e appoggio testa e braccia alla parte bassa del divano, dove normalmente ci si siede. Così mi vuole, dunque: tutto culo, il buco offerto al suo cazzo e il dominio totale da parte sua, la situazione completamente nelle sue mani, il mio corpo a disposizione del suo piacere. 
L’idea funziona e ha su di me l’effetto sperato. Torna a mettere dentro la punta, poi spinge perché possa entrare almeno una parte dell’asta e poi, senza resistenza ma con un forte gemito da parte mia, lo fa scivolare fino a che non restano fuori solo le palle. Ce l’ha fatta, è dentro di me, ora mi sta aprendo il culo. I suoi movimenti sono rapidi e violenti. A ogni colpo lo sento arrivare fino alla parte più intima di me e a ogni colpo gemo. Se tento di rialzare la testa, con una mano la tiene schiacciata al divano, senza interrompere la cavalcata. Gemo e godo di quell’uccello che mi ha aperto il culo e adesso me lo sta chiavando così, duro e violento. 
Appoggia un piede sul divano, flettendo il ginocchio e avvicinandolo al mio fianco. L’altro piede poggia in terra. M’incula, batte e ribatte facendolo scivolare tutto dentro, la penetrazione adesso è, se possibile, ancora più profonda. Poi si rimette in piedi, mi afferra per i fianchi e aumenta la velocità. Sono così ben stimolato che mi basta sfiorarmi il cazzo perché ne fuoriesca una discreta quantità di seme, senza orgasmo. Chissà, forse si accorge di quelle macchie bianche sul cuscino e pensa che sono già venuto e che quindi deve fare in fretta o forse semplicemente non ce la fa più, però si china verso di me rallentando appena i suoi movimenti, e mi sussurra: “Sto per sborrare”.
“Oh, sì”, gli dico.
Allora m’incula più forte e grida “Sìiiii”.
Porto una mano all’uccello e, praticamente all’unisono, veniamo entrambi.

Mi chiede se può fumare e gli dico di sì, ma solo se me ne offre una. Ne accenderemo due a testa, mentre mi racconta la sua storia d’immigrante e di ex compagno di un ragazzo dai mille problemi. Mi sembra molto maturo, intelligente, riflessivo. Fa lunghe pause in mezzo a una frase, cerca il modo migliore per farsi capire. E per farsi conoscere, perché io mi faccia un’idea di lui. O forse solo per sfogarsi, sembra avere un grosso carico sulle spalle. Alla fine se ne va dicendomi che è stato bello ed è stato un piacere conoscermi. Gli dico che per me è lo stesso. Il giorno dopo mi ricontatta, mi chiede come va e gli rispondo che mi piacerebbe rivederlo un giorno, quando ne abbiamo voglia. “Quando vuoi”, mi risponde.